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La leggenda dei cedri del Libano

I cedri di Asso

I cedri di Asso

Ho trovato una leggenda che parla di tre cedri del Libano e dei loro sogni prima di essere abbattuti. Visto che i cedri di Asso sembrano destinati a cadere per far posto ad una rotonda non ho potuto che essere colpito da questa storia. Ne ho trovate molte versioni ma, a furia di cercare, ne ho trovata anche una scritta da Paulo Coelho, il famoso scrittore brasiliano:

«Racconta una vecchia leggenda che nelle belle foreste del Libano antico nacquero tre cedri. Come tutti sappiamo, i cedri impiegano molto tempo per crescere e questi alberi trascorsero interi secoli riflettendo sulla vita, la morte, la natura e gli uomini. Assistettero all’arrivo di una spedizione da Israele inviata da Salomone e, più tardi, videro la terra ricoprirsi di sangue durante le battaglie con gli Assiri. Conobbero Gezabele e il profeta Elia, mortali nemici. Assistettero all’invenzione dell’alfabeto e si incantarono a guardare le carovane che passavano, piene di stoffe colorate.

Un bel giorno, si misero a conversare sul futuro. “Dopo tutto quello che ho visto – disse il primo albero – vorrei essere trasformato nel trono del re più potente della terra” “A me piacerebbe far parte di qualcosa che trasformasse per sempre il Male in Bene“, spiegò il secondo. “Per parte mia, vorrei che tutte le volte che mi guardano pensassero a Dio” fu la risposta del terzo.

Ma dopo un po’ di tempo apparvero dei boscaioli e i cedri furono abbattuti e caricati su una nave per essere trasportati lontano. Ciascuno di quegli alberi aveva un suo desiderio, ma la realtà non chiede mai che cosa fare dei sogni. Il primo albero servì per costruire un ricovero per animali e il legno avanzato fu usato per contenere il fieno. Il secondo albero diventò un tavolo molto semplice, che fu venduto a un commerciante di mobili. E poiché il legno del terzo albero non trovò acquirenti, fu tagliato e depositato nel magazzino di una grande città. Infelici, gli alberi si lamentavano: “Il nostro legno era buono, ma nessuno ha trovato il modo di usarlo per costruire qualcosa di bello!”.

Passò il tempo e, in una notte piena di stelle, una coppia di sposi che non riusciva a trovare un rifugio dovette passare la notte nella stalla costruita con il legno del primo albero. La moglie gemeva in preda ai dolori del parto e finì per dare alla luce lì stesso suo figlio, che adagiò tra il fieno, nella mangiatoia di legno. In quel momento, il primo albero capì che il suo sogno era stato esaudito: il bambino che era nato lì era il più grande di tutti i re mai apparsi sulla Terra.

Anni più tardi, in una casa modesta, vari uomini si sedettero attorno al tavolo costruito con il legno del secondo albero. Uno di loro, prima che tutti cominciassero a mangiare, disse alcune parole sul pane e sul vino che aveva davanti a sé. E il secondo albero comprese che, in quel momento, non sosteneva solo un calice e un pezzo di pane, ma l’alleanza tra l’uomo e la Divinità.

Il giorno seguente prelevarono dal magazzino due pezzi del terzo cedro e li unirono a forma di croce. Lasciarono la croce buttata in un angolo e alcune ore dopo portarono un uomo barbaramente ferito e lo inchiodarono al suo legno. Preso dall’orrore, il cedro pianse la barbara eredità che la vita gli aveva lasciato. Prima che fossero trascorsi tre giorni, tuttavia, il terzo albero capì il suo destino; l’uomo che era inchiodato al suo legno era ora la Luce che illuminava ogni cosa. La croce che era stata costruita con il suo legno non era più un simbolo di tortura, ma si era trasformata in un simbolo di vittoria.

Come sempre avviene con i sogni, i tre cedri del Libano avevano visto compiersi il destino in cui speravano, anche se in modo diverso da come avevano immaginato.»Paulo Coelho

Non sono certo bravo come Coelho ma mi piacerebbe essere in grado di fare qualcosa per quelle piante che ora sorvegliano l’ingresso di Asso, che hanno visto e vissuto le storie del nostro paese, sia quelle che conosco che quelle che sono state dimenticate. Sembra che presto saranno abbattute e se non è possibile salvarle vorrei almeno salvarne la memoria: Chi mi aiuta?

Alle elementari ricordo di aver fatto un disegno che aveva per tema il temporale. Dovevamo disegnare quello che vedavamo dalla finestra della classe, all’epoca, nel palazzo del comune: fulmini gialli, gocce di pioggia blu, la macchina del vigile ed il profilo stilizzato verde pastello dei due alberi. Questo era un temporale ad Asso 25 anni fa.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. Continua il dibattito su “Assese.it” ed anche l’iniziativa «Abbraccia il cedro e mandaci una foto». Immortalatevi con le due piante!



Il calore di una cucina

Kitchen Love

Kitchen Love

[Ascolta] Sprofondo nel suo divano, disteso in un oasi di pace nella sua cucina. Fuori nevica, Lei armeggia ai fornelli e lo stereo suona di parole lievi e chitarra acustica. Tutto mi sembra così strano. Ascolto immobile il suono delle posate, delle pentole, di Lei che canticchia cucinando un minestrone. Già il minestrone, lo evitavo come la peste da piccolo ma è tanto tempo che qualcuno non cucinava per me, disteso su un divano in contemplazione della cuoca.

Chiudo gli occhi perchè non ho la forza di muovere un muscolo, la volontà di rompere quell’attimo. Un paio di bicchieri di vino su un tavolo apparecchiato e qualche candela. Mi sfila di fronte con i pantaloni della tuta e mi infila in bocca un cracker con formaggio e miele. Chiudo gli occhi, troppe luci, troppi suoni, troppo calore. Chiudo gli occhi perchè qualcosa si muove dentro ed i miei occhi si sono fatti lucidi. Quanto tempo è che non mi sentivo a “casa”? Quanto tempo sono stato un disperato al vento?

Lei se ne accorge. Sorride ma non dice nulla, mi accarezza la zazzera e mi allunga un’altra tartina ridendo. Non so quasi nulla di Lei eppure mi fa sentire così bene, così maledettamente vulnerabile. Sciolgo i nodi della mente e mi lascio scivolare in questo mare caldo mentre la musica increspa l’acqua. Resta pure immobile, mio giovane Birillo, respira placido questo istante.

Quando l’ho vista la prima volta l’avevo trovata “bruttarella” e, incredibilmente, Lei mi aveva etichettato come il “belloccio stupido” di turno. Dice che è stato scompigliandole i capelli che si è ricreduta, forse ho ancora un po’ di magia nella punta delle dita. Magia, deve essere magica anche lei se è riuscita ad addomesticare anche il mio orgoglio: belloccio stupido, quasi non mi importa neppure più.

No, non mi importa. Sono lontano mille miglia da tutto, sono fuso con questo divano nella sua cucina e questo mi basta. Che sia felicità quella strana cosa che provo ora? Non so, ora non importa…

Davide “Birillo” Valsecchi



Galeotto fu quel libro

Discesa agli Inferi

Discesa agli Inferi

Adulterio. Tra tutti i peccati mi sembrò il più stupido ma, tantè, di cose strane fino ad allora ne avevo vedute parecchie. Davanti a me cammivano Dante e Virgilio, sdegnosi e superbi i due poeti si tenevano ben lontani dall’umile scribacchino di Asso avanzando tra il fango e la sofferenza di quest’Inferno con severa distanza.

Altri non avrebbe potuto rivolgermi le spalle con tanta superficialità ma per quei gironi  loro erano le  guide mie e, con pazienza,  solo seguirli da presso potevo. Quasi divertito fui da quell’ oscuro mondo pieno di meraviglie ma troppo innanzi al mio tempo mi ritrovavo per riconoscere miei contemporanei in mezzo a quei volti sconosciuti.

Ascoltavo la loro buffa lingua, così simile alla mia seppur diversa, cercando di capire cosa dicessero a quelli a cui si facevano presso scambiando parola. E fu allora che incontrammo Francesca, dal viso e dalla voce dolce e malinconica.

Vicino a lei un mezz’uomo piagniucolante le stava accanto senza proferir parola se non in pianto. Paolo Malatesta era il nome di quel disgraziato che parea essere in legame con la bella Francesca. Sebbene nel girone degli Adulteri mi ritrassi dall’idea di fare, all’Inferno, il pavone per quella giovane in barba al suo frignante compagno e mi feci sotto per ascoltare la loro storia:” Galeotto fu quel libro e chi lo scrisse…

Quale ira mi provocava una voce così dolce al fianco di una tale nullità. Ma il mio stupore si aggravò nello scoprire che Paolo conobbe Francesca come procuratore della promessa di nozze di Gianciotto. Il miserabile avea al fratello soffiato la donna, incredibile a sentire mi parevano tali parole!! Ma la famiglia, che scoprì la loro infatuazione, li punì con il sangue ed ecco la cagion del esser loro tra i dannati.

Leggere ed unite ora le lor anime volavan nel vento della passione che li avea travolsi scontando la loro colpa negli Inferi. “Ma scusa, li hanno lasciati assieme? Che diavolo di pena è lasciare due amanti assieme per l’eternità?!!”. La domanda mi sfuggì improvvisa ed il fiorentino mi fulminò superbo con gli occhi dietro il suo naso arrogante. Ma Virgilio mi rispose, con il fare gentile dei veneti, che l’amore legava i due troppo forte per essere diviso e che per questo erano del vento preda insieme .

Che ciò l’amore dell’uomo unisce neppure Dio può dividere, questo tu mi dici sommo poeta?” Le mie parole volaron per l’Inferno come bestemmia d’angelo e persino i demoni mi guardarono indispettiti per il mio ardire. Nasone e Virgilio sdegnosi allor si mossero lasciandomi addietro.

Che la forza dell’amore dell’uomo potesse superare il potere di Dio? Di questo io mi interrogavo. Quale grande vanto per la mia gente sarebbe tale immenso potere, il potere di amare. Ma al contempo guardavo Paolo. Come poteva un amante piangere così sommesso dopo esser stato condannato all’eternità con la sua amata, poteva davvero il tormento di quel vento essere più scosolante della separazione a cui tutti siamo condannati?

E fu allora che compresi, che vidi l’errore mio ma anche quello dei due poeti. Cappii: Paolo non amava Francesca e di fronte a lei, a quella creatura tanto bella, celava eternamente quel segreto a colei che  lo amava con tanto ardore. La sua pena era vivere in quel pianto, nel rimorso di non averle detto quella verità triste, di non aver avuto il coraggio patendo ora il senso di colpa. L’eternità con la donna che non amava e a cui aveva rubato il futuro. Il misero aveva ben ragione di pianger. Ed anche Francesca, che nel suo cuore sapeva la verità, non poteva che restare accanto all’uomo a cui aveva donato l’amore e la vita. Per l’eternità al fianco di un uomo che non la amava celandole il segreto:“Una botta e via”. Un biglietto per l’inferno…

L’amore che unisce due cuori lega due anime rendendole inscindibili persino a Dio ma era la mancanza di amore a vincolare i due, schiavi di una scelta sbagliata, di un sì vuoto dato forse nella speranza della passione vera. Quanti fastidi eviterebbe alla volte il parlar chiaro!!

Ripensai alla mia amata, colei che alberga nel mio cuore ormai perduta. Ripensai alle donne che ebbi a stringere cercando inutilmente di colmar quel vuoto. Ripensai alla tristezza di possedere ormai solo un cuore di sabbia che si sgretola tra le dita. “Amor, che a nullo amato amar perdona“. Quale errore è sperare di essere amati semplicemente amando.

Provai pietà per quelle anime e per il cuore mio anche. Li lasciai dietro i miei passi proseguendo nell’antro appresso ai miei due superbi compagni di viaggio. Da molto prima d’ essere qui attraversavo da vivo quest’ inferno che ora scontavano queste misere anime. Più in là, lungo il cammino, mi aspettava Ulisse, con lui avrei parlato delle sirene e, forse, avrebbe potuto capirmi.

Davide “Birillo” Valsecchi

[Ricetta per un viaggio agli inferi: birra + appunti lezione di letteratura su Dante, effetto garantito!!]



Quello che una donna sa…

Miyamoto Musashi

Miyamoto Musashi

In questi giorni mi sto dedicando a qualcosa di diverso. Ho sempre avuto un buon rapporto con il mio corpo ed ho istruito la mia mente negli ambiti più strani. Sono sempre stato un ricercatore, uno sperimentatore.

Uno delle storie che più hanno affascinato è quella di Miyamoto Musashi, un generale giapponese diventato uno degli spadaccini leggendari del Sol Levante. Musashi è l’autore de Il Libro dei Cinque Anelli, un opera che spazia dalla filosofia alla letteratura trattando di strategia militare. Un libro che descrivendo l’arte della spada inanella citazioni e spunti su cui riflettere: “Lo spirito con il quale si sconfigge un uomo è lo stesso con il quale si sconfiggono dieci milioni di uomini.”

Musashi è diventato parte del folklore e la sua vita è racconata in uno dei più famosi romanzi a puntate giapponesi del ‘900. Era uno giovane scapestrato la cui famiglia era stata sconfitta durante le lotte tra i clan. In disgrazia la sua storia lo vede prima reietto e fuorilegge e poi, grazie ai mestri che incontra durante il suo viaggio, sempre più maturo, famoso e saggio fino al leggendario duello di spade contro Kojirō “Ganryu” Sasaki.

Il suo addestramento non sempre fu leggero, il famoso monaco Zen Takuan infatti lo bastonò per bene e lo rinchiuse in una torre un anno intero affinchè leggesse tutti i libri conservati nel monastero. Questo per insegnare a Musashi quanto la conoscenza sia la prima arma di un guerriero.

Così, visto che la spada spesso si confonde con la penna, mi sono lasciato trascinare da un amica in un dojo dove insegnano Katori Shinto Ryu e si imapra l’uso della spada giapponese. Birillo armato di spada di legno è particolarmente ridicolo!!

Una delle prime cose che ho imparato è il concetto di “centro” e cosa significhi prendere o perdere il “centro”. Vediamo se riesco a spiegare quella che è una piccola magia che trascende nella filosofia.

Il centro lo scopri quando i due contendenti si trovano di fronte e le due spade sono affiancate fino ad incorciarsi per le punte. In questa posizione i due sono in equilibrio paritetico puntadosi contro l’un l’altro le proprie spade. Poi uno dei due semplicemente ruota la propria spada e rivolge il filo verso l’altra spada e, con un semplice gesto, spezza l’equilibrio, prende il centro.

Le spade sono curve ed ora, se entrambi portassero un affondo diretto, solo la spada di colui che ha il centro raggiungerebbe il bersaglio mentre l’altra, seppure di poco, finirebbe inevitabilmente deviata fuori sagoma. Se perdi il centro puoi sono ritirarti in difesa o tentare un attacco suicida il cui esito può essere deciso solo dagli dei.

Puo sembrare un dettaglio sottile ma non lo è affatto. Qualche giorno fa ne ho visto l’applicazione comprendendo la differenza tra una donna ed una ragazza. Una differenza sottile ma abissale: ad una donna, che ti si para davanti con i suoi profondi occhi nocciola, il centro non lo puoi rubare.

Con i tuoi occhi azzurri come il cielo di montagna puoi aver giostrato facili duelli con giovani ragazze ma questa volta i trucchi non ti salveranno. Di fronte agli occhi di una donna lei ha il centro, puoi solo ritirarti o portare il tuo attacco, consapevole di poter non arrivare a bersaglio ed essere trafitto a morte.

Questa volta ho paura che sanguinerò parecchio, più del solito!!

Davide “Birillo” Valsecchi



La volontà perfora la roccia

tigreTempo fa mi sono ritrovato a discutere con una bellissima ragazza del valore dei sensi. Lei, citando Ghandi, mi disse: “Chi non controlla i propri sensi è come colui che naviga su un vascello senza timone,  destinato quindi a infrangersi in mille pezzi non appena incontrerà il primo scoglio.

Io non ero affatto in accordo con questa frase, i sensi sono lo specchio su cui si riflette il mondo, la percezione passiva di qualcosa che sta al di fuori di noi.

Non possiamo controllare i nostri sensi così come non possiamo avere certezza della realtà che ci circonda. Inoltre passiamo la vita a confondere i nostri sensi e spesso dimentichiamo che quando qualcuno vorrà ingannarci lo farà cominciando proprio dai sensi.

Tuttavia controllando la volontà dietro le nostre azioni i sensi divenentano solo accessori. E’ la volontà che “perfora la roccia” anche quando i sensi saranno confusi.

Onestamente non so perchè invece di invitarla fuori mi sono dilungato in questa strana diatriba tra sensi e volontà, forse il mio “sesto senso” suggeriva prudenza e così mi sono limitato a raccontare una delle leggende che mi è più cara e che forse non è cosi nota come credevo.

Ecco la leggenda da cui trae origine il detto “La volontà perfora la roccia“:

«In un villaggio indiano la giovane sposa di un cacciatore venne assalita ed uccisa da una tigre. Il marito, sconvolto dal dolore per l’amata, afferrò il proprio arco e si lanciò nel fitto della foresta per uccidere la tigre.

La rabbia e la tristezza avevano rapito la mente del giovane che ormai null’altro bramava che vendicare la propria sposa. Corse giorni interi senza riposare nel suo inseguimento. La fatica assalì il suo corpo ma il desiderio di punire la bestia lo sostenne incrollabilmente.

All’improvviso il cacciatore, stremato e furente, vide la tigre nascosta tra le fronde. Incoccò la freccia ed in essa riversò tutto il suo odio, tutta la sua tristezza per la donna amata e perduta. La freccia sibilò nella gingla quasi animata di vita propria bramando di colpire il bersaglio con tutta la furia di colui che l’aveva scagliata.

La freccia si abbattè con un suono violento sulla tigre ed affondò nelle sue carni per metà della sua lunghezza.

Il cacciatore abbassò l’arco ed ormai svuotato dai suoi tormenti si abbandonò alla fatica. Ma, alzando lo squardo, rivede la tigre, immobile nella giungla trafitta dalla freccia. Perchè non si era mossa? Perchè non era crollata morta? Il giovane allora si avvicinò alla bestia e solo allora si rese conto del suo errore. La tirgre era solo un masso che della bestia aveva la forma. Ma la freccia era conficcata profondamente in essa, non era rimbalzata nè si era spezzata. La volontà del giovane era stata tanto forte da fargli perforare la roccia.

Il cacciatore si rese conto allora dell’inutilità della sua vendetta e decise di fare ritorno alla propria casa per piangere l’amata. Da allora, tuttavia, si diche che la voltontà perfori la roccia.»

“Volere è potere”. La volontà è potente, persino la potenza del destino prende il nome di volontà divina. La volontà è, contrariamente ai sensi, dentro di noi, potenzialmente sotto il nostro pieno controllo, siamo noi a crearla e ad alimentarla. Non è una manifestazione passiva del mondo ma bensì un nostro atto volontario.

Ma il difficile di controllare la volontà e capire ciò che realmente si vuole. “Cosa voglio davvero?” Questa è la domanda da porsi, la stessa con cui mi sono interrogato guardando la ragazza andar via ancheggiando mentre, con quello strano sorriso ammiccante, trascinava piacevolmente i miei sensi verso gli scogli.

Davide “Birillo” Valsecchi



La Ninfa Siringa ed il Dio Pan

Siringa di Arthur Hacker

Siringa di Arthur Hacker

Qualche settimana fa ero a Como con Enzo in piazza del Duomo. Era il periodo del Palio del Baradello e per le vie della città passeggiavano figuranti in constume medioevale. Noi eravamo seduti ai tavolini del Nova Comum bevendo birra quando ci si avvicina niente meno che l’Imperatore Barbarossa con tanto di mantello e scettro. Mi squadra e mi dice “Tu andresti bene per fare la parte di un Germanico“. Enzo è praticamente scoppiato a ridere sapendo che,  grazie a mia nonna, buona parte del mio sangue è Made in Germany: “Maestà ho idea che Birillo sia germanico più di quanto Lei creda!

Il figurante ci gardava un pò disorientato, poi ho pensato che in fondo il Castello di Asso è stato uno dei pochi che, volente o nolente, il Barbarossa fù costretto a risparmiare e rispettare. Così ho risposto:“Io vengo da Asso, Imperatore, chiederò alla nostra gente se per l’anno prossimo potrà mandare degli armigeri in rappresentaza del nostro paese.” Ovviamente sfoggiando il mio sorriso più truce perchè gli assesi non hanno mai abbassato la testa con l’Imperatore…

Apparire come due “strani” ad un omone adulto che si aggira in calzamaglia con una barba tinta di rosso e  la corona di tolla è un bel primato anche per Enzo e me. Tuttavia credo che partecipare, come Assese, al prossimo palio è qualcosa su cui rifletterò.

Oggi una mia amica, invece, mi ha proposto di entrare nei Bei di Erba, uno dei gruppi folkloristici della nostra zona che viene invitato ad esibirsi in tutta Europa. “Ma che dovrei fare oltre a vestirmi?“- le ho chiesto e lei mi ha risposto “Basta che impari a suonare il Flauto di Pan per iniziare“.

Il Fluto di Pan, accidenti. L’armonica dell’antichità comune a tutte le culture del pianeta. Le ho chiesto se conoscesse l’altro nome di quello strumento e lei, che non lo sapeva, mi ha risposto  ridendo che era impossibile si chiamasse Siringa. Così abbiamo fatto una piccola scommessa su chi avesse ragione, nulla di particolare o sconveniente intendiamoci, e questo mio piccolo articolo ha lo scopo di dimostrarle (come previsto) che ho vinto ma anche di raccontare come si deve il piccolo mito greco da cui trae origine il nome:

«Un giorno il dio Pan, lo spirito di tutte le creature naturali e delle foreste, si aggirava lungo le rive di un fiume. Allegro e spensierato come sempre vide una ninfa degli alberi il cui nome era Siringa (Syrinx) e se ne innamorò perdutamente. Quando la ninfa vide il dio, per metà uomo e per metà capra, rimase terrorizzata e scappò verso il fiume nascondendosi tra i canneti.  Spaventata non voleva ricambiare in alcun modo l’amore del dio e supplicò le ninfe dell’acqua che abitavano il fiume di trasformarla in una della canne del canneto. Così avvenne. Il dio Pan la rincorse ma riuscendo a trovarla comprese cosa era accaduto. Sconsolato ed afflitto prese una canna e la taglio riunendo ed allinenadone in pezzi. Il dio cominciò a soffiarci dentro cercando conforto nella musica di quello strumento musicale che era appunto Siringa,  il primo flauto di Pan della storia.»

Credo di aver vinto ed alla mia amica toccherà indossare il vestito tradizionale in un occasione piuttosto inconsueta ma pubblica, non pensiate male (purtroppo!!). D’altro canto credo che viste le affinità con il dio Pan, protettore della foresta mezzo uomo e mezzo becco, mi toccherà davvero imparare a suonare questo strumento dalla storia così malinconica.

Ultima curiosità, di cui non ero a conoscenza ma che ho scoperto cercando un’immagine di Siringa, è l’origine della parola “Panico“. Deriva infatti proprio dalla paura irrefrenabile che il dio Pan era in grado d’ instillare con le sue urla. La tradizione vuole che fosse in grado di spaventare eserciti interi e gli stessi Dei. Potenza del suono che scuote gli animi! E’ curioso scoprire che lo sprito greco della natura padroneggiava probabilmente una delle prime forme di Kiai, l’urlo giapponese del guerriero.

Il termine Pandemonio invece non ha nessun legame con Pan e nemmeno con il mondo classico essendo stato coniato addirittura nel 1600 da Jhon Milton nel suo libro Paradiso Perduto. Oggigiorno viene usato per indicare fracasso o confusione mentre Milton lo utilizzava per indicare il palazzo edificato da Satana e la camera di consiglio dei Demoni. Incredibile come il tempo trasformi il senso delle parole!

Davide “Birillo” Valsecchi



Tex “Aquila della Notte” Willer

Tex Willer ed i suoi Pards

Tex Willer ed i suoi Pards

Quando ero bambino in casa mia i fumetti di Tex erano chiamati “La Cultura”, era impensabile andare in vacanza senza una buona scorta di albi, ristampe e raccolte da leggere sul terrazzo fuori la veranda, aspettando il pranzo dopo essere tornati dal bosco in cerca di funghi nella calura estiva.

Tex Willer, che ha più o meno una quarantina d’anni, tiene banco con la sua storia nelle edicole da oltre 67 anni ed ormai è un icona, un piccolo grande maestro il cui pensiero ha attraversato le generazioni di questa nostra distratta Italia quasi immutato.

Assomiglia al “Grinta” di Jhon Wayne ma ha una grandezza ed un umanità inarrivabili. E’ un “bianco” ma non un Texano razzista, un ranger che si batte per la legge dello Stato ma anche orgogliosamente a capo di una tribù di pelle rossa e spesso ricopre il ruolo di grande mediatore sia tra le tribù che con il governo. Rivoluzionario e reazionario allo stesso tempo, è dotato di una personalità gigantesca, un uomo profondamente radicato nel mondo che lo circonda, pronto tanto alla pace quanto allo scontro.

La legge è al di sopra di tutto ma al di sotto di ciò che lui considera giustizia, la legge è la regola ma, caricandosi il peso delle proprie responsabilità, ci si può spingere oltre. Ogni uomo è padrone del proprio destino e decide la propria strada, a qualunque costo e pagando il prezzo pieno delle proprie azioni.

Questo sconvolge di Tex: è il più pacifico ammazzasette in circolazione eppure rimane sempre e comunque una persona universalmente considerata buona o quanto meno giusta. E’ vero, lui uccide simbolicamente idee più che persone vere ma il suo approccio, anche quando moderato, è limpidamente diretto ed accettato. Questo perchè la sua figura si muove in un mondo violento,  in rapido cambiamente e lui, sebbene mai malinconico o affranto, emerge da un passato di sofferenza e tragedia affrontando il proprio presente con la decisione di chi può solo andare avanti.

Tex ha perso la moglie, ha perso il padre, ha perso il fratello. Sebbene poco noto prima di diventare un ranger aveva abbandonato il ranch di famiglia litigando con il fratello,  si arrabbattava come poteva e, prima di sposare l’amata indiana che diede alla luce suo figlio, era spesso ricercato come fuorilegge per essersi fatto giustizia da solo. Tex non ha una casa, non ha più radici se non quelle forti con il villaggio che lo considera capo. Passa la vita come un vagabondo battendosi per la propria patria, il governo, e la propria nazione, quella Navajo.

Eppure non è uno di quegli eroi moderni, decadenti, distrutti dalla sofferenza, sconfitti dalla vita e quindi pronti ad immolarsi per la causa nella scena finale solo per sentirsi accettati. Tex ride, si fa un paio di birre, si fuma una sigaretta dopo una bella bistecca ed è pronto a sifdare nuovamente le fiamme dell’Inferno. Questa è la grandezza assoluta di Tex: lui è convinto ancora di poter vincere, di poter far trionfare i suoi ideali.

Eppure noi sappiamo come diverrà l’America, che fine faranno i pelle rossa e quanto lontano dall’imminario del “ranger” diverrà il mondo ma nonostante questo ancora crediamo in Tex, forse meno illusi, ma è impossibile non voler bene a quel “Satanasso”. Forse il mondo avrebbe potuto essere diverso se Tex fosse esistito, se una squadra di amici, i Pards, si fosse battuta per la cosa giusta. Chissà.

Quello che è certo è che Tex, sebbene nato in Texas, pensa all’italiana e la sua morale, la sua etica e la sua visione del mondo sono radicate nella nostra. Gli americani hanno il “Grinta” ma le differenze sono notevoli!!

Un altra figura del Far West che mi ha sempre affascianto e che purtroppo oggi è spesso dimenticata è Jack Crabb, il fantastico personaggio interpretato da Dustin Hoffman in ”Piccolo Grande Uomo”, un film che andrebbe visto molto più spesso. Hoka Hey! Oggi è un buon giorno per morire!

Davide “Birillo” Valsecchi



Il canto della sirena rossa mi chiama…

Red SirenIl canto della Sirena mi chiama, mi sveglia la notte mentre il ricordo del mare ancora mi brucia sulla pelle. Quanti anni mi hai trattenuto in mare sirena?
Per quanto sono stato prigioniero e quando mi renderai la libertà?
Novello Ulisse ho sfidato il tuo canto e sono stato trascinato negli abissi.
Mi sono battuto in un mondo che non era il mio lasciando alle spalle la mia terra nativa, lasciando che il sale inaridisse le mie radici.
Quanto tempo speso a scontrarmi con il Mare per averti.
Ora respiro sott’acqua, ora ho riguadagnato la riva e sento di nuovo la salda roccia a cui aggrapparmi, lascio questo Mare mentre le onde mi sbattono contro violente.
Ma ora ho di nuovo i piedi per terra, ora il Mare non è più avversario alla mia altezza.
Il Mare non vuole che riemerga, vorrebbe tenermi in sua balia impedendomi di alzarmi di nuovo sulle mie gambe.
Ma io non sono più suo, non sono più tuo.
Sfogati Mare, io sono di nuovo sulla terra ferma, là dove io sono Re e tu Servo!!
Inalza le tue onde ed urla io ti aspetto su questo scoglio pronto a battermi come sempre.
Cresci e lanciati nel mio regno, muori ustionato dai raggi di mio fratello Sole.
Non mi fa paura la tua furia, ciò che temo è il tuo silenzio.
Quando di nuovo quieto io cercherò tra le tue onde i suoi capelli rossi sperando di poterla baciare di nuovo sulla spiaggia, prigioniero ora di questa terra come lo fui allora tra i tuoi flutti.
Ma lei non è più mia nè forse lo è mai stata.
Lei è figlia del Mare ed io della Foresta e dei Monti.
Possa il mio cuore trovare la pace nelle ninfe delle fonti e dei ruscelli, possa la mia bocca dimenticare il sapore del sale sulle sue labbra mentre il ricordo e la speranza di una promessa affogano tra le onde.
La nostalgia nel mio cuore non guarirà con l’acqua dolce ed il segno del mare resterà sulla mia pelle anche nell’ombra delle mie foreste.
Questo è il prezzo che pagano coloro che hanno udito il canto della sirena. Questa è la mia pena per aver sfidato il Mare.

Picture of “A Mermaid” by John William Waterhouse, 1905.