Back to the Lab

Bruna è incinta ormai da quasi tre mesi, attende l’arrivo di “Andrea”: ancora non sappiamo se è un maschio o una femmina, ma “Andrea” è per certo il suo nome …e non siamo stati noi a deciderlo. Già, non starò a spiegarvi come vengono al mondo i bambini ma nel momento del concepimento, in quel momento lì, è successa una cosa piuttosto strana e decisamente trascendente: anziché muggire come un vecchio alce in calore – come normalmente accade – sono diventato improvvisamente serio e, quasi fuori di me, ho pronunciato solenne due parole: “Benvenuto Andrea!”.

Bruna, comprensibilmente, ha scosso la testa sconsolata per la mia ennesima stramberia. Il giorno dopo aveva ben presto dimenticato l’accaduto. Io no, per me era davvero successo “qualcosa” ed ora, alla luce dei fatti, tutta la faccenda appare molto più che una semplice coincidenza. Quando i vari test hanno confermato la situazione, ho raccontato questa storia a mio fratello che è subito scoppiato a ridere divertito: “Bene, in pratica più che un concepimento è stata un’evocazione!”.

Bruna potrà confermarvelo: misteriosamente io lo sapevo molto prima di lei. Può sembrare buffo, ma per me è una strana sensazione avere la piena cosapevolezza del momento in cui “Andrea” ha fatto il passo, nel momento in cui  è entrato in questa realtà.

“La consapevolezza (awareness in inglese) indica la percezione e la reazione cognitiva di un animale al verificarsi di una certa condizione o di un evento. La consapevolezza non implica necessariamente la comprensione.” Ho percepito con precisione un “cambiamento” grazie alla mia stramba sfera sensoriale, ma percepire un cambiamento non necessariamente significa sapere come affrontarlo. Da quel momento, infatti, ho dovuto confrontarmi con incertezze ed inquietudini che non avevo mai sperimentato. Un’ansia interiore imprevista, non soffocante o travolgente, più simile ad una pulsione, ad un imperativo inconscio. Qualcosa che non ho ancora messo a fuoco ma i cui effetti pratici sono abbastanza chiari.

Avevo un sacco di progetti, esplorazioni e salite che volevo tentare: tutto rimandato. In un mese e mezzo, incredibilmente, sono uscito in montagna solo due volte. Una volta fino a Preguda: una specie di pellegrinaggio solitario verso il grande Sasso Erratico su cui poggia la chiesetta di San Isidoro, letteralmente “dono della dea della luna”. Un luogo che fin dall’antichità è testimone di culti e riti di fertilità. La secondo a San Tomaso, semplicemente accompagnando Bruna a fare due passi all’aperto. Il resto del tempo sembriamo due pinguini che hanno trasformato i divani del salotto in una specie di nido dotato di Wifi: Bruna non fa altro che dormire ed io le ciondolo attorno. Sono io il primo a stupirsene, ma la natura è davvero incredibile e sembra che neppure consapevolmente ci si possa opporre ad istinti millenari.

Impossibilitato dall’affrontare in modo volontario il “rischio” mi sono ritrovato in una specie di “armistizio”, di tregua olimpica: “tutti i combattimenti si concludono senza che nessuno si arrenda”. Ogni battaglia è sospesa senza che per questo possa essere considerata perduta. Una sensazione decisamente “nuova”.

Tuttavia, in questo turbine di novità, mi sono imbattuto in una soluzione inaspettata: sono tornato in laboratorio, sono tornato in palestra. Per come mi sento ora non era concepibile attaccarmi alla “plastica” delle palestre di arrampicata, nè volevo immergermi nella rigida disciplina di un Dojo di arti marziali. Fortunatamente il destino mi ha offerto la migliore tra le possibili alternative: la suprema libertà del movimento a corpo libero.

Sull’Isola Senza Nome è mandatorio conservare ed ottimizzare le proprie energie, mentali e fisiche, perché da questo dipende banalmente la propria capacità di sopravvivenza. Per poter arrampicare con Ivan, con Josef, con Mattia oppure esplorare in solitaria il Moregallo questo concetto è semplicemente la base, diversamente conviene lasciar perdere o si rischia di farsi seriamente “male”. Ma in palestra, in questo tipo di palestra, è tutto diverso: già, in pratica faccio degli allenamenti terrificanti, ma assolutamente innocui!

Correre, saltare, allungarsi, equilibri nuovi attraverso movimenti dimenticati o mai completamente esplorati. Mi “tuffo” spendendo tutto, fino a crollare esausto, privo di forze. Poi mi fermo, tiro fiato e mi infilo sotto la doccia. Ho dolori per tre o quattro giorni e poi ricomincio.

Quindi perdonatemi, anche per questo scrivo poco: questo è il mio “armistizio”, quello che faccio mentre osservo i passi di Andrea e Bruna.

Davide “Birillo” Valsecchi

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