KomfortZone

La vecchia Subaru Impreza mi attende, parcheggiata come sempre in mezzo al fango ed alle erbacce. La fiancata di destra è “ammaccata”, il blu metallizzato del cofano si sta scrostando ed il paraurti è tenuto insieme da fascette di plastica. Un vecchio rottame a trazione integrale permanente prodotto nel 2001: beve come un alpino con la ripresa di un bradipo. Sembra l’auto di Saul Goodman: un vecchio rottame spompato che non vuole arrendersi, ma in fondo in questo ci assomigliamo. Era l’auto di mia madre, probabilmente dovrei cambiarla, ma è un ricordo: finchè ce la farà a marciare sarà la mia “Birillo-Mobile” ufficiale. Mi infilo dietro il volante, mi piego sulla pedaliera, riattacco i fusibili: qualcosa nell’impianto elettrico si è “guastato” e quella è l’unica soluzione per accendere e spegnere le luci. Come il pilota di un 747 controllo con diligenza la check-list prima del decollo, poi giro la chiave ed il motore “Boxer” si sveglia e ruggisce: ha ancora una bella voce. La plancia si illumina e lo stereo si accende: “Life won’t wait”, la vita non aspetterà, un CD originale dei Rancid che risale al 1998 e che gira nello stereo ininterrottamente da cinque o sei anni. Me lo regalò Irene per il mio compleanno, l’anno prima di partire per il Pakistan, quando avevo ventun anni. Dicono che Irene mi facesse il filo: io non me ne ero mai accorto e, per il bastardo che sono, mi misi con la sua migliore amica. Ora però è tempo di andare, sui ponti di Lecco inizia a formarsi traffico. Infilo la retro, stringo il volante, ingrano la prima, ballo sul cambio mentre lascio che il 4X4 strida sulle gomme ad ogni rotonda.

La mia giornata è cominciata ormai da un pezzo. Da quando Bruna è incinta le cose sono cambiate, lentamente, in modo sottile e quasi impercettibile. La mattina, ogni mattina, mi alzo, infilo i pantaloni della tuta ed una felpa con il cappuccio. Infilo una fascia per i capelli. Poi i calzini, tirandoli sopra i calzoni. Ormai ho imparato a trovare i vestiti al buio, in silenzio, ma c’è voluta un po’ di pratica e di organizzazione. Entro in cucina e sotto il lavandino prendo un sacchetto di plastica. Poi esco sul terrazzo. Per un istante guardo il cielo, studio se l’alba sul Resegone porterà pioggia o bel tempo. Poi scoperchio le cassette dei gatti, impugno la paletta/setaccio e comincio a trafficare con merda e piscio di gatto incrostati di sabbia. Ormai è qualche mese che faccio pratica: ho imparato qualche trucco ed ho la mia “routine” collaudata. Muovo la sabbia, la setaccio, sò cosa e dove cercare. Poi chiudo il sacchetto, rientro in casa, lavo diligentemente le mani e preparo il caffè prima di infilarmi sotto la doccia. Ogni giorno. Toxoplasmosi. Questo è il motivo per cui uno come me è diventato suo malgrado una “gattara”, perchè mi tocca l’aspetto meno nobile dei tre gatti di Bruna: Mina, Nora ed Abu.

Bojack the Horseman è il cavallo di un cartone animato, un fallito alcolista che ha avuto successo in una serie TV degli anni 90. “Sarà sempre così difficile?” Chiede Bojack ad un Babbuino mentre stremato prova con il Jogging a raddrizzare la deriva della sua vita: “Poi diventa più semplice. Ogni giorno diventa un po’ più facile. Ma devi farlo tutti i giorni: questa è la parte difficile. Ma poi diventa più semplice.” Gli risponde il saggio Babbuino con la fascia anni ‘80.

Orbene, io di cose strane ne ho fatte tante in quarant’anni, ma per quanto mi sforzi non ricordo di aver “fatto e rifatto qualcosa ogni giorno”. No …per quanto io riesca a ricordare “spalare merda di gatto” è la cosa che fino ad oggi ho fatto con maggior costanza. Già, e l’aspetto curioso è che non ho mai fatto qualcosa di simile per nessuno, nemmeno per me stesso. Ora invece mi viene quasi naturale, quasi spontaneo, e lo faccio per qualcuno che ancora nemmeno conosco, per qualcuno che ancora non esiste. Sì, pare decisamente che qualcosa sia cambiato… “Life won’t wait”

Davide “Birillo” Valsecchi 

 

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