Archive for the ‘natura’ Category.

La Ninfa Siringa ed il Dio Pan

Siringa di Arthur Hacker

Siringa di Arthur Hacker

Qualche settimana fa ero a Como con Enzo in piazza del Duomo. Era il periodo del Palio del Baradello e per le vie della città passeggiavano figuranti in constume medioevale. Noi eravamo seduti ai tavolini del Nova Comum bevendo birra quando ci si avvicina niente meno che l’Imperatore Barbarossa con tanto di mantello e scettro. Mi squadra e mi dice “Tu andresti bene per fare la parte di un Germanico“. Enzo è praticamente scoppiato a ridere sapendo che,  grazie a mia nonna, buona parte del mio sangue è Made in Germany: “Maestà ho idea che Birillo sia germanico più di quanto Lei creda!

Il figurante ci gardava un pò disorientato, poi ho pensato che in fondo il Castello di Asso è stato uno dei pochi che, volente o nolente, il Barbarossa fù costretto a risparmiare e rispettare. Così ho risposto:“Io vengo da Asso, Imperatore, chiederò alla nostra gente se per l’anno prossimo potrà mandare degli armigeri in rappresentaza del nostro paese.” Ovviamente sfoggiando il mio sorriso più truce perchè gli assesi non hanno mai abbassato la testa con l’Imperatore…

Apparire come due “strani” ad un omone adulto che si aggira in calzamaglia con una barba tinta di rosso e  la corona di tolla è un bel primato anche per Enzo e me. Tuttavia credo che partecipare, come Assese, al prossimo palio è qualcosa su cui rifletterò.

Oggi una mia amica, invece, mi ha proposto di entrare nei Bei di Erba, uno dei gruppi folkloristici della nostra zona che viene invitato ad esibirsi in tutta Europa. “Ma che dovrei fare oltre a vestirmi?“- le ho chiesto e lei mi ha risposto “Basta che impari a suonare il Flauto di Pan per iniziare“.

Il Fluto di Pan, accidenti. L’armonica dell’antichità comune a tutte le culture del pianeta. Le ho chiesto se conoscesse l’altro nome di quello strumento e lei, che non lo sapeva, mi ha risposto  ridendo che era impossibile si chiamasse Siringa. Così abbiamo fatto una piccola scommessa su chi avesse ragione, nulla di particolare o sconveniente intendiamoci, e questo mio piccolo articolo ha lo scopo di dimostrarle (come previsto) che ho vinto ma anche di raccontare come si deve il piccolo mito greco da cui trae origine il nome:

«Un giorno il dio Pan, lo spirito di tutte le creature naturali e delle foreste, si aggirava lungo le rive di un fiume. Allegro e spensierato come sempre vide una ninfa degli alberi il cui nome era Siringa (Syrinx) e se ne innamorò perdutamente. Quando la ninfa vide il dio, per metà uomo e per metà capra, rimase terrorizzata e scappò verso il fiume nascondendosi tra i canneti.  Spaventata non voleva ricambiare in alcun modo l’amore del dio e supplicò le ninfe dell’acqua che abitavano il fiume di trasformarla in una della canne del canneto. Così avvenne. Il dio Pan la rincorse ma riuscendo a trovarla comprese cosa era accaduto. Sconsolato ed afflitto prese una canna e la taglio riunendo ed allinenadone in pezzi. Il dio cominciò a soffiarci dentro cercando conforto nella musica di quello strumento musicale che era appunto Siringa,  il primo flauto di Pan della storia.»

Credo di aver vinto ed alla mia amica toccherà indossare il vestito tradizionale in un occasione piuttosto inconsueta ma pubblica, non pensiate male (purtroppo!!). D’altro canto credo che viste le affinità con il dio Pan, protettore della foresta mezzo uomo e mezzo becco, mi toccherà davvero imparare a suonare questo strumento dalla storia così malinconica.

Ultima curiosità, di cui non ero a conoscenza ma che ho scoperto cercando un’immagine di Siringa, è l’origine della parola “Panico“. Deriva infatti proprio dalla paura irrefrenabile che il dio Pan era in grado d’ instillare con le sue urla. La tradizione vuole che fosse in grado di spaventare eserciti interi e gli stessi Dei. Potenza del suono che scuote gli animi! E’ curioso scoprire che lo sprito greco della natura padroneggiava probabilmente una delle prime forme di Kiai, l’urlo giapponese del guerriero.

Il termine Pandemonio invece non ha nessun legame con Pan e nemmeno con il mondo classico essendo stato coniato addirittura nel 1600 da Jhon Milton nel suo libro Paradiso Perduto. Oggigiorno viene usato per indicare fracasso o confusione mentre Milton lo utilizzava per indicare il palazzo edificato da Satana e la camera di consiglio dei Demoni. Incredibile come il tempo trasformi il senso delle parole!

Davide “Birillo” Valsecchi



La Vallassina incontra la Val Sanagra

Domenica pomeriggio ero a Como con Enzo alla Fiera dal Libro di Como,“Parolario”. Certo, io vengo da Assoe noi abbiamo la Festa del Libro, un iniziativa nata, prima in Italia, nel 1927 grazie a Raffaello Bertieri, editore di fama internazionale e podestà di Asso. Tuttavia passare una bella giornata di sole tra i libri a bordo lago è sempre piacevole. (okay, ora domo il mio campanilismo e proseguo con la storia!!)

Stavamo rovistando tra le cartoline ed abbiamo cominciato a chiaccheirare con un ragazzo, pressappoco della mia età, sulla vecchia funicolare di Santa Margherita, soggetto di un mio racconto qualche tempo fa, Santambrogio e la Funicolare di Santa Margherita. Tra l’altro la situazione della funicolare si è evoluta e ci sono buone possibilità che non solo si salvi ma che presto rientri in servizio.

Una cosa tira l’altra ed Enzo, chiacchierando con il ragazzo e la sua amica, cita “Cima” in maniera indiretta: “Lui” -indicandomi-” ha un sito sulla Vallassina…” Il ragazzo si ferma, mi squadra e mi chiede “Tu come ti chiami?” Accidenti, le domande dirette mi fanno sempre un certo effetto. “Davide, Valsecchi” -rispondo incerto ed aggiungo dubbioso – “Birillo, scrivo per Cima-Asso“.  Lui si illumina: “Lo conosco il tuo sito! Vado spesso a cercare quando mi serve qualcosa sulla Vallassina. Siete stati in India di rencente!

Confesso che ancora non ho le idee chiare su cosa dire o fare quando incontro qualcuno di “sconosciuto” che però mi “conosce” per via di “Cima”. Timidezza latente in un mondo digitale credo. Sta di fatto che ci siamo presentati e conosciuti un pò meglio.

Lui si chiama Attilio Selva ed è un giovane ma conosciuto geologo che effettua ricerce nel territorio comasco. Mi ha raccontato del suo ultimo libro “Storia Geologica della provincia di Como” e del precedente “Alla ricerca dei fossili nei monti e nelle cave del Lario e del Ceresio”. Il libro realizzato in collaborazione con la Provincia di Como e l’Università dell’Insubria è disponibile gratuitamente presso la sede della Provincia di Como Settore Ambiente ed Ecologia.

Mi ha anche raccontato come collabori con il Museo di Val Sanagra. La Val Sanagra si estende lungo l’omonimo fiume a nord-ovest di Menaggio per una quindicina dichilometri tra i monti Bregagno, Grona e Monti di Gottro. Il territorio, che fa parte dei Comuni di Menaggio, Plesio e Grandola, offre tali elementi naturalistici e storico-etnografici da essere diventato un Parco di Interesse Sovracomunale.

Il Museo Etnografico e Naturalistico Val Sanagra, stituato a Grandola, è stato ideato nel 1986 ed oggi vanta diverse sale tematiche ed installazioni esterne che si fondono con il Parco diventando un tutt’uno. Io non conosco quelle zone del lago di Como ed ormai Enzo si è già rassegnato: i due assesi dovranno per forza andare a scoprire che succede da quelle parti!!

Il resto del pomeriggio, dopo tanta cultura, lo abbiamo speso bevendo birra nella centralissima piazza Cavour ai tavolini del Touring Cafè, uno dei nostri sostenitori per il viaggio in Ladakh e che ancora oggi espone alcune delle trenta opere realizzate dagli artisti, comaschi e non, per il nostro viaggio: Two For The Road: Arte per il Ladakh.

Enzo ed io ci siamo “persi” Maggio, Giugno e Luglio in giro per i monti e le valli Himalayane. Posso garantirvi che “gambe” come quelle che si vedono in giro per Como in queste ultime giornate d’estate laggiù in India proprio non le hanno. Ogni volta che qualcuno pensa che il misticismo e l’ascetismo orientale siano la scelta giusta dovrebbe venire qui in piazza a guardare certe gonne made in Italy.  Como mi piace Como ma sopratutto le occidentali!!

Davide “Birillo” Valsecchi



Steve Irwin – Il cacciatore di coccodrilli

Steve Irwin

Steve Irwin

Noto come “Il Cacciatore di Coccodrilli”, Steve Irwin, era un naturalista e documentarista australiano che, con sprezzo del pericolo, si avvicinava al mondo animale con coraggio e passione.

Adoravo guardare i suoi documentari e quella strana follia che gli brillava negli occhi quando affrontava, spesso al buio tra i fari, animali feroci tra l’erba alta o peggio ancora tra paludosi canneti.

Era l’entusiamo di questo strano personaggio che affascinava, quel sorriso incomprensibile con cui rideva verso la telecamera trattenendo a sè le più incredibili bestie.

E’ stato ucciso durante un immersione da una  pastinaca o trigone, un pesce che può misurare oltre due metri di lunghezza, di cui metà è occupata dalla coda. È proprio la coda di questo insolito pesce dove si trova il punto più pericoloso del pesce: il puntiglione.

Il trigone è un animale che vive soprattutto nei fondali del Mar Mediterraneo, Oceano Atlantico e Mar Nero. E’ un pesce insidioso, poiché si nasconde sotto la sabbia e se qualcuno inavvertitamente lo urta, si sente minacciato, attorciglia la coda intorno al “nemico” fino a che non lo punge con il suo puntiglione.

Il 4 Settembre 2006 uno di questi pesci ha ucciso Steve Irwin colpendolo al cuore. Riposa in pace cacciatore di coccodrilli, io tifavo per te.

Davide “Birillo” Valsecchi


La cascata della vallategna

La vallategna by Dario Tagliabue

La Vallategna by Dario Tagliabue

«Non è la cascata di Vallategna il culmine estremo settentrionale della tua Brianza… il confine tra Brianza e Valassina è fluttuante non è un luogo definito, nè quella cascata e nemmeno quelle colline, ma è scritto nel cuore e non si cancella» Stendhal

Qualche settimana fa vi avevo mostrato il Lambro e l’Orrido di Ponte Oscuro, una delle due bellezze di Asso citate da Stendhal dopo la sua visita il 12 Agosto del 1812.

Ora tocca alla Vallategna: la cascata sorge in mezzo alle valli dell’alto Lambro, sul confine fra i comuni di Asso e Canzo segna anche la fine della Brianza e l’inizio della Valsassina.

La fonte da cui si origina è il torrente Foce, che sfocia nel Lambro dopo aver dato vita alla cascata. Il salto d’acqua di 30 metri è reso caratteristico dalla morfologia del dirupo e della vegetazione che attraversa fino a formare un laghetto prima di confluire nel Lambro.

Questa foto è stata realizzata da Dario Tagliabue (www.dariotagliabue.com) e pubblicata su Flickr, il portale internazionale della fotografia. Una bellissima foto che rende l’idea di come possa essere apparsa a Stendhal la nostra cascata. Grazie Dario!!

«Uscendo da Canzo, ammiri la cascata della Vallategna, le cui acque, scolo della Val Brona e Val Vicino, balzanti a picco da erta rupe in forma di schiuma la cui bianchezza trae rilievo dalla folta verdura dei margini, spruzzano i viandanti, su a cinquanta passi di distanza e rallegrano l’estate coi colori dell’iride, l’inverno coi vagli scherzi del gelo. Non le tolse ogni bellezza l’essere utilizzata a mover il grande torcitojo di Verza che le sovrasta. Non avrà buttato, il tempo chi salga a visitar l’acquedotto, da cui gettasi un’altra cascatella con curva ancor maggiore: e ammirato il bel filatojo, si può scendere per bel giardino all’inglese fin alla filanda che è in piano, ricca dè più moderni raffinamenti». (Cesare Cantù 1858)

Questa è la nostra cascata ed è così che la vede chi passa da Asso.  Per noi deve essere un patrimonio da valorizzare e salvaguardare oggi e nel futuro.

Davide “Birillo” Valsecchi



Stendhal ad Asso

Il suo nome è legato indossolubilmente allo stupore, travolgente e completo, che la bellezza può provocare nella mente dell’uomo che ammira l’arte o la natura:  «Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere. »

Stendhal, Henri-Marie Beyle, uno scrittore francese, un narratore, un giornalista, uno storico, un memorialista, un diarista ma sopratutto un appassionato viaggiatore che percorse ed amò la nostra Italia agli inizzi dell’800.

Il 25 agosto 1818, dopo aver visitato la stupenda Firenze, l’immortale Roma e la misteriosa Parma era niente meno che ad Asso ed ammirava stupefatto, con l’amico Giuseppe Vismara di Varese, la magnificenza della nostra cascata della Vallategna annotandola nei suoi diari di viaggio.

Il suo viaggio attraverso la Brianza partì da Lecco e si mosse  verso Oggiono raggiungendo il placido lago di Annone. Da Oggiono risalì verso Cesana Brianza e poi, costeggiando il piccolo lago del Segrino che lo scrittore definì “selvaggio e triste”, arrivò ad  Asso. Qui ci si inoltrò lungo la strada che porta alla Cascata della Vallategna e l’Orrido di Ponte Oscuro. Il suo viaggio proseguì poi verso Erba e verso Inverigo.

L’Italia di Stendhal, uno dei padri della letteratura dedicata al viaggio, è magnifica: “Se spingo la porta di un libro di Stendhal posso raggiungere una casa delle vacanze: le preoccupazioni si dissolvono, le necessità vengono congedate, il peso del mondo si alleggerisce; ogni cosa è diversa: il sapore dell’aria, le linee del paesaggio, gli appetiti, la leggerezza di vivere, perfino la salute, l’approccio degli uomini. Stendhal fonda al riparo per i suoi lettori una seconda patria abitabile, un ermitage sospeso fuori dal tempo, che non è veramente né situato né datato, un rifugio fatto per le domeniche della vita dove l’aria è più secca, più tonificante, dove la vita scorre con maggiore disinvoltura e freschezza. Un Eden delle passioni in libertà”. Julien Gracq

La nostra Asso, i nostri laghi e le nostre montagne non sono più le stesse del 1800 ma credo che, nosostante il deciso e a volte violento processo di antropizzazione (leggisi “tutto il cemento che abbiamo tirato in piedi”), resti uno dei paesaggi più belli del mondo. Certo i palazzinari arricchiti del sud della Brianza non possono capire nè condividere la meraviglia di Stendhal ma la mediocrità dei loro gretti intenti li rende di per sè inoffensivi e destinati alla sconfitta. Ci sono idee più solide del loro scadente cemento.

L’eredità di Stendhal è qualcosa che ci appartiene per diritto di nascita, è la bellezza della nostra terra. E’ ormai evidente che solo prendendosene cura tutti insieme è possibile preservarla ed esaltarla, renderla un luogo in grado di suscitare lo stesso stupore che colse Stendhal visitando Asso, la porta d’ingresso della Vallassina.

Davide “Birillo” Valsecchi



Risalendo il Lambro

Viviamo in un territorio ricco di fiumi e laghi e l’acqua è un elemento che  caratterizza la nostra zona. Quest’anno il concorso fotografico di Asso è dedicato proprio alla magia dell’acqua e così mi sono deciso a riabilitare l’immagine del fiume che attraversa tutta la nostra Asso: il Lambro.

Da Scarenna alla Valle dei Mulini lungo il fiume. Mi sono serviti 3millimetri di muta e gli scarponi per passar fuori dall’orrido di Ponte Oscuro ma ne valeva la pena. Lo chiamano il fiume più inquinato d’Italia ma il suo nome, qui da noi, significa ancora “Acqua Chiara”.

Ognuno ha il Lambro che si merita… questo è il nostro!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. Il maialino si chiama Birillo!!



Primi giorni a Leh

La sera il mal di testa torna a farsi sentire forte ed è ancora un po’ difficile concentrarsi davanti al portatile per raccontarvi le nostre giornate.

Leh è una cittadina, un grosso agglomerato di persone, ma per certi versi è incasinata come un improvvisato villaggio. La quantità di dettagli inconsueti per il nostro modo di vivere creano uno scenario che può essere magnifico o apocalittico a seconda della persona che lo osserva.

E’ difficile da spiegare cosa ci si trovi di fronte a chi non è mai stato in un posto simile in oriente: un centro urbano dove tradizioni del passato, cultura e tecnologia moderna si incontrano e scontrano accavallandosi l’una sull’altra seguendo l’ingegno, le esigenze e spesso la follia delle persone che la popolano. Un groviglio di vicoli  e strade tra case ed  edifici precari dove il sistema idrico, fognario ed eletricco difettano di un minimo progetto comume abbandonati all’esigenza del momento.

Può essere un posto magnifico o un inferno, dipende da come lo guardi.

Non vi sono strade asfaltate e le macchine si fanno spazio tra la gente suonando i più improbabili clacson ed evitando le profonde buche create dai rigagnoli. Anche i pedoni hanno il loro bel da fare. Camminando in strada mi è capitato più di una volta di “fare a spallate” con qualche ­­furgoncino ma per fortuna il punteggio è ancora alla pari, non ci si insulta neppure, è quasi normale. Sui marciapiedi si cammina accalcati tra le vetrine dei negozi ed i canali delle fogne, maleodoranati, a lato della strada.

I negozi sono tra i più diversi: oscure ed affumicate bettole dove cucinano il chapati e la fuliggine copre ogni cosa si trovano affianco a scintillanti negozi di cellulari e telefonini. Da poco più di un anno è infatti arrivata una linea GMS che copre la cittadina di Leh per una decina di chilometri e la collega al sistema di comunicazione del Kashmir. L’evento deve essere stato talmente straordinario che persino la cuoca che ci prepara lo Tsompa in un modestissimo ristoro era tutta presa a mandare e ricevere messaggini. Incredibilemente, nonostante tutta la tecnolgia di cui Enzo ed Io disponiamo, i nostri cellulari erano inservibili qui. Essendo il Ladakh zona militare serve una speciale Sim per acedere al servizio. 500 rupie, 3 fototessere ed una fotocopia del passaporto e colmiamo il gap tecnologico con i Ladaki e la cuoca.
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Può essere un posto magnifico o un inferno, dipende da come lo guardi.

Il vento ed il sole forte, nonostante le nuvole, non aiutano a superare i disagi della quota ma nonostante tutto siamo saliti al palazzo reale di Leh e ai due Gompa, i monasteri, che sovrastano la cittadina. Siamo saliti lungo i pendii fatti di una strana roccia arancione molto simile al granito che però pare aver ceduto alla forza del clima sbriciolandosi qua e la’ in sabbia fine adagiata come neve tra gli anfratti. Da lassù, tra le mille bandiere colorate che adornano il gompa abbiamo potuto vedere la catena di montagne che cinta la valle attraversata dall’Indo. Le cime sono abbondantemente innevate e imponenti superando i cinquemila metri e salendo fino ai 6.200 metri dello Stok Kangri, la vetta più alta che riusciamo a vedere.

Quello che si vede da lassù è un posto magnifico, da ogni punto di vista. Magnifico.

Ciao a tutti dal Ladakh

Davide “Birillo” Valsecchi

P.s. Ivan correggimi gli errori che mi sento un teletabbies mentre scrivo!!!
Edit: Errori di digitazione corretti, mio caro teletubbie! :)



Asso: il 1° temporale dell’anno

Fulmini su Lecco - Foto Ale Rusconi

Fulmini su Lecco - Foto Ale Rusconi

Stavo facendo alcune ricerche su Internet coprendo con un po’ di musica il rumore della pioggia e di tuoni che ormai da un oretta risuonavano nella valle. Immerso nelle mie letture mi interrompo quando compare sul video la finestrella di GTalk, la chat con cui chiacchiero con mio fratello minore che vive ancora nella casa dei miei ed ha sedici anni.

Francesco: hey cronista!! non l’hai ancora scritto?!
Davide: che dovrei scrivere di grazia?
Francesco: accidenti che pacco che sei!! non te ne sei accorto?
Davide: O_o? ti decidi a dirmi cosa!!
Francesco: è il 1° temporale dell’anno!!!
Davide: ... mi faccio bagnare il naso da un pischello!! Ora rimedio all’istante!!!

E grazie all’acuta osservazione di un fatto semplice da parte di un giovane posso annotare, in questo nostro strano diario che è diventato Cima-Asso.it, che il 16 Aprile 2009, approssimativamente alle 21:15, la Primavera è esplosa nel suo primo temporale dell’anno.

Scrosci d’acqua, lampi e tuoni, ecco la natura che si sveglia:
«Il temporale è uno dei fenomeni atmosferici estremi della natura: fin dal passato era temuto e venerato. Gli antichi spesso creavano divinità per i fenomeni della natura: tra questi non poteva mancare la figura del dio temporale. L’esempio più famoso è forse quello di Giove che aveva il potere di scagliar fulmini, ma anche nella civiltà egizia gli dei collegati ad eventi atmosferici non mancano. Oggi, con i progressi nei campi della scienza, il temporale non è che una nube plumbea associata generalmente a precipitazioni a prevalente carattere di rovescio e/o vento. Tuttavia il suo fascino rimane lo stesso dopo migliaia di anni.»

Grazie per la dritta Keko!!! Esercitati perchè mentre sono via toccherà anche a te aggiornare questo diario assese.

Ps: accidenti, quasi rischio la pelle per un termine improprio usato dal mio fratellino: io non sono affatto giornalista, per quello servono due tessere, quella dell’albo e spesso quella di partito. Io sono sprovvisto di entrambe e, al più, sono uno scalcinato cronista.

La cronaca (dal latino chronica) è una semplice forma di narrazione storica che segue il criterio cronologico, riportando gli eventi anno per anno senza dare un’analisi critica e valutativa dei fatti o prendere in considerazione cause, interferenze o ripercussioni degli eventi riportati.

In questo genere letterario i fatti rilevanti hanno lo stesso peso di quelli secondari.

Il termine spesso si riferisce a un libro scritto da un cronista nel Medio Evo che descrive eventi storici in un paese o le vite di nobili o uomini di chiesa, sebbene venga anche riferito al resoconto di eventi pubblici.

Io sono la verione ipertecnologica di questa tradizione secolare che cominciò il nostro Carlo Mazza parecchio tempo fa.  Enjoy my freedom =)

By Davide “Birillo” Valsecchi published on Cima-Asso.it


C.A.I. Asso: Festa di Primavera

My two Suns

My two Suns

Oggi, Lunedì 13 Aprile, mi sono alzato bello presto nonostante i festeggiamenti Pasquali del giorno prima. Mi sono infilato gli scarponi e mi sono messo in strada per andare alla Festa di Primavera che il Cai ha organizzato all’Alpe di Monte.

Questa pasquetta gode di un bellissimo Sole caldo che splende sereno mentre scendo lungo il sentiero panoramico che da Crezzo porta all’alpe gestita dal CAI.

Sono le otto del mattino e non c’e’ in giro ancora nessuno, mi godo il bosco che cominica a rifiorire nei colori vivi della primavera.

Cammino leggero, infinitamente tranquillo ed ecco, dopo una curva del sentiero, apparire il Lago di Como illuminato dal Sole ancora basso all’orizzonte.

Due Soli illuminano la mia mattina mentre nei riflessi di luce si confonde il cielo con l’acqua. Valeva la pena alzarsi presto.

Quando arrivo alla baita trovo Giammario e Mariateresa già intenti a preparare il fuoco e le padelle per cucinare. Accendo il camino, scaldiamo un po’ di caffè e aspettiamo che anche gli altri ci raggiungano.

Alle dieci siamo oltre una trentina, nel prato in cortile sono state disposte le panchine e le tavolate per mangiare. Hanno acceso i fuochi per le griglie ed in cucina la trippa ed il minestrone sono sui fornelli, un letto di cipolle è quasi pronto per la rustiscida.

Arrivano Angelo e Augusto, due vetereani del Pakistan e dell’India. Cominciamo a parlare del mio viaggio ed ascolto i loro consigli tra una fetta di salame ed un bicchiere di vino. Ci sono storie che vanno ascoltate ma che solo loro possono raccontare.

A mezzo giorno tutti a tavola ed ormai siamo quasi quaranta. Siamo in un baita e quasi tutto va portato a spalla, i piatti e le posate sono di plastica mentre le tovaglie sono di carta su cavalletti e tavole di legno ma, salvo questi dettagli, si mangia con tutti i confort: giro di antipasti, affettati, cipolline, minestrone e trippa, una scodella di rustisciada ed un piatto di costine. Quanto è dura la preparazione alpina!!!

Per finire una fetta di  torta ed un giro di caffè prima che scatti il temuto momento della tombola e della “misura del salame”. Con la pancia piena basta veramente poco per essere allegri.

A fine giornata si aiuta tutti assieme a sistemare la baita, a riporre tavoli e sedie. Prima di partire si ha il tempo di mangiare tutti assieme un’ottimo paradello di mele per chiudere la festa.

Mi avvio verso casa per un sentiero che mi mostra ancora il Lago e la Grigna. Mi fermo un po’ per guardarmi in giro e mi sdraio in un pezzo di prato al sole. Benvenuto relax. Faccio un giro di telefonate per invitare a cena una signorina.  Scarsissimi risultati ma, onestamente, con questo lago azzurro davanti non me la prendo affatto. Non posso lamentarmi della mia giornata.

Mi stiraccio ancora accoccolato al sole e mi avvio verso casa, mi attende una doccia e quello che resta del giorno, tutto ancora da scoprire.

Magnifica giornata, grazie mille agli storici soci del Cai Asso che sanno mantenere vive tradizioni meravigliose. Grazie!!

By Davide “Birillo” Valsecchi pubblished on Cima-Asso.it


Il cuore del disastro

La Faglia di Onna

La Faglia di Onna

Io non ho una televisione, le poche volte che mi capita di guardarla è a cena da qualche amico o nei bar e forse questo mi aiuta ad informarmi sulla tragedia che ha colpito l’Abruzzo in modo diverso.

Non sono assalito dalla violenza delle immagini o dall’irruenza cinica dei giornalisti televisi che, nei pochi minuti di collegamento, cercano di cristallizzare la disperazione della gente per servirla come dessert al pubblico.

Io seguo i giornali, stampati  e on-line, approfondendo a tutto campo, consultando la wikipedia o i siti specializzati. Forse un modo più responsabile, anche se a volte più impegnativo, di ricercare la verità del mondo che ci circonda. Purtroppo anche la comunicazione su Internet, in questi giorni convulsi, si è fatta vaga, incompleta e confusa.

Ma tutto questo mio ciarlare è solo una divagazione perchè stamani ho trovato sul web una foto che mi ha fatto riflettere e che mi andava di mostrarvi. La foto della faglia, la spaccatura nel terreno, che ha dato vita al terremoto che ha portato tanta distruzione e tanti morti. Il cuore del disastro.

Sembra una cosa piccola, un lunga trincea larga una trentina di centrimetri e profonda mezzo metro ma che in realtà si estende nel cuore della terra. Eppure la differenza tra prima e dopo è tutta lì, in quei venti o trenta centimetri in cui il mondo si è spostato. Un piccolo segno, una piccola ferita nel terreno. Intorno una distruzione sconsolante.

Il terremoto appare come un gesto banale, un piccolo squarcio che si apre nell’arco dei due, tre minuti. Il tempo in cui è durata la scossa. Le case, rigide costruzione organizzate in un complesso equilibrio di forze, pareti, soffitti e muri portanti, incastonate all’interno di altre strutture altrettanto rigide come le strade, gli acquedotti, le condutture del gas, scosse dalle fondamenta per tre minuti e spostate, dalla loro posizione originale, in un movimento complesso che ha origine da una spinta di venticinque centimetri che coinvolge tutto fin nel cuore della terra. Questa è la semplicità e la brutalità del terremoto.

Spinte, contrazioni, cedimenti, traslazioni, torsioni e crolli, progessivi o di schianto, che per tre minuti sconvolgono ogni equilibrio. La forza messa in atto da quella piccola fessura nel terreno è impressionante e spaventosa.

Chissà qual’è il rumore della terra che urla per tre minuti?! Non oso immaginare il fragore e la vastità di suoni che avvolgono quei momenti prima ancora che sia la paura e le grida della gente ad alzarsi tra la polvere.

Io non ho una televisione, non guardo i telegiornali che si beatificano degli ascolti, ma il semplice vedere questa foto mi spaventa e mi rende partecipe a quella tragedia verso la quale è rivolta l’attenzione di tutti.

Qui potete trovare, in inglese, gli aggiornamenti sul terremoto pubblicati da Wikipedia, l’enciclopedia cooperativa internzionale: 2009 L’Aquila earthquake .

The earthquake occurred at 01:32 GMT (03:32 CEST local time) at the relatively shallow depth of 10 kilometres (6.2 mi) and with an epicentre at 42.423°N, 13.395°E or approximately 90 kilometres (60 mi) north-east of Rome, at the village of Paganica near to the city of L’Aquila. The earthquake was reported to measure 6.3 on the moment magnitude scale.

By Davide “Birillo” Valsecchi pubblished on Cima-Asso.it