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Italia: terra dei bovini giovani

La crisi di Sigonella

La crisi di Sigonella

Ieri stavo studiando un po’ di storia. Leggevo i documenti relativi alla Crisi di Sigonella , uno degli attimi di tensione tra Stati Uniti ed Italia in seguito al sequestro dell’Achille Lauro da parte di terroristi dell’OLP.

Un intrigo internazionale che ebbe uno dei momenti più critici sulla pista aerea di Sigonella la notte tra il 10 e l’11 Ottobre del 1985. L’aereo egiziano che trasportava i dirottatori dell’Achille Lauro verso Tunisi viene dirottato dai caccia Americani e costretto all’atterraggio nella base condivisa tra americani ed italiani.

Tutti vogliono mettere le mani sui terroristi ma la situazione è così complicata che tutti rivendicano diritti e sovranità d’intervento. L’aereo atterra. A custodia dei quattro terroristi ci sono 10 guardie armate di Re Hussein d’Egitto, il veivolo viene circondato da 30 avieri della VAM, Vigilanza Aeronautica Militare Italiana.

L’Italia rivendica il diritto di processare i colpevoli che hanno effettuato un dirottamento su una nave Italiana. Gli americani vogliono i colpevoli dell’assassinio di Leon Klinghoffer, americano, ebreo, disabile, unica vittima dei terroristi palestinesi sull’Achille Lauro.

I VAM sono polizziotti militare in presidio alla base, non sono un corpo scelto e non sono nè equipaggiati nè addestrati per esserlo. I VAM vengono accerchiati da una squadra in assetto da combattimento della Delta Force Americana. I ragazzi della VAM sono circondati dai corpi scelti della nazione più potente del mondo. Non cedono il passo, la loro linea tiene, nessuno violerà il diritto della Legge Italiana.

Nel mentre arrivano i Carabinieri e circondano quelli della Delta che accerchiano quelli della VAM posti attorno all’aereo. Nessuno si muove, nessuno scende, nessuno cede, uno di fronte all’altro gli uomini si fronteggiano armati. Mexican Stand Off da brivido.

E mentre le armi sono schierate la politica impazza. Ronald Regan, 40° presidente Americano, di fronte a Bettino Craxi, 16° Presidente del Consiglio Italiano, spalleggiato da Andreotti, Ministro degli Esteri, e Spadolini, Ministro della Difesa. Il Parlamento italiano si contorse sotto il pesso di una crisi internazione che si manifestava in quelle tre file di soldati schierati per più di dodici ore.

Craxi non cede, il mondo policito internazione e la crisi palestinese sono risucchiati su una pista d’atterraggio italiana. Quello che diverrà il principe di Tangentopoli tiene testa agli Stati Uniti e la spunta. Scatta la crisi di Governo, i rapporti con gli USA quasi si interrompono ma alla fine la crisi rientra. Non posso dirvi se ha trionfato la giustizia ma di certo fu la politica a vincere.

Accendete oggi la televisione, guardate il nostro paese. Dov’è la politica? Tutto questo ciarlare di droga, puttane, minorenni e transessuali mentre una guerra impazza in Irak ed Afganistan, mentre Iran, Corea, India, Pakistan e Cina sventolano le atomiche. Dove sono i politici?

Cosa racconterà la storia di questo nostro paese? Di omicidi per cocaina, di accoppiamenti “non convenzionali” di politici, di subrette, di un paese in mano ai nani e alle ballerine da circo? Di arraffoni che ormai si infilano soldi altrui nelle tasche sorridendo in telecamera?

I ragazzi del VAM, in questa Italia degradata, terrebbero ancora testa ai Delta? Crediamo ancora in questo paese? Non lo so, dicono che il popolo sia bue e comincio a pensare che ormai possa andare solo peggio. L’ironia della sorte l’ho trovata nell’etimologia della parola Italia: terra dei bovini giovani. Forse è un nome azzeccato.

Aggiornamento 13/01/2009: Quando ho scritto quest’articolo mi sono piovute addosso critiche di tutti i tipi. In realtà avevo cominciato a scrivere coivolto dai fatti di Sigonella e poi stupito dal ruolo che avevano avuto i politici coinvolti (non avevo una grande opinione di loro). Ero anche turbato da tutto il ciarpame che veniva sbattuto in prima pagina sul caso Marrazzo. Mi sarebbe piaciuto anche raccontare di come vidi, all’età di 16 anni, le immagini dell’Hotel Raphael di Milano. Quelle famose del lancio delle monetine a Bettino Craxi. Sarebbe stato interessante tracciare la “parabola” vista con gli occhi di allora e rivista oggi con un po’ più di senno ma il rischio di scivolare nella politica era alto e lo spazio breve. Oggi però in Italia si fa un gran parlare di intitolare una via  a Craxi ed è curioso come fossi sul “pezzo” già allora. Come la penso io? Non credo abbia importanza, ma è interessante, oggi, rivedere la politica di allora. Insegna molto su ciò che accade oggi.

Davide “Birillo” Valsecchi



LHC: in cerca di Dio!!

Torre di Babele - Pieter Bruegel 1563

Torre di Babele - Pieter Bruegel 1563

“Dio ha molte forme ed un sacco di nomi ma non importa come lo chiami, di solito Lui non risponde”. Questo mi ha sempre fatto ridere.

Qualcuno dice che Dio sia inconoscibile e quantunque fosse possibile conoscerlo l’illuminazione che ne avremmo sarebbe tale da annullare la nostra identità fondendoci con Dio stesso. Altri dicono che Dio sia già dentro di noi, che in fondo siamo già illuminati e fusi con tutte le cose che ci circondano. Non si capisce un granché…

Chissà cos’è realmente Dio e cos’è questa realtà in cui crediamo di vivere. Spesso è tutto così confuso, le religioni sono solo un rudimentale ed imperfetto strumento dell’Uomo con cui ha cercato di orientarsi in questo caos. Probabilmente mi beccherò una mezza dozzina di scomuniche sebbene consideri le religioni un patrimonio sociale, culturale e spirituale dell’uomo. Pazienza…

Il guaio di Dio è che è inafferrabile nonostante la sua presenza sia facilmente e costantemente avvertibile nel nostro profondo. Dio non si vede, non si sente, non si tocca, non si gusta e non ha odore, eppure spesso tutti questi sensi ci mandano strani segnali in cui ci sembra di aver sfiorato la sua percezione.

In fondo i nostri sensi sono imprecisi, fallibili e studiati per la nostra sopravvivenza all’alba della vita. Gli esseri umani sono tra quelle poche creature capaci di espandere i propri sensi, di allargare la propria percezione grazie alla propria mente. Alcuni uomini lo fanno seduti in meditazione nella neve delle montagne, altri nelle lenti di un telescopio o nei tracciati di un sismografo. L’uomo ha sensi nuovi ed è con quello che intende cercare Dio.

In Svizzera, a due passi da Noi, c’è una strana costruzione unica nel suo genere, costata uno sproposito e già ammantata di leggende: Large Hadron Collider, il super-accelleratore.

E a che serve questo anello fantascientifico che corre sotto terra? Serve a trovare il bosone di Higgs, quello che nel 1993, data la sua importanza nella teoria del modello standard della Fisica, è stato soprannominato dal Premio Nobel per la Fisica, Leon Max Lederman, come la “Particella Dio“.

Ecco qualcosa su cui riflettere. La Luce di Dio,  per millenni il sole come divinità ed oggi, i moderni scienziati, cercano Dio proprio costruendo una macchina in grado di accellerare un “qualcosa” di incredibilmente piccolo al 99,9999991% della velocità della luce lanciandolo contro un suo simile per vedere cosa avverrà allo scontro. Affascinante.

Dio non gioca a dadi, speriamo gli piaccia giocare a bocce! Cosa succederà quando e se l’uomo troverà la materia di cui è fatto Dio, quando riuscirà ad individuarlo, a toccarlo? Qualcuno, i soliti catastrofisti, parlano della formazione di un buco nero che si inghiottirà la terra. Balle, forse…

Se la nostra tecnologia fosse in grado di annientarci credo che Dio, semplicemente, eviterà di farsi trovare, siamo sempre poco più che bambini nell’universo. Abbiamo rischiato l’Apocalisse anche con il primo test nucleare, nessuno poteva sapere come sarebbe andata, poteva bruciare tutta l’atmosfera eppure siamo ancora qui. Apocalisse, letteralmente scoprire il velo, scoperta, rivelazione. Tutto ha un prezzo.

Nonostante le inquietanti analogie non credo che LHC sia una moderna torre di Babele.  Se poi lo fosse Dio si rivelerebbe un  fantoccio che crudelmente ci trattiene sulla terra senza darci la possibilità di ricongiungerci (re-ligio) con Lui. Niente che valga la pena di imitare, nulla verso cui protendere. La vita stessa perderebbe di significato. Comunque vada si scoprirà qualcosa di interessante sulla Natura di Dio e sul coraggio o la follia dell’Uomo.

Se poi fosse la fine del mondo quale sarebbe poi il problema? Se la terra andasse distrutta non sarebbe neppure un grande evento, nella vita di ognuno di noi rappresenterebbe nulla di più di un indiviuale accidente, nulla di più che un’immprovvisa malattia, un incidente stradale o un terremoto. La fine del mondo nella vita di una persona non è più significativa di una qualsiasi altra morte. Abbiamo tutti una scadenza infondo. Ma se lo trovassero veramente? Se trovassero Dio?

Accidenti, quello sì sarebbe un botto grosso. La fine del mondo come lo conosciamo e l’inizio di qualcosa di nuovo. Nessuno sa cosa potrebbe avvenire dopo. Michelangelo avvicinò il dito di Dio a quello dell’Uomo ma cosa avviene quando si toccano? Neppure lui lo poteva immaginare. Cosa succede quando l’uomo prende coscienza diretta di Dio? Non so, proprio non ho idea! Potremmo fare uno stravolgente ed possente balzo in avanti verso qualcosa di completamente nuovo e affascinante. Io dico “proviamo”, apriamoci una birra e godiamoci lo spettacolo!!

Non c’ero quando l’uomo sbarcò sulla Luna ma ho idea che mi attenda uno spettacolo altrettanto interessante! Forse sono nato nel momento giusto oppure mi è andata proprio male!!

P.s. i test, pubblici su Internet, stanno proseguendo e LHC al momento funziona seppur solo a sezioni disgiunte, ma comincia a girare e l’entusiamo, l’umanità e la positività con cui lavorano i ricercatori è di per se una piccola rivoluzione.

Attenzione: Proprio oggi, ironia della sorte, sono state effettuate dal LHC le prime collisioni di test. Potete seguire l’avanzamento dei lavori seguanrdo questo RSS: http://twitter.com/statuses/user_timeline/15234407.rss

Davide “Birillo” Valsecchi



E morirai nel tuo vomito…

v

Junkie

“Quello è un drogato, devi fare attenzione e non accettare nulla da lui. Prometti!!” Ricordo quello che mi diceva la mia nonna indicandomi i tipi strani che giravano in paese. Con il senno di poi non posso darle torto, dietro ai muretti e nei parchi i “tossici” lasciavano in giro le loro siringhe, prova evidente del male di cui si nutrivano.

All’epoca credevo che il vero problema della droga fosse l’inciviltà dei drogati che si ostinavano a lasciare in giro la loro immondizia. Il problema era che sporcavano, avessero imparato ad usare i cestini il problema sarebbe finito. Beata innocenza.

Ma tra gli anni ‘80 e ‘90 di innocenza ne è girata poca, la faceva da padrona l’eroina e gli aghi fiorivano nei cessi delle stazioni, nei giardini e nei boschi. Dalla città la piaga si diffondeva lungo le valli e disseminava croci nei paesi di montagna dove la tristezza di essere fuori dal mondo si sconfiggeva anche in un buco.

La Valtellina, ma anche la nostra Asso, ha avuto le sue vittime, le sue infinite tragedie ed è stupido ed ipocrita negarlo. Conosco gente di qui e di altri paesi bruciata nel fiore degli anni, ho visto piangere ragazzi tra il sangue e le lamiere ed ho incontrato ragazze bellissime che hanno barattato anima e corpo per spegnere il fuoco dell’astinenza.  Hiv, malattia, abbandono e miseria.

La mia generazione  ha visto chiudersi un ciclo, ha visto cadere il muro e schiudersi la speranza. Ha visto il mondo arrancare confuso in una fugace pace e poi precipitare, con due palazzi e due aerei, nuovamente nella paura. Il mondo è tornato buio e sinistri spettri tornano a lambire i giovani che si battono per il proprio posto al sole.

Crisi, paura, incertezza e gli sciacalli tornano ad affollare gli angoli cercando di campare vendendo le loro illusioni a chi è troppo stupido per guardare la vita neglio occhi e vedere quanto faccia schifo. L’eroina fa il suo grande ritorno accompagnata dalla più aristrocratica cocaina, tanto chic, che imbianca i nasi degli idioti che si beano di quei quattro soldi che hanno messo assieme, pronti a farsi di crack quando il portafoglio sarà vuoto. Pasticche e paste per dimenticare che si è giovani, per illudersi che la festa non finisca. E poi si precipita, come stelle cadenti verso il suolo per non alzarsi più.

Ho “messo via” quelli della mia generazione e quelli della precedente e a vedere l’attuale livello di stupidità temo di vedere la piaga diffondersi ancora, di vedere altri idioti che piangendo affogano nel proprio sangue supplicando “io non volevo”.

Sulle bustine di zucchero sta scritto: “al mondo esistono tanti lupi perchè pascolano tante pecore”. Se non sapete che fare della vostra stupida vita per lo meno non offritevi in pasto ai puscher che affollano discoteche e bar di periferia. Gente squallida che inquina il mio mondo nutrendosi della vostra vita.

I benpensanti vi diranno che non hanno visto mai niente, che è un problema di altri, che alle persone per bene non succede. Nessuno si droga e nessuno va a mignotte ma il giro è sempre là, attivo ed allarga il mercato. In vita mia io non ho mai girato lo sguardo, non ho mai avuto paura di guardare il mondo, ho visto scorrermi attorno di tutto ed il più delle volte ero lì anche quando le cose finivano male, perchè comunque finiscono male.

Non so che dire a questa generazione, in parte la spazzerei via a calci ed in parte non posso che provare tristezza. Eravamo così anche noi ed a volte è solo questione di fortuna. Posso dire che in questo strano gioco tocca fare la differenza ed il più delle volte non c’e’ niente e nessuno che ci possa aiutare in questo. Tocca arrangiarsi e battersi. Qualche volta, però,  basta un po’ di aria fresca e qualche amico per tirare avanti e vedere se c’è qualcosa di buono nel giorno che arriva.

Laciate perdere quello schifo, se deve finire che almeno non sia nel vostro vomito…

“don’t let the days go by glycerine”
by Bush – Glycerine 1992

Davide “Birillo” Valsecchi



Quello che una donna sa…

Miyamoto Musashi

Miyamoto Musashi

In questi giorni mi sto dedicando a qualcosa di diverso. Ho sempre avuto un buon rapporto con il mio corpo ed ho istruito la mia mente negli ambiti più strani. Sono sempre stato un ricercatore, uno sperimentatore.

Uno delle storie che più hanno affascinato è quella di Miyamoto Musashi, un generale giapponese diventato uno degli spadaccini leggendari del Sol Levante. Musashi è l’autore de Il Libro dei Cinque Anelli, un opera che spazia dalla filosofia alla letteratura trattando di strategia militare. Un libro che descrivendo l’arte della spada inanella citazioni e spunti su cui riflettere: “Lo spirito con il quale si sconfigge un uomo è lo stesso con il quale si sconfiggono dieci milioni di uomini.”

Musashi è diventato parte del folklore e la sua vita è racconata in uno dei più famosi romanzi a puntate giapponesi del ‘900. Era uno giovane scapestrato la cui famiglia era stata sconfitta durante le lotte tra i clan. In disgrazia la sua storia lo vede prima reietto e fuorilegge e poi, grazie ai mestri che incontra durante il suo viaggio, sempre più maturo, famoso e saggio fino al leggendario duello di spade contro Kojirō “Ganryu” Sasaki.

Il suo addestramento non sempre fu leggero, il famoso monaco Zen Takuan infatti lo bastonò per bene e lo rinchiuse in una torre un anno intero affinchè leggesse tutti i libri conservati nel monastero. Questo per insegnare a Musashi quanto la conoscenza sia la prima arma di un guerriero.

Così, visto che la spada spesso si confonde con la penna, mi sono lasciato trascinare da un amica in un dojo dove insegnano Katori Shinto Ryu e si imapra l’uso della spada giapponese. Birillo armato di spada di legno è particolarmente ridicolo!!

Una delle prime cose che ho imparato è il concetto di “centro” e cosa significhi prendere o perdere il “centro”. Vediamo se riesco a spiegare quella che è una piccola magia che trascende nella filosofia.

Il centro lo scopri quando i due contendenti si trovano di fronte e le due spade sono affiancate fino ad incorciarsi per le punte. In questa posizione i due sono in equilibrio paritetico puntadosi contro l’un l’altro le proprie spade. Poi uno dei due semplicemente ruota la propria spada e rivolge il filo verso l’altra spada e, con un semplice gesto, spezza l’equilibrio, prende il centro.

Le spade sono curve ed ora, se entrambi portassero un affondo diretto, solo la spada di colui che ha il centro raggiungerebbe il bersaglio mentre l’altra, seppure di poco, finirebbe inevitabilmente deviata fuori sagoma. Se perdi il centro puoi sono ritirarti in difesa o tentare un attacco suicida il cui esito può essere deciso solo dagli dei.

Puo sembrare un dettaglio sottile ma non lo è affatto. Qualche giorno fa ne ho visto l’applicazione comprendendo la differenza tra una donna ed una ragazza. Una differenza sottile ma abissale: ad una donna, che ti si para davanti con i suoi profondi occhi nocciola, il centro non lo puoi rubare.

Con i tuoi occhi azzurri come il cielo di montagna puoi aver giostrato facili duelli con giovani ragazze ma questa volta i trucchi non ti salveranno. Di fronte agli occhi di una donna lei ha il centro, puoi solo ritirarti o portare il tuo attacco, consapevole di poter non arrivare a bersaglio ed essere trafitto a morte.

Questa volta ho paura che sanguinerò parecchio, più del solito!!

Davide “Birillo” Valsecchi



Dresda, la verità al di là del Muro

Dresda dopo il bombardamento

Dresda dopo il bombardamento

«La distruzione di Dresda ha un sapore epico e tragico. Era una città meravigliosa, simbolo dell’umanesimo barocco e di tutto ciò che c’era di più bello in Germania. Allo stesso tempo, conteneva anche il peggio della Germania del periodo nazista. In un certo senso, la tragedia fu un perfetto esempio degli orrori del modo di concepire la guerra nel XX secolo» (Frederick Taylor)

Continuano i festeggiamenti per il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino ed io continuo la mia piccola ricerca in quello che mi appare sempre più come il Medio Evo nel cuore del ‘900.

Ciò che disorienta non è tanto la crudeltà del mostro nazista, l’idra malefica dipinta fin nel dettaglio dai paladini che salvarono l’Europa, quanto le sfumature e gli spazi buii che emergono da ciò che tutti sanno ma che nessuno può dire. Per 28 anni l’Europa rimase divisa in due, spezzata perchè meditasse sul suo ruolo in quello che era il nuovo mondo, un mondo dove il vecchio continente era solo un territorio da spartire.

In realtà Americani, Inglesi e Russi avevano diviso l’Europa e la Germania molto prima del 13 Agosto del 1961, 16 anni dopo la fine del 2° conflitto mondiale che li vedeva vincitori. Le parti erano state fatte molto prima, l’11 Febbraio del ‘45 e siglate nella Conferenza di Jalta dove Stalin, Roosvlet e Churchill decisero i termini con cui retribuire la relativa partecipazione nella guerra contro l’asse del Male.

Lo smembramento, il disarmo e la smilitarizzazione della Germania, visti come “prerequisiti per la pace futura” erano uno dei nodi centrali su cui verteva l’incontro. Gli accordi prevedevano che USA, URSS, Regno Unito e Francia, una volta sconfitta la Germania,  gestissero ciascuno una zona di occupazione che doveva essere provvisoria. In realtà questo diede vita a “dettagli” come la divisione della Germania fra Est ed Ovest, che finì solo nel 1989, e la Guerra Fredda, che forse si è solo cambiata d’abito.

Ma Dresda? Durante la conferenza, l’11 Febbraio, gli alleti stabilirono di dare supporto all’avanzata sovietica impiegando le forze aeree americane ed inglesi in un massiccio bombardamento della città di Dresda effettuato proprio tra il 13 ed il 15 Febbraio. Il primo risultato di Jalta fu dare vita ad una delle azioni militari più terribili della seconda guerra mondiale, il secondo fu l’ONU.

Il bombardamento aereo come atto terroristico nei confronti della popolazione civile. Lo scopo di un bombardamento a tappeto, nome in codice Operazione Thunderclap, si legge nei manuali inglesi essere questo: “The ultimate aim of an attack on a town area is to break the morale of the population which occupies it. To ensure this, we must achieve two things: first, we must make the town physically uninhabitable and, secondly, we must make the people conscious of constant personal danger. The immediate aim, is therefore, twofold, namely, to produce destruction and  fear of death”

[Lo scopo finale di un attacco ad una città è di infrangere il morale della popolazione che la occupa. Per ottenere questo dobbiamo acquisire due risultati: primo, dobbiamo rendere la città fisicamente inabitabile e, secondariamente, dobbiamo rendere le persone consapevoli di un costante pericolo personale. L'obbiettivo immediato è comunque quello di creare distruzione, paura e morte.]

1478 tonnellate di bombe esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie colpirono Dresda la prima notte. Il giorno successivo la città fu attaccata dai B-17 americani che, in quattro raid, la colpirono con 3900 tonnellate di bombe fra esplosive e incendiarie. Il bombardamento creò una tempesta di fuoco con temperature che raggiunsero i 1500°C. L’incendio che avvolse la città si estese per 18 kilometri quadrati.

Il calore provocato dal bombardamento diede vita, come era successo per il bombardamento del Porto di Amburgo, ad un vero e proprio ciclone. L’equipaggio di un bombardiere americano, tornato nelle ore successive, vide arrivare ad 8 mila metri di quota travi di legno ed altri tipi di materiale sollevato da una forte corrente ascensionale.

Gli archivi tedeschi parlano di 21.271 sepolture effettuate dopo il bombardamento. Il numero delle vittime il cui corpo non fu sepolto o ritrovato, distrutto o cremato dalle oltre 2000 bombe incendiarie, non può essere calcolato. Kurt Vonnegut, scrittore americano che si trovava a Dresda come prigioniero di guerra proprio durante il bombardamento, riporta nel suo libro, Mattatoio n. 5, l’impressionante cifra di 135.000 morti. Così tante vittime civili in meno di due giorni. Forse Hitler andava sconfitto perchè era un dilettante…

La città fu nuovamente bombardata dalla USAAF il 2 marzo, con altre 1000 tonnellate di bombe esplosive e incendiarie, e il 17 aprile, con 1554 tonnellate di bombe esplosive e 164 di bombe incendiarie.

La Battaglia d’Inghilterra, l’epico scontro aereo tra la Luftwaffe e la RAF, durò da Luglio al Dicembre 1940 e provocò un totale di perdite civili inglesi pari a 23.002 morti e 32.138 feriti. Una delle incursioni più drammatiche fu quella del 29 dicembre 1940 in cui morirono circa 3.000 civili. I numeri a volte si dimostrano incredibili ed enigmatici nella loro drammaticità!

Questi sono coloro che hanno salvato l’Europa. Non c’è da stupirsi se il vecchio continente non abbia più una sua identità e festeggi con tanta allegrezza la caduta del muro proprio con chi lo edificò…

Davide “Birillo” Valsecchi



Ich bin ein Berliner!

Il muro di Berlino in costruzione

Il muro di Berlino in costruzione

In fondo non mi aspettavo di trovarlo ma nella mia mente quel quadro c’era. In una mostra d’arte per il 20° anno della caduta del muro di Berlino un quadro simile avrebbe dovuto esserci.

Perchè in fondo quando è caduto il muro, più che altro per noia, non successo nulla di speciale, nulla di nuovo. Onestamente vi sembra che dopo quel giorno sia sbocciata la pace? Io credo di no e forse quel muro era una bugia più garbata di quelle che ci hanno raccontato dopo.

Quel muro ci stava bene, era bello visibile a tutti. Grande e mastodontico aveva le sue fondamenta sul cuore marcio della germania nazista, sepelliva e divideva il male nero che le due grandi metà, ora in lotta, avevano sconfitto. Non era questa la teoria iniziale?

Quel muro ti faceva capire subito dove stava il confine ed una scelta di parte dovevi per forza farla o, se vuoi, subirla. Guardati in torno ora, ora che il muro sta a terra, cosa vedi? Io vedo solo altri muri, muri nuovi o costruiti con materiale di recupero. Il mondo sembrava un elegante campo da tennis mentre ora, che appare più come un labirinto, non c’e’ nessuno per cui tifare ed ognuno si limita a cercare come può un’uscita per conto proprio.

Ieri tutti a commemorare, a compiangere le vittime del muro, quelle anime eroiche che spinte della disperazione trovavano la morte superando la barriera tra i due mondi. Il solito abbuffarsi di carogne degli sciacalli. Sembrava di stare sul Gange a guardare i cani mangiare i cadaveri che nessuno ha voluto sepellire.

No, il mio quadro non c’era. Come avrei voluto vederlo, vedere il demonio in forma di uomo, infagottato in un cappotto lungo, che passeggia sopra la sommità del muro, sereno e quasi compiaciuto. Di spalle, lungo quella linea tra due mondi, con in mano una COLT M1911 nella destra ed una TOKAREV TT-33 nella sinistra. Perchè il muro in fondo era uno spazio a se’ stante ed in quello spazio ideale danzavano demoni ed uomini fuori dal comune, uomini che si spingono al di là degli schieramenti e che superano il limite. Chissà dove sono ora quei demonii? Chissà che fine ha fatto John Running?

Anche Santambrogio aveva in esposizione un suo pezzo nella kermesse milanese che ieri aveva invaso la città. Un pezzo acuto e delicato come spesso il “Buon Pirata” realizza. L’ennesima conferma che tra noi due, anche se non si direbbe, è irrimediabilmente lui “il buono“.

Questa volta ha realizzato un mattone in cemento. A guardarlo in effetti non sembra nulla di più di un mattone, un semplice mattone. In realtà, se andiamo a studiare la lastra ai raggi X che Enzo ha fatto realizzare, si scopre che in quel mattone sono stati immersi durante la colata un martello ed uno scalpello incrociati. Cosa significa? Semplice: La libertà è dentro. Gli strumenti per abbattere il muro sono sempre stati nel muro stesso. E’ nel limite, è in noi, che possiamo trovare quello che ci serve per superalo, per spingerci oltre.

La mia cinica logica zen si scontra con il suo animo romantico e, come sempre, ne resta stupita. Bravo Enzo!

John Fitzgerald Kennedy, in visita a Berlino nel ‘63, ebbe a dire in un famoso discorso: « Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che, in Europa e da altre parti, possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino! E ci sono anche quei pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema maligno, ma ci permette di fare progressi economici. Lasst sie nach Berlin kommen! Fateli venire a Berlino! Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner! (sono un Berlinese). »

Mi spiace che ti abbiano sparato John, ma non sarò mai un berlinese, finchè ne avrò l’opportunità sarò uno di quelli che passeggiano sul muro. Sex Pistols – Holiday in the Sun

Davide “Birillo” Valsecchi



Robert Kennedy, discorso del 18 marzo 1968

Robert Kennedy

Robert Kennedy

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.

Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.

Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”

Quello che avete letto non è il pensiero di qualche no global, di un teorico della decrescita felice, di un seguace dei verdi o di qualche dannato “rasta-panda” che vuole annoiare con le sue strampalate teorie. Sono le parole che pronunciò Robert Kennedy tre mesi prima di essere ucciso. Nel 1968, oltre quarant’anni fa.

Davide “Birillo” Valsecchi



Achille Ratti, Alpinista, Papa ed Assese

Achile Ratti in Montagna (al centro)

Achile Ratti in Montagna (al centro)

Mettiamo subito le carte in tavola: il 31 luglio 1889, all’età di 32 anni, sale il Monte Rosa sul lato orientale,  mentre il 7 agosto dello stesso anno sale il Monte Cervino.  A fine luglio 1890 scala il Monte Bianco, aprendo la via successivamente chiamata “Via Ratti – Grasselli”.

Questo è il non trascurabile curriculum alpinistico di colui che all’età di  65 anni divenne il 259° vescovo di Roma e Papa della Chiesa Cattolica: Achille Ratti, Pio XI.

Prima di diventare Papa fu collaboratore con il Club Alpino Italiano ed ebbe a dire dell’alpinismo : “non fosse cosa da scavezzacolli, ma al contrario tutto e solo questione di prudenza, e di un po’ di coraggio, di forza e di costanza, di sentimento della natura e delle sue più riposte bellezze

Achille era fortemente legato ad un suo zio, tale Damiano Ratti Prevosto di Asso dal 1860 al 1891, dal cui esempio trasse ispirazione per percorrere la carriera ecclesiastica. Potete capire perchè il futuro Papa, nato nel 1857, era così legato alla nostra Asso e vi trascorse gran parte delle sue vacanze d’infanzia.

Il legame con la nostra piccola Asso è sancito anche dalla stele di marmo che adorna l’ingresso della nostra chiesa e che recita:

“Il borgo di Asso è quasi nostra patria adottiva e il suo nome suscita nell’animo nostro dolci memorie ivi infatti fu proposto parroco un nostro zio paterno e l’attuale proposto parroco ci è pure congiunto per parentela. Ivi nella nostra fanciullezza e nostra adolescenza e ne primi tempi in cui fummo iniziati al Sacerdozio vi soggiornammo tutti gli anni nei mesi Estivi per ragioni di villeggiatura ed ivi altresì esercitammo il Sacro Ministerio sotto la disciplina del nostro Zio Paterno e ne facemmo talora le veci. E’ quindi cosa a Noi grata ora elevati per volere di Dio al Supremo Governo della Chiesa accordare ai Proposti Parroci di quel Borgo un pegno perenne del nostro memore animo.Così stando le cose colla Nostra Apostolica Autorità con effetto immediato e duraturo in perpetuo concediamo ai Propositi Parroci pro tempore nel borgo di Asso il titolo di “Monsignore” aggiungendovi l”uso delle vesti prelatizie di cui usano i Nostri Domestici Prelati. Dato in Roma presso San Pietro sotto l’Anello del Pescatore il giorno 21 del mese di Luglio dell’anno 1922 primo del nostro Pontificato.”

Il Papa Alpinista, a soli sei mesi dalla sua proclamazione, assegnò alla nostra cittadina un riconoscimento perpetuo ed elevò i nostri parroci al rango di “Monsignore” accordandogli lo stesso “grado” dei Prelati Vaticani.

Non so se si possa definire Achille un Assese ma se sulla Pietra che lui ha fatto affiggere sul Sagrato della nostra Chiesa vi è scritto “nostra patria adottiva” ed il tutto è controfirmato niente meno che con l’Anello del Pescatore credo ci sia abbastanza su cui riflettere!!!

E’ incredibile, la nostra torre è la prova che l’Imperatore Barbarossa dovette desistere dal sottomettere Asso con la forza  mentre quella stele mostra l’affetto di un Papa per il nostro borgo. Questo paese, che appare addorementato e dimentico delle figure eccellenti che ne hanno animato il passato, può vantarsi di essersi confrontato a testa alta con Imperatori e Papi!!

Questa è Asso e chiunque, assese o no, intenda parlare male della nostra “Casa” dovrà fare i conti con tutta la nostra storia, con tutto il nostro orgoglio e, in ultima istanza, con i miei scarponi.

Questo Giovedì, 22 ottobre 2009, presso la chiesetta piccolo adi Asso alle 20:45, vi sarà la presentazione del libro Achille Ratti. Il prete alpinista che diventò papa di Ronzoni Domenico.

Davide “Birillo” Valsecchi



Gino il Murnee: l’ultimo mugnaio di Asso

La macina numero 2

La macina numero 2

La prima volta che sono entrato nel Mulino Mauri ero poco più che bambino ed ero con il Cai Asso. Era quasi una tradizione per la nostra sezione fare visita  al Signor Luigi Mauri, meglio conosciuto come Gino il Murnee.

Con infinita pazienza, e grande orgoglio, spiegava a noi bambini quella strana macchina fatta di pale, macine e setacci che è il mulino idraulico.

Era cosi orgoglioso di quel suo mestiere orami andato nel tempo ed il suo Mulino era l’unico ancora funzionante di tutta la valle del Lambro.

Il signor Gino, classe 1917, si è spento questa notte all’età di 92 anni. Con lui scompare l’ultimo nei mugnai di Asso, un piccolo pezzo di storia.

Per osservare le sue volontà Lunedì alle 14 sarà portato a spalla dal suo mulino fino alla nostra chiesa ed attraverserà per l’ultima volta il piccolo ponte che tanti visitatori hanno ammirato in questi anni.

La nostra tv locale, Televallassina, trametterà oggi e nei prossimi giorni un piccolo filmato fatto con spezzoni di repertorio dove Gino, l’ultimo murnee di Asso, raccontava i segreti del suo mulino e della campanella che suonava nella macina avvisandolo quando il sacco era ormai vuoto.

Grazie Signor Gino per aver conservato la memoria tanto a lungo.

«Il mestiere del mugnaio era tramandato di padre in figlio ed  ognuno aveva i suoi segreti per la macinatura dei cereali, sopratutto il mais perchè  il frumento era roba da ricchi. Famiglie intere affidavano il loro mais al mugnaio e per questo era molto importante sopratuttuto la sua onesta e la sua bravura. Pochi mulini erano provvisti di aburatto, o buratto, uno speciale setaccio per separare la farina dalla crusca facilitando la preparazione del pane. Alcuni scontavano il prezzo che da pagare al mugnaio per la macinatura lasciandogli il “bozzolo”, una parte della farina, ma pagando sempre lo “spolvero”, la parte della farina che andava perduta nella lavorazione. Il lavoro del mugnaio nell’arco dell’anno cambiava: d’inverno lavorava molto, ma d’estate spesso era costretto ad interrompere il suo lavoro per mesi a causa della mancanza di acqua. Per tutto l’800 ed gli inizii del  900 il mugnaio era un mestiere ambito ma poi, per via delle tasse sulla macina e della corrente elettrica, i mulini idraulici andarono scomparendo e cosi anche la fugura del mugnaio»

Davide “Birillo” Valsecchi



Accadde Oggi

Accadde oggi

Accadde oggi

Avevo preparato un pezzo da pubblicare oggi, riguardava la volontà. Poi, un po’ annoiato, mi sono messo a cercare su Internet. Ero  a caccia di qualcosa da scoprire ed è stato così che mi sono accorto quale giorno fosse.

A volte su questo sito compaiono cose allegre, altre volte sono le nostre piccole avventure o pezzi di racconti che raccolgo qua e là dai posti più imbrobabili. Altre volte invece racconto storie tristi, ricordi del passato. Alcune volte ci sono storie che vorrei raccontare, ricorrenze importanti che però cadono in giorni strani o complessi.

Ad esempio la bomba di Nagasaki, il 6 Agosto 1945, uno degli avvenimenti che maggiormente mi colpiscono e mi stordiscono. Ho scritto un sacco di pensieri, di riflessioni su quel giorno che non ho mai pubblicato. Perchè? Perchè il 5 Agosto è il mio compleanno, è l’anniversario di Cima-Asso, è Estate e nessuno vuole essere annoiato dal passato. Così scivolo sopra, lascio passare in silenzio macchiandomi del più grave dei peccati: voltare la faccia.

Oggi è il 9 Ottobre, nel 1963 in una notte sola, in meno di un ora, morirono oltre 1900 persone. Un 11 Settembre tutto Italiano: il Vajont. Chi ha ucciso tutte queste persone? Terroristi, criminali? No. Ci sono politici, industriali, ingenieri ed architetti, tutti loro indicano la montagna e spergiurano che sia stata lei ad uccidere.  Ma posso parlare oggi del Vajont? Dopo i fatti di Messina ed il recente terremoto in Abruzzo? Posso annoirvi con il passato di fronte ad una tragedia fresca, ancora viva e vibrante attraverso gli schermi della Tv?

Troppa tragedia ed ipocrisia, troppo orrore e spettacolo. Sembrerei un folle poi se ricordassi i 53 morti e le migliaia di sfollati che funestarono l’opulenta Valtellina quando nel 1987 il monte Coppetto crollò. Eppure accadde tutto in diretta anche allora, nei mie ricordi da bambino c’è ancora quella piccola ruspa gialla che si oppone a quella montagna che crolla.

Questo è l’articolo che scrissi l’anno scorso, 9 Ottobre 1963: VAJONT. Se chiudo gli occhi provo ad immaginare la terrificante onda che si abbettè su Longarone restandone sbigottito. Possano quelle 1900 anime perdonarmi per non aver dato loro la giustizia del ricordo, possano quelle 53 persone perdonare il paese che le ha dimenticate.

Il 9 Ottobre del 1967, 4 anni dopo il disastro Vajont muore una delle figure chiave che nel 1962, un anno prima dell’onda dal monte Toc, aveva trascinato, con la complicità del suo assassino e dei suoi oppositori, il pianeta intero sull’orlo della distruzione totale nella Crisi dei Missili di Cuba: Ernesto “Che” Guevara.

Non ho mai ammirato la figura del “Che”, forse posso apprezzarne alcuni tratti, alcuni aspetti ma di fatto restiamo brutalmente simili e per questo non posso che vederne le ipocrisie e le colpe. Il socialismo, la rivoluzione, ho persino letto il suo libro “La guerra di guerriglia” senza però cambiare la mia opinione. Era l’alba della propaganda e lui ne era uno dei primi eroi, tanto abile e capace nel mandare la gente al massacro da oscurare il suo stesso mentore e comandate. Una figura tanto leggendaria da richiedere un tributo di sangue. Provo maggior pena per Castro, che passerà alla storia come il Giuda di questo Cristo socialista, che sarà il vecchio comunista sconfitto ed immortalato con la tuta da ginnastica dell’Adidas al culmine della propria ipocrisia.

Ma posso oggi parlarvi di questo? Posso parlare di un “eroe” comunista mentre la nostra confusa politica nostrana si agita in scontri di potere che nulla hanno a che fare con l’ideologia? In una politica protesa a strattonare la corta coperta del potere sdegnandosi di vedere come il paese resti con i piedi scoperti? No, non posso, e non posso nemmeno raccontare di come siamo andati vicino alla fine. Non posso raccontarvi di quanto importate sarebbe riflettere sulla lezione che il mondo ricevette il 27 Ottobre 1862. Non posso raccontarvi che mentre Guevara si beatificava di portare la libertà nel mondo trascinandoci al massacro solo Vasili Alexandrovich Arkhipov, ufficiale del sottomarino atomico russo K-19, scongiurò l’inizio della guerra atomica rifiutandosi di confermare il lancio di una testata nucleare mentre era sotto attacco dalla nave battaglia americana USS Randolph e dalla flotta di quarantena che cingeva Cuba.

Ma la storia è il passato, un vecchio brontolone pocho chic, qualcuno che non si invita alle feste. La storia sussura e non urla sguiata come fanno oggi i politici ed i nuovi intellettuali in Tv, ecco perchè i giornali non trovano uno spazio per lei. Fortunatamente, ogni tanto, qualcuno ce lo ricorda che, in fondo, “la storia siamo noi” perchè un paese che non ricorda il proprio passato è un paese senza futuro…

Davide “Birillo” Valsecchi