Sequestro è un uomo

19-1-dscf7245La testa mi scoppia e gli occhi sembrano implodere. Mi sono infilato sotto una doccia calda ma senza risultato, steso sul letto in mezzo ai gatti mi domando se sto per morire. Tutti gli esami dicono che sono sano come un pesce ed in discreta buona forma per un quarantenne, ma quando la testa inizia a martellare mi sento appeso ad un filo che si spezza. Forse il corpo è sano ma la mia mente sembra voler fuggire, scappare inorridita da una realtà che non riesce più a comprendere o tollerare. Curiosamente sono questi i momenti in cui ho più paura di morire …e spesso ci ho anche provato: ho chiuso gli occhi anche se avevo paura di non riaprirli più, ho cercato sollievo, ho sognato di ricominciare tutto da capo, in modo nuovo, lontano. Ma nulla: ero ancora vivo ed avevo ancora il mal di testa. Nessuna soddisfazione.

Così come uno zombie mi sono alzato dal letto, ho cercato di infilarmi dei vestiti caldi, un berretto e sono uscito di casa. Il mio riflesso nella porta a vetri era la sentenza peggiore sul mio stato. “Sei ridotto uno straccio!!” Camminavo disorientato, quasi confuso ed assente. Riuscivo solo a pensare al ritornello di una canzone “Where is my mind?” dei Pixies. Dov’è la mia mente? Già, dov’è la tua mente Birillo?

Dal sentiero del vivaio, quello che passa davanti alla stalla del Don Guanella, volevo raggiungere il sentiero che risale da Parè verso il Sasso Preguda. Speravo che il sole d’inverno, il colore delle foglie ed il vento cristallino e grigio delle Grigne riuscisse a scuotermi, a trattenermi mentre scivolavo via. Mi muovo come uno di quei milanesi che affollano le statistiche del Soccorso Alpino, una voce dentro di me urla disperata “…vai alla chiesetta e torna a casa, non fare nient’altro!” Ma ad una svolta del sentiero tiro dritto, come uno stalker che con indifferenza si infila dietro le quinte puntando ai camerini.

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“Non sei lucido, traballi …e siamo a sbalzo sulle case di Parè. Dove stai andando? Dove hai la testa?” Ma il mio viaggio è una sequenza confusa e sconosciuta di crinali che come pagine di un libro scorrono verticali sul vuoto del lago, l’azzurro delle pareti, il giallo del riflesso del sole. Erba, roccia, alberi ed una gravità imperante: io no, ma il mio corpo sembra sapere esattemente cosa fare, muovendosi con leggerezza ed infito tatto.  Supero un primo canale mentre le barche bianche ondeggiano sotto le mie gambe: Parè è ormai lontana, sotto di me solo la cava. Ogni crinale è un’incognita ma la mia mente sembra incuriosita: sembra un bambino che all’improvviso smette di frignare davanti ad una nuova meraviglia da scoprire. Il mio corpo sembra cambiare, il mio passo rinsaldarsi, il mio sguardo aprirsi. Punto verso nord in un interminabile traverso e la mia mente, scossa dalle difficoltà, è nuovamente viva e vivace, padrona del momento. Osservo l’affascinante abisso che sprofonda verso il blu del lago: “Buongiorno Birillo!! Rischiavi di non svegliarti oggi…”

Poi giungo alla cresta che delimita la prima grande ed inaccessibile valle che sovrasta la vecchia strada del lago. Sono da qualche parte sotto il sasso di Preguda, esattamente dove mi ero promesso di arrivare molti mesi fa esplorando dall’altra riva del lago sul San Martino: la base delle costole oblique! Il canale ritorto! Forse la mia mente non era spenta, forse ero io che mi ostinavo a non seguirla mentre lei sapeva benissimo di cosa avevamo bisogno.

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Quelli del Cantiere navale e della cava hanno bloccato e recintato la strada costiera inibendo completamente l’accesso a quella zona (di per sè terribilmente inacessibile) del Moregallo. Di fatto la nuova galleria (e ve la raccomando a piedi!) è il solo modo per aggirare questo blocco improprio: nemmeno lungo la riva è oggi possibile passare (ed hanno messo pure le telecamere!). Il dito medio della mia mano sinistra si alza di concerto con il ghigno compiaciuto che appare sul mio viso: “Bastardi! Ho finalmente trovato il modo di dare il giro alle vostre recinzioni del cazzo!!” Sì, ora sono decisamente sveglio.

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“Bene, Robin Hood, ora che hai aperto il passaggio a Nord-Ovest come ce ne andiamo da questo guaio?” Bhe, di solito la soluzione è sempre quella: verso l’alto! Cos’ risalgo un po’ di roccette cercando di trovare i passaggi più solidi e meno esposti. Lecco è così lontana, ma forse persino bellina con i suoi ponti nella bassa luce dell’inverno. Trovo una specie di canale tra due strette creste rocciose, ci sono un paio di piante nel canale e questo trasforma quella spaccatura in un “ascensore” verso l’alto. Quando ritrovo la cresta sono rapito dalle belle maniglie rocciose che ne adornano la forma. “Lo so! Lo so! Non dovrei! Ma mi sporgo solo un pochino, solo un istante!” Afferro le prese migliori e piazzo piedi e baricentro ben piantati a terra, poi, guardo oltre: un muro verticale di erba e placche. “Spettacolo!”

La valle è formata da diversi canali: ne studio le forme, i salti, le vulnerabilità, i passaggi. “Secondo me si riesce sia a risalire che ad attraversare!” La parete del Tempo perduto è lontana, nascosta dietro una cresta che è ancora tutta da scoprire: niente di quello che osservo appare tra le pagine dell’Isola senza Nome. Ma lassù, dove ancora non so come arrivare, appare ben visibile una vecchia casetta in sassi: “Dannazione, guarda dove hanno costruito i vecchi!”

La mia mente ora tracima di fantasie ed idee. Un’ultima rampa e sono al sasso Preguda per un ultimo sguardo alle Grigne. Viviamo in un mondo buffo: “Birillo, anche oggi ti sei rapito da solo (e nessuno è venuto a pagare il riscatto!!)”

Davide “Birillo” Valsecchi

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