Il dono del tempo

La versatilità è la capacità di applicarsi a diversi campi d’interesse: credo che, insieme alla capacità di adattamento e ad una buona dose di caparbietà, sia la dote principale con cui ho raggiunto la maggior parte degli obiettivi che mi sono prefisso. Non sono bravo, non sono il migliore, ma me la cavo (male) un po’ in tutto. Forse è proprio per questo che mi sento bene in montagna, dove versatilità, adattamento e caparbietà sono requisiti fondamentali. L’arrampicata, nel panorama più ampio dell’alpinismo, è una forma di specializzazione, un ambito ben preciso. Non necessariamente un buon alpinista deve essere un buon arrampicatore e di contro essere un buon arrampicatore non rende alpinista. Grazie alla mia versatilità ho avuto il piacere di unirmi in cordata a grandi arrampicatori e, spremendo a fondo le mie risorse, il privilegio di vederli in azione.

La versatilità, così come la dedizione e l’abnegazione, ha però i suoi limiti: per spingersi oltre si deve sconfinare nel talento. In nessun ambito o attività ho visto brillare il talento in modo tanto evidente quanto nell’arrampicata. Lo vedi subito quando qualcuno ce l’ha ed è palese come sia innato. Chissà, forse è la mia versatilità il talento che mi permette di riconoscere il talento altrui. Di certo è la versatilità che mi aiuta ad apprezzare ed ammirare in modo spontaneo le manifestazioni di talenti e di capacità che probabilmente non padroneggerò mai.

Questa riflessione mi è nata spontanea leggendo un articolo di Gianni Mandelli sull’annuario Vertice 2016. Gianni descrive la sua più recente salita della Via Osa sulla parete Nord del Moregallo. Quella parete è una delle più severe tra le severe pareti dell’Isola senza Nome, un luogo capace di incutere timore e rispetto anche negli arrampicatori più forti. Su quella parete ci ho messo il naso solo una volta, accompagnato da Gianni, ed ho preso una sonora batosta!

Ho ammirato, anche con una punta di invidia, la salita di “Tode”, un giovane lecchese degli AsenPark, un talento mosso da una grande intelligenza e da una straordinaria condizione fisica. Tode, chiacchierando, mi aveva raccontato di come quella salita, in quell’ambiente, fosse stata soprattutto un impegnativo sforzo mentale. Allo stesso modo ho ammirato la salita in solitaria del giovane “Scienza”, anche lui talentuoso, giovane e ben preparato.

La gioventù è però un “potere” che ci viene concesso una volta nella vita, una capacità a cui aggrapparsi per superare e vincere imprese spesso titaniche. Gioventù e talento sono un mix dirompente, ma è impressionante come, tolta la gioventù, il talento autentico riesca ancora a brillare, spesso in modo inarrivabile per chi non lo possiede.

Eccovi uno scorcio nel talento:

Agosto 2016 – Il 23 Agosto ho avuto la fortuna di ripercorrere (per la terza volta) la via OSA sulla parete Nord del Moregallo. Questa volta però avevo come compagno Giorgio Tessari, uno degli apritori di questa via, colui che con Castino Canali, Pietro Paredi e Antonio Rusconi, aveva chiodato quei famigerati diedri strapiombanti, nel 1965.

Da qualche tempo Giorgio covava il desiderio di tornare su quella parete, e quando mi ha rivolto la sua richiesta sono stato ben felice di accontentarlo. Anche il fratello Franco scalpitava e non vedeva l’ora di ritornare su quella parete, dopo otto anni di sofferenze per un ginocchio aggiustato male. La cordata così assortita non era proprio di primo pelo avendo Giorgio settantaquattro anni, Franco sessantotto, ed io sessantadue, così abbiamo pensato di coinvolgere un giovane (si fa per dire) come Mauro Farina che di anni ne fa solo sessanta.

Vista così potrebbe sembrare una tranquilla scampagnata di quattro pensionati, ma chi conosce la OSA sa che non è così. Scalare su una parete strapiombante dall’inizio alla fine logora anche alpinisti ben più giovani, e ritrovarsi spesso con chiodi vecchi, che in alcuni casi tentano di uscire dalla sede dove sono stati piantati, fa sicuramente aumentare la dose di apprensione a chi sta appeso.

Dopo cinque ore e mezzo abbiamo raggiunto la grande cengia sulla quale terminano le difficoltà, e ci siamo calati sui comodi ancoraggi delle nuove vie come “Rondini sul filo” e “Tempo rubato”, senza affrontare l’intrigante sezione finale composta da rocce e prati verticali.

Giorgio era raggiante e noi con lui, perchè ripetere a 74 anni compiuti una via del genere è sicuramente un avvenimento importante, ma come tutte le prestazioni fatte su queste montagne (che forse sono destinate a vedere la luce solo sul nostro annuario), probabilmente passerà inosservata. – Gianni Mandelli – Vertice 2017


“Il talento è dote. Se ne è naturalmente provvisti, e se non c’è non si può imparare – inclinazione troppo più profonda di una capacità, troppo più radicata di una passione, troppo più caratterizzante di un volto o di una maniera, per poter essere riprodotta o finta. È un taglio del sé.”

L’Isola senza nome è un luogo strano, misterioso, basta girare l’angolo per ritrovarsi un mondo indipendente, capace di inghiottirti, di ingoiarti e catturarti. Per riemergere dagli abissi dell’Isola si è costretti a scoprire i lati più profondi di noi stessi, a confrontarsi con le nostre paure, ad esprimere la nostra forza. L’Isola ha conservato intatta la propria capacità simbolica: è ancora una montagna capace di trasformare chi vi sale. Non elargisce premi o riconoscimenti, i suoi doni sono il risveglio di talenti che ci accompagneranno per tutta la vita.

Bisogna essere pronti a rischiare, a cambiare, ad ammettere i propri limiti, a trasformarsi: questa è la fortuna dell’Isola, la magia per cui in molti la temono preferendo ignorarla. Al contrario, chi con coraggio vi si immerge, riscopre se stesso e raccoglie nuove e straordinarie amicizie. Questa è la natura dell’Isola senza Nome, il legame che ci unisce.

Davide “Birillo” Valsecchi

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