PitOnTour: MelloBlocco

“Il chiodo è vivo, lunga vita al chiodo”. Il MelloBlocco è il più importante evento al mondo di arrampicata sportiva su sassi in ambiente naturale, inaspettatamente il posto più improbabile dove scoprire di quanta passione e quanto affetto goda ancora il chiodo e l’approccio all’arrampicata che esso rappresenta.

Il sole nella valle faceva a braccio di ferro con nuvole gonfie di pioggia mentre un vento freddo da nord faceva spudoratamente il tifo per il ritorno dell’inverno. Nei prati sotto il Centro Polifunzionale della Montagna si allestivano bancarelle provenienti da tutta europa: Spagna, Cecoslovacchia, Bulgaria oltre ai Brianzoli ed agli indigeni della Valle. Con un inglese improbabile e grandi sorrisi ci si dava tutti una mano arginando il fango ed asciugando i tendoni carichi di acqua piovana.

Stavo spostando degli scatoloni quando un uomo si blocca all’improvviso davanti all’albero dei chiodi, la mia estemporanea installazione ambulante di Piton. “Chiodi?! Ma io amo i chiodi! Guarda che bello! Guarda quanti!”. E’ un tipo alto, magro e slanciato: le mani e lo sguardo la dicono lunga su quello che sembra capace di fare. Appoggio gli scatoloni ed attacco bottone. Lui si china sorridente ed inizia a curiosare tra i chiodi. “Questo! Oh, ma anche questo! Questo è bello, ma io lo accorcerei perchè rischia di battere in punta”. Attorno a noi si fermano tutti ad osservare e mi rendo conto di essere probabilmente l’unico a non sapere chi sia. “L’anno scorso ho fatto una spesa folle e ne ho comprati 300. Poi immaginare che spesa!” Armeggia ancora e mi indica quali modelli, curiosamente tutti da calcare. Chiacchieriamo ancora un po’: gli racconto del mio progetto e del PitOnTour. Poi qualcuno lo chiama, si volta, ci diamo la mano e se ne va dopo un’ strizzata d’occhio ed un in bocca al lupo.

Riprendo lo scatolone ed un amico mi si avvicina. “Birillo, ma hai capito chi era?” Accidenti, cosa volete che ne sappia!? Sono uno dell’Isola Senza Nome, per lo più conosco quelli che arrampicano sul nostro calcare e, ad occhio e croce, dalle nostre parti non l’ho mai visto (…anche se forse gli piacerebbe). Così, dato che anche il nome è per me un “non pervenuto”, mi raccontano la sua storia, le salite di questo vicentino dallo sguardo acceso ma simpatico, guida alpina sulle dolomiti ed “Ambassador” (si dice così?) di una delle più importanti marche italiane di scarpette da arrampicata. Sghignazzo divertito: “Bhe, allora se è così forte bisogna proprio invitarlo ai Corni!”

Più tardi, cercando di imparare qualcosa, mi aggiro tra gli stand dei MainSponsor. Un signore simpatico e cordiale mi si avvicina e si presenta. Ha riconosciuto me ed il mio albero dalle foto che, sfacciatamente, gli avevo inviato via email senza averlo mai nemmeno incontrato. Mi fa i suoi complimenti per la mia idea e, confesso, per me non è una soddisfazione da poco, specie se ricevuta dal titolare di uno dei più storici ed importanti marchi italiani di materiale alpinistico al mondo.

Chiacchieriamo un po’ e gli racconto di uno degli argomenti che maggiormente mi stanno a cuore. La comunicazione, la pubblicità, punta sui grandi atleti, sulle performance estreme, sui materiali hi-tech, quasi dimenticando che l’assoluta maggioranza degli alpinisti (me compreso!) sono “arrampicatori della domenica”, appassionati che fuggono nei ritagli di tempo, che non possono allenarsi come un professionista e che spesso impiegano anni e sacrifici per “completare” il proprio equipaggiamento. In questo senso oggi un super-campione può non aver bisogno dei chiodi, può cavarsela a friend apprezzando materiali ultra-ligth, ma per un “arrampicatore medio” un buon chiodo è ancora una manna quando, esplorando fuori dagli schemi, non se la sente di tirare il passo a corda libera o affidandarsi solo ai friend. Stessa cosa quando, da inesperti, non trovano la calata per tornare a casa e rischiano di rimanere incrodati fuori via. Con un martello ed una manciata di chiodi forse non passi, ma di sicuro torni a casa. Per questo è incredibile come oggi la stragrande maggioranza di chi si considera alpinista o arrampicatore purtroppo non abbia “mai battuto chiodo”, nè sarebbe in grado di farlo.

Vediamo i grandi campioni superare in libera passaggi impossibili con disinvoltura olimpica, ma difficilmente li vediamo batter chiodi, risolvere alla spiccia, dare una mano a conservare una tradizione che è vitale soprattutto per coloro che campioni non lo sono. Tuttavia, con grande soddisfazione, ho scoperto una sensibilità completamente inattesa per questi aspetti: ho ascoltato di iniziative in tal senso, soprattutto di comunicazione, che mi hanno fatto davvero ben sperare!

Tornando al mio alberello ha cominciato a piovere e riparandomi sotto la tettoia mi sono ritrovato spalla a spalla con un giovane biondo dagli occhi chiari. Di sfuggita ci siamo già incontrati in passato ed attacchiamo bottone mentre, inevitabilmente, anche lui curiosa tra i miei 110 chiodi appesi. Con una complicità inspiegabile io gli parlo delle pareti dei Corni, della Nord del Moregallo e lui mi fa eco con pareti patagoniche alte tre volte il Badile.”Tu non abiti troppo lontano, quanto ti annoi passa dalle mie parti, facciamo due passi e senza impegno andiamo dietro casa a vedere insieme qualche pilastro dell’Isola ”. Il giovinetto ha la metà dei miei anni, dieci volte la mia esperienza, ma la stessa sincerità alpinistica quando ci diamo la mano salutandoci. Un’oretta più tardi un’altro spilungone biondo, compagno di cordata del primo, passa a curiosare tra i chiodi. E’ stato un piacere conoscerli entrambi attorno al mio “alberello” prima che salissero sul palco come “ospiti speciali” della serata.

Nonostante la pioggia passano anche due “arruffati” da Uskione, amici da Milano, istruttori dalla Vallassina, da Finale, dal Val Camonica, chiodatori da Tolmezzo, dalla bergamasca e perfino dalle pareti del meridione d’Italia. Uno spagnolo mi racconta della fila di dieci RURP (“Realized Ultimate Reality Piton”) su cui si appendeva con le staffe prima di diventare papà di una bambina. In inglese mi spiega anche un metodo sagace per riparare il cavetto metallico con quello dei freni della bicicletta. Passano due tedeschi e riconoscono divertiti i chiodi austriaci. La pioggia va e viene, con qualsiasi tempo i chiodi appesi continuano a tintinnare tra le dita dei passanti.

Poi arrivano i boulderisti, ragazzi che nelle braccia hanno gradi impossibili e che osservano con stupore palpabile i miei “stecchetti” d’acciaio. “Ma si usano ancora?” Mi chiedono increduli. “Bagai! Certo che si usano! Spesso sono l’unica chiave capace di aprire porte rimaste ancora segrete”. I giovani figli della plastica forse non capiscono, ma le loro dita coperte di magnesite sembrano irresistibilmente attratte dal fascino “atavico” di quell’oggetto sconosciuto.

Per tre giorni ho dormito nel baule della mia macchina, stretto tra la pioggia e gli scorci di sole, montano e smontando bancarelle. Sono riuscito a “rubare” solo un oretta per rendere omaggio al granito della Valle arrampicando tra i blocchi ancora coperti di muschio. Troppo poco forse, ma per me il MelloBlocco è stata soprattutto l’occasione di confrontarmi con un mondo di persone e di idee ancora tutte da scoprire. Un piccolo sacrificio, una grande rinuncia, ma di cui credo ne sia valsa la pena.

Un ricordo del mio primo MelloBlocco? Un’istantanea da cartolina? L’ultimo giorno, sotto una pioggia battente tornavo alla mia macchina mentre nel “polifunzionale” si concludevano le premiazioni ed i discorsi di rito. Avevo finalmente smontato l’albero, in spalla come un paio di sci avevo i paletti e nello zaino il peso di 110 chiodi. Camminavo fradicio lungo il fiume mentre in un baretto improvvisato, sotto un precario telone azzurro teso tra due massi, una ventina di ragazzi provenienti da tutta europa cantavano insieme accompagnati da una chitarra. “Country Roads, take me home, to the place I belong. West Virginia, mountain mama, take me home, country roads.” Credo che Il coro allegro di quei ragazzi, accampati sotto un telone azzurro nella pioggia, sia lo spirito migliore del MelloBlocco. Stanco ed acciaccato ho lasciato la valle con un sorriso: alla prossima!

Davide “Birillo” Valsecchi

Un sentito ringraziamento a Giovanni Viganò, del negozio Sherpa di Ronco Briantino, che ha permesso alla mia stramba idea di “imbucarsi” al MelloBlocco. Agli Spagnoli e ai “Ragni” che mi hanno regalato le birre! A tutti gli amici che sono passati a trovarmi! Grazie 😉

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