Fiamme al Moregallo

Se ti chiami Birillo e giudi una brigata che porta il nome di “Tassi del Moregallo” non puoi tollerare che l’ignoranza abbia portato fiamme e cenere tra le tue valli: questo non è solo un incendio doloso, questa è una faccenda personale.

Ieri sera la sirena dei pompieri, poi oltre il profilo della Forcellina la notte si illumina di rosso: brucia la valle Due Pile, brucia il versante sud Moregallo. Dal terrazzo scatto qualche foto mentre su internet leggo che fino al mattino non sarà possibile intervenire. Alle quattro mi alzo in mutande e torno sul terrazzo: le fiamme, nonostante la foschia, sembrano essersi allargate inghiottendo tutte le creste.

Al mattino l’elicottero inizia il suo “vai e vieni” gettando acqua sui focolai che ancora fumano alti sulla cima del Moregallo: il fuoco, incastrato tra le pareti di roccia, ha consumato ogni cosa, non ha quasi più nulla da bruciare e sembra morire di di fare sotto i colpi dell’elicottero. Non posso che aspettare cercando di capire quale disastro nasconda la foschia. Poi l’elicottero smette di volare, il fumo sembra cessato: infilo gli scarponi e vado a vedere.

Incontro le squadre dell’antincendio che scendono lungo il sentiero “Paolo ed Eliana”. Chiedo loro come sia la situazione. L’incendio è spento, qua e là fuma ancora ma solo all’interno del perimetro già bruciato. Li saluto e li ringrazio per quello che hanno fatto: “Grazie? Siamo di Valmadrera, queste sono le nostre montagne: non potevamo fare diversamente!” Sorridono e scendono a valle: ancora grazie!

Incontro una coppia di carabinieri. Giacche grigie e scarponi ricordano la forestale: forse sono i primi “carabinieri di montagna” dopo l’accorpamento dei due corpi. Chiedo loro qualche informazione e racconto quello che so della valle e quello che ho visto durante la notte. “Posso fare qualche foto e guardare un po’ in giro?” Avevo paura di dare fastidio ai loro rilievi ma non hanno nulla in contrario se curioso in giro: le operazioni di spegnimento sono ormai concluse. Così li seguo sul sentiero che dal Forcellino taglia verso Sambrosera e poi, spinto da un richiamo a cui non riesco a resistere, mi infilo nella valle due pile e rimonto del mio adorato “ignoto” ormai in cenere.

Il fuoco sembra essere sceso dall’alto, scavalcando tutte le tre grandi creste che sulla sinistra scendono nella valle: è impressionante come abbia saputo salire per ridiscendere superando i salti rocciosi che si opponevano a barriera. Fortunatamente i due carabinieri/forestali non mi seguono: la valle è insidiosa normalmente, in quelle condizioni non ho idea di cosa mi attenda.

Supero il primo passaggio roccioso, il primo punto in cui tocca tenersi un po’, ed entro nella “piazza” dove i primi canali si incrociano. Il fuoco ha solo accarezzato le piante mentre correva furioso sul paglione consumandolo fino alle radici. In quel punto spesso cadono e muoiono molti mufloni ed il fuoco sembra aver scosso le piante che ne trattenevano i resti facendone rotolare a valle le ossa. Le fiamme hanno ingiallito quello che resta di un muflone maschio e più in alto di una femmina.

Devo fare attenzione a non muovere sassi in quella terra scossa e consumata dal calore. Le pietre ingiallite non sembrano dare alcun affidamento. Per essere più sicuro devo arrampicare quanto più possibile sulle placche e sui sassi più grandi ma la sensazione è strana ed inquietante. Con le dita scosto la cenere cercando appigli e appoggi in un silenzio surreale. I miei ricordi sono pieni di piante, a volte fastidiose, a volte amichevoli, che custodivano i segreti del cuore della valle: non c’è più nulla, solo cenere, spazi aperti e silenzio.

Mentre arrampico più o meno all’altezza dello “Zeppeling”, dove lo scorso gennaio abbiamo ripetuto la via “Biba e PoniPoni”, vedo affacciarsi sulla cresta una volpe. Ferma immobile lassù mi osserva per quasi venti minuti mentre salgo in silenzio. Immobile, arroccata sopra un’isola rocciosa circondata dalla cenere, uno scoglio sopra cui il fuoco non è riuscito a salire. Mi guarda ed io guardo lei: forse siamo i soli esseri viventi che si aggirano in quella desolazione. Ci guardiamo muti a lungo, quasi a cercare conforto e quel suo osservarmi impietrito senza riuscire a parlarmi: “Cosa è successo?” Mi piacerebbe dirle che mi dispiace, che quella è la nostra valle, ma lei domani dovrà andare altrove per sopravvivere. Forse non siamo stati in grado di proteggerla, di certo  daremo battaglia per vendicarla.

Birillo’s Crack è affumicata, lo stesso vale per lo Scoglio di Arianna e la cresta su cui corre Mozzo Fantasma. Il fuoco ha circondato la Pietra del Filosofo e lo Scoglio dei Tassi risalendo il verticale pendio erboso che avevo fantasticato di risalire con le picozze. Vorrei salire fino alla bocchetta di Sambrosera ma una strana inquietudine mi trattiene. Credo che il fuoco lo abbiano appiccato qui da qualche parte, lungo il sentiero che dalla palina della OSA risale verso la bocchetta. Probabilmente sono scesi da qualche parte nella valletta e poi hanno ripiegato in sicurezza oltre il crinale verso Sambrosera. Le creste hanno nascosto alla vista quello che accadeva fino a quando ormai è stato troppo tardi: “Figli di puttana…”

Mi guardo in giro ancora un po’. La terra è nuda e cotta, quando la pioggia pesante la colpirà in quelle condizioni non sarà affatto piacevole. Credo che molte cose cambieranno ancora: staremo a vedere. Quelle mezze seghe che hanno combinato questo casino forse pensano compiaciuti di aver abbrustolito la mia montagna, ma si sbagliano. Il Drago Verde ha sangue di fenice, risorgerà e sarà ancora più battagliero. Al contrario dovrebbero essere loro a preoccuparsi: i “duri della valle” non sono come gli altri, sono gente strana e toccargli la montagna è un’offesa imperdonabile. Tra i vecchi già gira insistente la voce, tra loro si domandano chi ha visto o sentito: è iniziata la caccia ed i pezzi vengono messi insieme. Il fuoco ha svegliato una rabbia bruciante che conveniva lasciare sopita.

San Primo, Palanzone, Pra Santo, Due Mani ed ora Moregallo: qualcuno pagherà e pagherà per tutto. Forse è meglio smettere di sentirsi intoccabili, smettere di comportarsi come degli idioti. Quello che accade nel bosco resta nel bosco: dio non voglia che qualcuno li colga sul fatto o tra la cenere non troveremo solo le ossa di muflone.

Davide “Birillo” Valsecchi

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