No Way Out

Sì, quella nella foto è la bomba “inesplosa” della prima guerra mondiale che ho trovato a dieci anni. Sì, se quella volta avesse deciso di smettere di essere “inesplosa” probabilmente non avrei potuto vivere o raccontare nessuna delle mie avventure successive. Non la vedevo da anni ma mio padre sta sistemando il vecchio archivio di diapositive ed un sacco di storie passate stanno tornando alla luce.

Ma andiamo con ordine. Qualche settimana fa mi ero infilato in quello che chiamo il “canalone degli inganni” sul San Vittore. Poco prima della fine del canale le difficoltà e le incertezze mi hanno fatto optare per una ritirata strategica: non sapevo se dall’alto fosse possibile uscire dal canale e così sono tornato indietro tra gli sfasciumi. L’altro giorno Giuseppe D’Ambrosio, un appassionato dell’esplorazione selvaggia come me, ha completato quello che io avevo lasciato a metà. Non solo ha scoperto il nome ufficiale di quel canale, “Canale Kurt” (probabilmente in dialetto “canale corto” per distinguerlo da quello più lungo della Val Farina), ma ha anche fotografato l’uscita del canale. Guardando le sue foto ho compreso quanto, dalla distanza, avessi frainteso le difficoltà che mi attendevano più avanti. Sempre nella foto è possibile vedere la pericolante “spaccatura a fulmine” di cui mi avevano parlato Ivan Guerini e Paolo Console. Grazie a Giuseppe ed allo spirito di collaborazione che è proprio dell’esplorazione, posso tornare in quel canale con maggiore consapevolezza, oppure dedicarmi con serenità all’esplorazione di qualcos’altro nella zona.

Tutta questa storia mi ha però fatto ricordare un episodio della mia gioventù che ha un ruolo decisamente importante sulle mie scelte quando mi trovo in un canale simile. Risale a quando avevo otto o dieci anni: insieme alla mia famiglia decidemmo di andare in cima al monte Avanza, nelle alpi Carniche, attraverso la Cengia del Sol e Passo Cacciatori. Passavamo giornate intere a raccogliere funghi alle pendici dell’Avanza ma non eravamo mai saliti in cima ai suoi contrafforti rocciosi. Per questo all’epoca non conoscevamo affatto il percorso migliore per la vetta: come spesso accadeva (ed accade tutt’oggi) ci siamo limitati a salire cercando a vista un passaggio “alla moda vecchia”.

Seguendo dei bolli colorati ci siamo infilati un grande canale dove, ben presto, i bolli sono spariti abbandonandoci a noi stessi. Il monte Avanza era stato teatro di grandi scontri durante la prima guerra mondiale: il Piave nasce praticamente alle sue spalle ed in tutta la zona sono ancora ben evidenti le fortificazioni dell’epoca. Noi bambini eravamo abituati a cercare vecchi reperti: suole di scarpe, lattine arrugginite, filo spinato ma a volte anche qualcosa di più prezioso come cerchi di stufa, bossoli, schegge di granata o di bombe più grosse. Il canale che stavamo risalendo doveva essere davvero poco frequentato perchè, sebbene in pessime condizioni, quel giorno trovammo un vecchio elmetto italiano, una vera rarità sfuggita ai cercatori professionisti.

Pensavamo di essere stati davvero fortunati ma la fortuna stava decisamente cambiando: quel giorno trovammo il reperto più straordinario e pericoloso di tutta la nostra carriera da cercatori. Tra i sassi mio padre trovò un bomba da mortaio inesplosa, già, esattamente quella grossa della foto! Molto spesso questi residuati bellici attendono pazientemente decine di anni per poi esplodere al semplice tocco dello sfortunato che li trova. Fortunatamente per noi non ci fu il botto, ma la situazione rimase pericolosamente esplosiva!

I miei genitori decisero che la soluzione migliore “per scappare” da quel pericolo fosse risalire il canale, uscire dall’alto per poi scendere da un altro versante. In questo modo se l’oridigno avesse deciso di svegliarsi avremmo avuto più possibilità di non essere colpiti tanto dall’esplosione quanto da eventuali crolli o frane. Era un buon piano, ma la fortuna, dopo averci graziato, non intendeva renderci la vita facile. Risalimmo per quasi due ore il canale, cercando di non far cadere sassi animati dalla continua angoscia della bomba alle nostre spalle. Il canale però si restringeva in un susseguirsi di salti di roccia, l’ultimo di questi era verticale e superava i cinque metri. Mio padre riuscì a rimontarli quasi tutti ma, davanti al muro finale, dovette arrestarsi. Forse, rischiando un po’, poteva riuscire a passare ma anche usando lo spezzone di corda che avevamo sempre con noi sarebbe stato impossibile per me e mia sorella, all’epoca bambini, fare altrettanto. Eravamo in un vicolo cieco stretti tra le pareti del canale: davanti un muro insuperabile ed alle spalle una bomba inesplosa.

Non rimase che una sola opzione: scendere, ripercorrere tutta la strada fatta in salita, superare nuovamente la bomba, e darsela a gambe più in fretta possibile cercando di uscire dal canale verso valle. Quando siamo finalmente siamo giunti alla stazione dei Carabinieri per denunciare il ritrovamento era ormai buio ed avevamo nelle gambe 12 ore di montagna ed ansia: un’esperienza decisamente formante.

Nel 2012 sono tornato a curiosare in quella zona, ci sono andato da solo caricando lo zaino soprattutto di ricordi. Nel passaggio chiave del “muro” ora ci sono un paio di vecchi spit ed uno sbrindellato cavo metallico. In paese mi hanno raccontato che i “locals”, negli inverni con tanta neve, quel canale lo discendono con gli sci e quei vecchi ancoraggi servono per calarsi oltre il salto roccioso. Riguardando quel muro, con gli occhi da adulto, ho potuto comprendere le difficili scelte fatte da mio padre quel giorno, stretto con due bambini tra bombe assassine e salti rocciosi. Ero deciso a ritrovare la mia bomba inesplosa ma, a distanza di anni, si deve essere nascosta altrove e forse ha continuato a ridere alla mie spalle tutto il tempo in cui le ho gironzolato intorno.

Per questo oggi, ogni volta che affronto un canale, faccio grande attenzione a non superare difficoltà e passaggi che possano essere ripercorsi anche in senso inverso. Conviene essere prudenti: troppo spesso la vita ci spinge in pericolosi vicoli ciechi anche senza metterci del nostro. “Il modo migliore per parare un pugno è non esserci quando arriva.”

Grazie per la foto Giuseppe! E’ un grande piacere sapere di non essere solo in questo “Club degli Esploratori del Lario”!

Davide “Birillo” Valsecchi

Gli Offspring? Solo una reminiscenza degli anni 90 che ha suggerito il titolo: “No way out, Same old stuff always drags me down, No way out, Never gonna get it!!”

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