Archive for the ‘tanzania’ Category.

La marea nera

Il faro nord

Il faro nord

La nostra collaborazione con i fundi e gli artisti locali prosegue. Il progetto in cui siamo stati coinvolti vede in campo architetti ed investitori sia italiani che internazionali, fondendo modernità ed etnico in una struttura enorme in costruzione da quasi 3 anni nel nord dell’isola. Non posso mostrarvi molto di questa perte del viaggio perchè ciò che stiamo realizzando è ancora “riservato”.

Tuttavia, sebbene sia molto interessante, nella pratica si traduce in un lavoraccio: in laboratorio alle otto del mattino cominciamo a lavorare con il saldatore ed il cannello quando ci sono già 35 gradi. Come materia prima utilizziamo metalli e lamiere di recupero: è due giorni che faccio a pezzi vecchi boiler!! Quando arriva mezzo giorno siamo fradici di sudore e sporchi dalla testa ai piedi di ruggine e fuliggine. Non abbiamo proprio l’aspetto dei turisti!!

Di solito mangiamo in un piccolo ristorante/chiosco sulla spiaggia gestito da un paio di ragazzi. Mangiamo con 5000 scellini tanzani a testa, poco più di 2 euro e mezzo. Quello che basta per farsi una scorpacciata di gamberoni, calamari, tranci di seppia e patatine (se conoscete le persone giuste ovviamente!!)

Io sono sempre stato un po’ sociopatico e confesso di non aver mai apprezzato troppo la vita da spiaggia. Sul bagnasciuga “rotolano” spesso i peggiori esempi di umanità. La montagna fa molta più selezione. Noi, ridotti in quello stato pietoso, attiriamo non poco l’attenzione dei turisti nei loro candidi vestiti color crema. Il peggio arriva quando incontriamo altri italiani.Di solito, se tengo la bocca chiusa o parlo inglese stretto, mi scambiano per un tedesco, a volte per un siriano se ho la barba lunga o in un israeliano se sono sbarbato. Io vengo da Asso, pensino ciò che gli pare basta che mi lascino mangiare in pace.

L’altro giorno però è successo il patatrac: un gruppo di abbienti veneti in vacanza a Zanzibar si piazza davanti al nostro tavolo, ordina aragosta, cicale, gamberi e fiumi di vino bianco dal SudAfrica prima di cominciare a ciarlare dei peggio pettegolezzi della politica italiana. Uno strazio. Ma prima o poi qualche parola in italiano dovevamo dirla anche noi e così è arrivata fatale la domanda che si cerca di evitare sempre: “Anche voi italiani?”

Ormai il danno era fatto, snoccioliamo i nostri nomi preparandoci a raccontare, per l’ennesima volta, che siamo qui per un progetto artistico bla bla bla… Ma questa volta qualcosa va diversamente, Enzo risponde a sorpresa:“Lavoriamo per una società petrolifera, siamo qui per un problema ad una piattaforma” Lo guardo ed in un attimo divento complice. Adoro quando si mette a fare l’idiota!!

D’altronde l’aspetto giusto l’abbiamo, serve solo dare spessore alla storia:“C’è stata una perdita nella piattaforma al largo qui davanti. C’è voluto un po’ ma abbiamo risolto, ora siamo in un cantiere un chilometro a sud di qui per sistemare l’equipaggiamento. Poi finalmente torniamo in Italia con un charter da Dar er Salam” Enzo si inventa dettagli parlando a nastro, come è il suo forte, mentre io intevengo focalizzo i concetti principali della storia, il mio.

I turisti sono realmente prede troppo facili, è inevitabile che i beach boys di qui riescano ad imbrogliarli in ogni modo, si bevono ogni cosa!! L’esca era all’amo, il pesce aveva abboccato, serviva solo lo strappo finale:“Ma ve l’hanno detto? Vi hanno avvisato?” Le domande solo il tocco di classe, creano attesa e lasciano che la storia si costruisca da sola:“Come di cosa? Non vi hanno avvisato che c’è la possibilità che il petrolio che è andato perso in mare arrivi su questa spiaggia? Se al largo gira il vento qui diventa tutto un pantano. Sarà un vero casino”.

E’ nel momento in cui ti senti “il più spregevole” che ti accorgi che l’animo umano è realmente imprevedibile. Scopro, dalle facce, che ci sono due gruppi in questa comitiva: una coppia sta per finire le vacanze, l’altra le ha appena cominciate. Indifferenti al disastro ambientale sono preoccupati per lo più per la vacanza: i primi sono quasi trionfanti, felici di aver scampato il pericolo, gli altri disperati di rischiare le ferie. Dovrei avere scrupoli nel farmi beffe di questa gente?

Arriva Silima, uno dei ragazzi che gestisce il chiosco, il gruppetto chiede conferma anche a lui che, annuendo, risponde un laconico “Grosso problema, noi sperare non gira vento” e se ne va con i piatti diretto in cucina. Silima parla perfettamente italiano e l’avevo sentito tradurre in swahili tutta la storia ai cuoci che ora erano piegati dalle risate: si divertono un sacco a prendere in giro gli Nzungo, i bianchi, vuoi non farli divertire?

Per un buono spettacolo serve comunque sapere quando far calare il sipario. Ci alziamo per tornare al lavoro saluando i nosti “nuovi amici” lasciando loro un ultimo consiglio:“Fossi in voi andrei sulla costa occidentale, lì non dovrebbe arrivare nulla” Curiosamente non li abbiamo più rivisti sulla spiaggia. Seccatori in meno…

Ancora qualche settimana e poi ci si butta nella boscaglia sul continente. Godiamoci gli ultimi giorni di mare, avremo a rimpiangerli!!

Ciao da Zanzibar!!

Davide “Birillo” Valsecchi



Rifornimento a Stone Town

Stone Town Midday

Stone Town Midday

Una volta a settimana affittiamo un Dalla-Dalla, un furgoncino, e ci facciamo accompagnare da Malinbu a Stone Town, la più grande (ed unica!!) cittadina dell’isola di Zanzibar. In città facciamo rifornimento di tutto quello che ci può servire per lavorare e vivere. A Kiwenga, la piccola località sulla costa orientale dove ci troviamo, esiste solo una baracchetta, quattro metri per quattro, che vende pochissime cose.

Oggi andiamo a comprare uno stabilizzatore di corrente, una batteria nuova per il generatore dell’officina e qualche bidone di benzina Diesel per provare a riaccenderlo. La luce (”humeme”) dovrebbe tornare fra qualche giorno ma dopo tre mesi di black-out il prezzo della benzina è andato alle stelle e comincia a scarseggiare. Spesso l’unica soluzione è comprarlo al mercato nero dove viene venduta a più del doppio del suo prezzo. La cosa ridicola, e che dà da pensare, è che in Africa al mercato nero fare un pieno di benzina costa comunque meno che in Italia. Qui un litro di benzina al doppio del suo valore costa 2000 scellini tanzani, un euro e venti. Un sentito grazie a chi ha governato  l’Italia negli ultimi 30 anni!!

In un oretta di strada siamo in città e cominciamo ad immergerci nelle caotiche viuzze dei “fundi”, il bazar di fabbri, carpentieri e quant’altri lavorino sull’isola. Il caos è quello classico ma, una volta finiti gli acquisti, ci incamminiamo verso il mare per mangiare da un Italiano, un friulano che gestisce un locale chiamato “La Fenice”. Dopo due settimane un piatto di spaghetti ed un espesso ce lo meritiamo.

Il vecchio forte e tutta Stone Town sono stati dichiarati patrimonio dell’Unesco e l’Aga Khan ha investito molti soldi nella sua conservazione. Tutti i palazzi, immutati ed immutabili, sono protetti dai bene culturali ma la mancanza di un adeguata manutenzione li sta consumando piano piano (pole-pole). Le grandi porte di legno delle case, elemento che caratterizzava lo stato sociale dei proprietari, sono intagliate e decorate in vari stili ed alcune di loro, dicono, hanno più di 300 anni. Lo stile delle costuzioni è un misto tra arabo ed indiano con sprazzi europei risalenti all’epoca coloniale.

Nel centro del vecchio forte, di fronte ad un piccolo caffè, c’è un grande albero che in Swahili è chiamato mwarobaini (quarantana) perchè con le foglie, la corteccia e le altre parti del tronco i locali ritengono di poter curare oltre 40 diversi disturbi.Mentre Malinbu mi raccontava questa storia ripensavo ai nostri cedri: speriamo che si ravvedano e decidano di non “svendere al mercato” un pezzo della nostra storia.

Così i due “wazungu” di Asso, plurale del termine “nzungu” con cui vengono apostrofati i “bianchi stranieri”, hanno fatto ritorno con il loro furgoncino fino a Kiwenga. Appena tornati al nostro piccolo bungalow abbiamo scoperto che l’humeme (la corrente elettrica) è finalmente tornata. La cattiva notizia è che ora manca l’acqua. Non c’è mai pace in paradiso…

Un abbraccio a tutti. Vi ricordo l’incontro di Giovedì 11 in sala consiliare alle ore 20:30. Partecipate, è importate!!

Davide “Birillo” Valsecchi



Notizie dalla Vallassina

Supermercati dalla A alla Zeta

Supermercati dalla A alla Zeta

Solitamente siamo noi a raccontarvi qualche storia durante i nostri viaggi, a descrivere le situazioni strane in cui andiamo a cacciarci o le curiosità che scopriamo giorno per giorno.

Ma questa volta, partendo, abbiamo lasciato alle spalle un paese agitato, una Asso desta ed impegnata. E già, la questione “Cedri” e “Supermercato” non ce la siamo dimenticata, ci vuole ben altro che il sole ed il mare d’Africa per farci dimenticare “Casa”.

Abbiamo Intenet ma tenersi aggiornati è difficile, abbiamo poca “banda” e la connessione è troppo lenta per poter sfogliare i giornali on line o consultare i forum o i gruppi di discussione (sempre più in crescita) che animano il web assese.

Sappiamo che c’è fermento, che c’è stato un consiglio comunale movimentato denso di assenze, che sono stati finalmente presentati dei disegni e che persino dei Parlamentari cominciano ad interessarsi alla vicenda.

Ma noi qui abbiamo solo piccoli dettagli, voci confuse che ci giungono lente attraverso il nostro piccolo computer. Lo so, può sembrare incredibile, ma qui in Tanzania, nel cuore dell’Africa, vorremmo sapere che succede nella nostra piccola ed amata Asso.

L’anno scorso, quando eravamo in Tibet, ci avete raccontato cosa accadeva in Italia dopo il terremoto in Abruzzo. Quest’anno tocca ancora a Voi raccontare al “Duo Assese” cosa succede nel loro paese.

Un abbraccio a tutti voi, fateci avere qualche notizia dalla Vallassina!! Assante Sana! Poa Bomba!!

Davide “Birillo” Valsecchi



Chiki-Chiki

Angalawi

Angalawi

Ieri mattina una noce di cocco è precipitata dal suo albero direttamente davanti ai miei piedi. Il rumore con cui ha impattatto il suolo era decisamente sinistro. Dopo essere stato quasi ucciso da una pianta mi viene sempre da riflettere sulla precarietà della vita e sull’esigenza di fare festa.

Ma qui non è poi così facile fare baldoria. I villaggi turistici, illuminati nella notte dai generatori diesel, brillano come oasi lungo le coste buie senza corrente ellettrica. Sono il paese dei balocchi da cui proviene musica ed ogni sorta di allettante promessa ma, purtroppo, nè io nè Enzo possiamo metterci piede ( anche se ci abbiamo provato…).

Così ci siamo avventurati su per la collina spingendoci verso l’interno ed i villaggi autoctoni dove vivono i locali e non i turisti.Salendo ci siamo imbattuti in un locale con tanto di insegna e qualche luce, così abbiamo deciso di entrare a farci una birra attraversandone il giardino. Dal nulla è apparsa una prosperosa donna africana che si è subito affrettata a salutarmi: “Chiki-Chiki” strillava mentre dalla casa uscivano altre ragazze nere.

La prima mi si avvicina, mi porge la mano e, dopo avermela stretta, mi strizza con la punta delle dita l’interno della mia mano tra indice e pollice. Non ci vuole molto a capire che quella, da queste parti e non solo, è una presentazione esplicita con una sola stretta di mano!!

In un attimo, nel buio del giardino, sono circondato da ragazze di colore che mi civettano attorno. Finalmente capisco dove siamo finiti: “Enzo!!” Urlo divertito ma determinato “Visto che mi hai portato in un mignottodromo ti dispiacerebbe togliermi da questo casino!?”

Enzo se la ride ed attacca a discutere in Inglese e Swahili con le “Signore” mentre io cerco di fulminarlo con gli occhi. Alla fine racconta loro che siamo stanchi, che questo renderebbe il tutto meno divertente e che per questo torneremo domani. (Lo ammazzo se mi gioca ancora questo scherzo!!)

Così siamo tornati ad allontanarci nella notte, io chiedendomi se si fossero lavate la mani ed Enzo ridendo della mia ingenuità montagnina!!

Qualche metro più in là c’era un altro bar ed abbiamo riprovato la sorte entrando.Dentro c’erano solo avventori di colore e tutto il bancone, barista compresa, era chiuso dentro una gabbia di fitte sbarre di ferro. La ragazza, ridendo, ci allunga un paio di birre da dentro la sua cella mentre incuriosito mi guardo intorno: le feste qui pare siano piuttosto movimentate quando si scaldano gli animi…

Visto che non era possibile bere in pace, asfissiati continuamente dai passanti che cercavano di venderci ogni genere di droga, abbiamo fatto ritorno alla spiaggia con le nostre birre. Nè io nè Enzo usiamo droga (siamo già abbastanza strambi al naturale!) ma dai nostri viaggi sembra che gli italiani si siano fatti una gran brutta fama in giro per il mondo.

Sulla strada per la spiaggia incontriamo di nuovo la noce di cocco del mattino. Stavo per calciarla irritato quando davanti a me è apparsa una magnifica luna a picco sul mare. Lo spettacolo valeva le tribolazioni!!

Con le nostre birre ci siamo seduti sulla sabbia vicino ad un nero che “abbrustoliva” un angalawi, le locali canoe, per preservarla dalle alghe.Qualche foto, un paio di chiacchiere mentre ci si godeva la brezza della notte.

Dal vicino villaggio turistico ogni tanto qualche “donna bianca” si avventurava tra i cespugli in compagnia di un giovane Masai forse, chissà, in cerca di un po’ d’ Africa selvaggia. I Masai sono i pastori nomadi che vivono sotto il Kilimanjiaro, sono i montagnini d’Africa e forse è per questo che le donne li trovano così interessanti. Certo è che se i Masai disdegnano il pesce reputandolo discustoso è incredibile come riescano a “digerire” certe “scorfane” d’importazione!!

Ma qui, cinque gradi a sud dell’equatore, in fondo non si sta male. Al qui presente montagnino basta una buona birra ed un buon amico con cui ridere delle stranezze del mondo per fare festa. Non ce la passiamo male.

Hacuna Matata gente, occhio alle noci di cocco!!

Davide “Birillo” Valsecchi

ps. Un bacio alla “Pita” e buon compleanno al mio nipotino!!



Birillo e il Mare

Il Mare

Il Mare

Io vengo dalle Prealpi Lombarde, da un’ecosistema fatto di montagne e laghi chiamato Triangolo Lariano.

Dove sono nato io l’orizzonte è sempre una montagna o quanto meno una collina dietro cui che si nasconde qualcosa ancora da scoprire. Se poi si sale abbastanza si può vedere il Lago di Como e, al di là del ramo di Lecco, ammirare la magnifica Grigna.Nei giorni di bel tempo si riesce a vedere ad ovest, attraverso la Pianura Padana, anche la cima del Monte Rosa. Questo è da dove vengo io.

Ora sono sulla costa orientale dell’isola di Zanzibar e davanti a me ho l’Oceano Indiano. Qui, guardando il mare, l’orizzonte è una striscia di onde azzurre oltre la barriera corallina mentre la terra, piatta alle mie spalle, si nasconde dietro la prima fila di palme. Orizzonti diversi per mondi diversi.

Da montagnino quale sono ho imparato a nuotare meno di dieci anni fa e da allora ho sempre cercato di scoprire cose nuove su questo misterioso mondo azzurro, senza però essere mai riuscito a comprenderne a fondo la natura.

Lo stesso vale anche per la sua gente. Qui vivono praticamente a ridosso del mare, vivono grazie ai suoi frutti traendone cibo e calore. Le piante da frutto crescono rigogliose appena dietro la spiaggia e se nelle vicinanze scorre anche l’acqua dolce si ha disposizione quasi tutto quello che serve. Eppure l’indole di questo gigante azzurro non mi appare benigna, spesso nei miei occhi la bellezza lascia il posto ad un senso di ostilità o quantomeno di incurante indifferenza.

Qualcosa stride in ciò che vedo: la gente che vive del mare qui sembra avere a dispozione tutto ma, nonostante questo, pare immobile. Come senza avere un peso di fronte a questo gigante costruiscono sulla sabbia lasciando che il vento e la salsedine corroda e consumi ogni cosa.

In Tibet, sulle grandi montagne, ho visto famiglie sopravvivere sfidando il freddo ed una natura dura, severa e avara. Li ho visti ingegnarsi con mezzi scarsi o quasi inesistenti, sfidare il tempo costruendosi in quella povertà un futuro nonostante la consapevolezza della propria transitorietà. Qui invece la gente sembra rassegnata o incurante. Sorridono felici di un oggi dal domani incerto: il mare dà il mare prende.

Ed è così, guardando il mare ed i pescatori, che ho capito qualcosa sulle nostre montagne. Perchè i nostri monti possono essere duri ma in quella loro ruvidezza, in quella loro immobile lentezza sanno essere buoni maestri, nella loro solidità può fare affidamento la gente di montagna, può credere nosostante i sacrifici.

Il mare, al contrario, fa quello che vuole, concede solo di confidare nella sua clemenza o nella sua generosità. Si muove, si trasforma, spazza onda su ogni cosa lasciandola in balia dei suoi ritmi.Il mare fa quello che vuole, non si cura degli uomini.

Ma forse è giusto così: incredibilmente le montagne nella loro austera grandezza sono simili all’uomo, anch’esse destinate a scomparire, a sgretolarsi  trasformandosi giorno dopo giorno. Ad essere sconfitte proprio da quel mare capriccioso a cui non assomigliano. Un mare che è in continuo subbuglio, in continuo mutamento ma, nonostante ciò, resta sempre immutato ed immutabile, uguale solo a se stesso.

Senza la speranza di fare ritorno alle nostre montagne sarebbe impossibile conforntarsi con la forza di questo mare per uno come me.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. nuotare quando il mare è agitato è una delle cose che più mi piace ma, mentre scivolo o precipito tra le onde, mi accorgo che di fronte a tanta grandezza tutta la mia foga è gran piccola cosa. Quando arrivi sulla vetta di una montagna quasi senti di farne parte, con il mare spesso mi sento in pace solo quando torno sulla terra ferma.



Fundi Santambrogio

L’isola di Zanzibar è afflitta negli ultimi mesi da una cronica mancanza di elettricità: il cavo che forniva energia elettrica dalla terra ferma è saltato e nessuno sa quando sarà ripristinato. Noi, grazie ai pannelli solari portatili, riusciamo ad alimentare il computer e le macchine fotografiche ma purtroppo la linea Internet dell’isola è al momento un po’ ballerina. Va a sprazzi continuando a saltare e per questo posso inviarvi (”prometto solo per ora”) una o due foto alla volta.
Per il resto io ed Enzo non ce la passiamo male: viviamo a centro metri dal mare sulla costa orientale dell’isola ed appena al di là della barriera corallina c’è l’oceano Indiano. Ogni mattina attacchiamo a trafficare in officina con gli altri “fundi”, i fabbri locali, realizzando pezzi artistici.
Lavorare il metallo è molto affascinante, sono stupito ed attratto da come un materiale così rigido e solido riesca a diventare malleabile e delicato una volta reso incandescentte dal fuoco. Certo, si deve dargli di martello ma risulta essere molto più docile di quanto avrei creduto. Aiutare Enzo mentre ne plasma le forme discutendo ed insegnando agli altri fundi è avvincente.
Il metallo assume il colore del fuoco e brilla di un blu intenso quando la poca corrente basta a dar vita alla saldatrice: guerrieri di ferro, maschere africane e figure del mare diventano i soggetti per statue, lampadari e piccoli oggetti che andranno ad arricchire una magnificente struttura a ridosso del mare. Sotto le capriate di un tetto di Makuti alto oltre 38 metri sta infatti nascendo uno dei centri artistici e turistici più prestigiosi d’Africa e noi abbiamo la fortuna di farne parte.
Anche se il vento dall’oceano soffia fresco e costante siamo sempre in Africa durante il periodo estivo. Il caldo è quasi opprimente per noi che meno di una settimana fa eravamo tra la neve e così, ogni due ore, si dismettono gli abiti da lavoro e si abbandona la forgia per buttarsi nell’azzurro di questo mare caldo.
Ogni tanto ho la nostalgia della “Trattoria delle Zie”, della Giusy e della Mariuccia (…meno di Valerio) ma provo a consolarmi con piatti a base di gamberoni, calamari e tuna innaffiati con birra gelata. Sembrerà ridicolo ma troviamo solo quello!!
Siamo finiti in un posto magnifico e ricco di aspetti da scoprire ma anche di guai, o quantomeno situazioni curiose, in cui incappare. Il mondo al di fuori dei villaggi turistici, da cui siamo esclusi, è ben diverso di quello da cartolina a cui spesso siamo abituati: è molto più variopinto, selvaggio e complesso. A volte “fa ridere”, a volte “fa correre”. Piano piano proverò a raccontarvi tutto. Settimana prossima, credo martedì, andremo in città (dista un’oretta di fuoristrada) per acquistare un addattatore ed una scheda telefonica ZanTel che dovrebbe permetterci una connessione ad Internet più affidabile.
Per ora è tutto, un abbraccio a tutti voi ed anche ai miei cedri. Come stanno? Posso confidare che siano in buone mani o ne hanno fatto stuzzicadenti appena siamo partiti?
Davide “Birillo” Valsecchi

L’isola di Zanzibar è afflitta negli ultimi mesi da una cronica mancanza di elettricità: il cavo che forniva energia elettrica dalla terra ferma è saltato e nessuno sa quando sarà ripristinato. Noi, grazie ai pannelli solari portatili, riusciamo ad alimentare il computer e le macchine fotografiche ma purtroppo la linea Internet dell’isola è al momento un po’ ballerina. Va a sprazzi continuando a saltare e per questo posso inviarvi (“prometto solo per ora”) una o due foto alla volta.

Per il resto io ed Enzo non ce la passiamo male: viviamo a centro metri dal mare sulla costa orientale dell’isola ed appena al di là della barriera corallina c’è l’oceano Indiano. Ogni mattina attacchiamo a trafficare in officina con gli altri “fundi”, i fabbri locali, realizzando pezzi artistici.

Lavorare il metallo è molto affascinante, sono stupito ed attratto da come un materiale così rigido e solido riesca a diventare malleabile e delicato una volta reso incandescentte dal fuoco. Certo, si deve dargli di martello ma risulta essere molto più docile di quanto avrei creduto. Aiutare Enzo mentre ne plasma le forme discutendo ed insegnando agli altri fundi è avvincente.

Il metallo assume il colore del fuoco e brilla di un blu intenso quando la poca corrente basta a dar vita alla saldatrice: guerrieri di ferro, maschere africane e figure del mare diventano i soggetti per statue, lampadari e piccoli oggetti che andranno ad arricchire una magnificente struttura a ridosso del mare. Sotto le capriate di un tetto di Makuti alto oltre 38 metri sta infatti nascendo uno dei centri artistici e turistici più prestigiosi d’Africa e noi abbiamo la fortuna di farne parte.

Anche se il vento dall’oceano soffia fresco e costante siamo sempre in Africa durante il periodo estivo. Il caldo è quasi opprimente per noi che meno di una settimana fa eravamo tra la neve e così, ogni due ore, si dismettono gli abiti da lavoro e si abbandona la forgia per buttarsi nell’azzurro di questo mare caldo.

Ogni tanto ho la nostalgia della “Trattoria delle Zie”, della Giusy e della Mariuccia (…meno di Valerio) ma provo a consolarmi con piatti a base di gamberoni, calamari e tuna innaffiati con birra gelata. Sembrerà ridicolo ma troviamo solo quello!!

Siamo finiti in un posto magnifico e ricco di aspetti da scoprire ma anche di guai, o quantomeno situazioni curiose, in cui incappare. Il mondo al di fuori dei villaggi turistici, da cui siamo esclusi, è ben diverso di quello da cartolina a cui spesso siamo abituati: è molto più variopinto, selvaggio e complesso. A volte “fa ridere”, a volte “fa correre”. Piano piano proverò a raccontarvi tutto. In settimana, credo già martedì, andremo in città (dista un’oretta di fuoristrada) per acquistare un addattatore ed una scheda telefonica ZanTel che dovrebbe permetterci una connessione ad Internet più affidabile.

Per ora è tutto, un abbraccio a tutti voi ed anche ai miei cedri. Come stanno? Posso confidare che siano in buone mani o ne hanno fatto stuzzicadenti appena siamo partiti?

Davide “Birillo” Valsecchi



Karibu Zanzibar

Malpensa. Un bacio a bruna e siamo al Cairo e, nella notte, arriviamo a Dar er Salam. Da finestrino dell’aereo, durante il volo notturno, non si Ë vista neppure una luce e sembrava di volare sopra l’oceano tanto era buio il mondo sotto di noi.
Sbarchiamo molto presto, Ë ancora notte. Visti, timbri e permessi e poi si aprono le porte dell’aereoporto: si comincia.
Cambiamo due soldi ed Ë la prima fregatura ma, infondo, l’esperienza ha un prezzo ed io non sono mai stato da questa parte di mondo a sud dell’equatore.
Cerchiamo un taxi per il porto. Un ragazzo ben vestito si fa avanti. Giacca bianca, pantaloni scuri e spratutto un tesserrino. Mi porta nello sgabiotto del suo ufficio e mi mostra la tabella dei prezzi: 25 dollari ma sembra affidabile, si prende.
Giuda a sinistra, macchine scassate e puzza di diesel. In pratica Ë come essere in India e le preiferie si assomigliano tutte, specie di notte. Mentre comincia a piovere spero che l’alba arrivi presto. Al buio Ë tutto pi˘ difficile.
Arrivati al porto il taxi di ferma e quasi all’istante viene circondato da cinque o sei ragazzotti di colore che comincia a sbracciarsi nellinterno dell’abitacolo dai finestrini. L’autista blocca le portiere ed il rumore, il “tlack” della serratura automatica, Ë un campanello d’allarme rumoroso come pochi altri. “Bhe, ci siamo, cominciamo subito” ho pensato.
Scendo dal taxi maledicendo la notte e recupero i mei bagagli mentre l’autista, che si Ë messo a scortarci, mi sussurra “bad people, take care”. Al porto, di notte, in Africa: che volevi aspettarti? Entriamo in un ufficietto mentre il gestore allontana a male parole la cricca che si era fatta sotto. 30 dollari a testa ed abbiamo un biglietto per la barca. Ci infiliamo in un lodge con l’aria condizionata aspettando le sette del mattino.
La barca, la freccia di Zanzibar, non Ë un gran che. Non c’Ë posto fuori coperta e, visto che il viaggio lo si fa chiusi dentro, mi addormermento. Due ore dopo siamo al porto di Stone Town. Alla fine abbiamo speso gli stessi soldi dell’aereo solo che volando ci avremmo messo un quarto d’ora ed evitato le noie al porto. Non valeva la pena optare per la barca.
Quando arriva il sole comincia a farsi sentire il caldo ma tutto diventa pi˘ facile. Grandi sorrisi, “Jambo”, “Hacuna Matata”: aspettiamo il nostro contatto vicino alla prima casa elettrificata di tutta Zanzibar. Alla fine Giadda arriva, Ë un ragazzo ricciolo con gli occhi chiari. Mi mostra il suo cellulare ed il messaggio sms che gli avevo mandato. Sono i convenevoli del 2000 ma almeno si fa prima a fidarsi e si evitano spiacevoli guai.
Saliamo su un Dalla-Dalla, una specie di furgone riattrezzato a pulmino. Ci infiliamo tra le stradine fino al mercato. Una volta lÏ aspettiamo tra le bancarelle del pesce e delle spezie che il pulmino si riempia e poi si parte. Uno degli ultimi a salire Ë un ragazzo masai: vestito con la tipica tunica colorata indossava la tradizionale mazza, il lungo coltello panga ed un paio di occhiali da sole degni di Elvis.Il mondo Ë un posto strano.
Il viaggio Ë scomodo come pochi altri ma infondo siamo in esplorazione e, pressati come sardine, imparo un sacco di cose sugli africani. Sono colpito dall’espressione assente che riescono ad assumere quando si parla di soldi e dal modo con cui si muovono le donne. Una di loro, per farmi capire che facevo meglio a tenere d’occhio i miei bagagli, mi ha preso semplicemente la mano e me l’ha portata sulla manglia del mio zaino. Ogni volt ache doveva farmi capire qualcosa non aveva inivÏbizioni ad usare una gestalit‡ tattile. Un simile contatto fisico tra uomo e donna in India sarebbe stato impossibile.
Alla fine siamo arrivati a destinazione e, visto gli standard abituali, si sta alla grande. Anche un montagnino come me non puÚ che apprezzare la bellezza di questo mare. La nostra modesta sistemazione gode di acqua corrente e luce elettrica solo poche ore al giorno ma Ë pi˘ che sufficiente per quello che ci serve.
Abbiamo gi‡ incontrato gli altri fabbri e da domani si comincia a picchiar il ferro nei laboratori dei “fundi”, i fabbri locali.
Karibu  Zanzibar, benvenuti a Zanzibar.
Davide “Birillo” Valsecchi
Un montagnino ai tropici

Un montagnino ai tropici

Malpensa. Un bacio a Bruna e siamo al Cairo e, nella notte, arriviamo a Dar er Salam. Dal finestrino dell’aereo, durante il volo notturno, non si è vista neppure una luce e sembrava di volare sopra l’oceano tanto era buio il mondo sotto di noi.

Sbarchiamo molto presto, è ancora notte. Visti, timbri e permessi e poi si aprono le porte dell’aereoporto: si comincia.

Cambiamo due soldi ed è la prima fregatura ma, infondo, l’esperienza ha un prezzo ed io non sono mai stato da questa parte di mondo a sud dell’equatore.

Cerchiamo un taxi per il porto. Un ragazzo ben vestito si fa avanti. Giacca bianca, pantaloni scuri e spratutto un tesserino. Mi porta nello sgabiotto del suo ufficio e mi mostra la tabella dei prezzi: 25 dollari ma sembra affidabile, si prende.

Giuda a sinistra, macchine scassate e puzza di diesel. In pratica è come essere in India e le preiferie si assomigliano tutte, specie di notte. Mentre comincia a piovere spero che l’alba arrivi presto. Al buio è tutto più difficile.

Arrivati al porto il taxi di ferma e quasi all’istante viene circondato da cinque o sei ragazzotti di colore che cominciano a sbracciarsi nell’interno dell’abitacolo dai finestrini. L’autista blocca le portiere ed il rumore, il “tlack” della serratura automatica, è un campanello d’allarme rumoroso come pochi altri. “Bhe, ci siamo, cominciamo subito” ho pensato.

Scendo dal taxi maledicendo la notte e recupero i mei bagagli mentre l’autista, che si è messo a scortarci, mi sussurra “bad people, take care”. Al porto, di notte, in Africa: che volevi aspettarti? Entriamo in un ufficietto mentre il gestore allontana a male parole la cricca che si era fatta sotto. 30 dollari a testa ed abbiamo un biglietto per la barca. Ci infiliamo in un lodge con l’aria condizionata aspettando le sette del mattino.

La barca, la freccia di Zanzibar, non è un gran che. Non c’è posto fuori coperta e, visto che il viaggio lo si fa chiusi dentro, mi addormermento. Due ore dopo siamo al porto di Stone Town. Alla fine abbiamo speso gli stessi soldi dell’aereo solo che volando ci avremmo messo un quarto d’ora ed evitato le noie al porto. Non valeva la pena optare per la barca.

Quando arriva il sole comincia a farsi sentire il caldo ma tutto diventa più facile. Grandi sorrisi, “Jambo”, “Hacuna Matata”: aspettiamo il nostro contatto vicino alla prima casa elettrificata di tutta Zanzibar. Alla fine Giadda arriva, è un ragazzo ricciolo con gli occhi chiari. Mi mostra il suo cellulare ed il messaggio sms che gli avevo mandato. Sono i convenevoli del 2000 ma almeno si fa prima a fidarsi e si evitano spiacevoli guai.

Saliamo su un Dalla-Dalla, una specie di furgone riattrezzato a pulmino. Ci infiliamo tra le stradine fino al mercato. Una volta lì aspettiamo tra le bancarelle del pesce e delle spezie che il pulmino si riempia e poi si parte. Uno degli ultimi a salire è un ragazzo masai: vestito con la tipica tunica colorata indossava la tradizionale mazza, il lungo coltello panga ed un paio di occhiali da sole degni di Elvis.Il mondo è un posto strano.

Il viaggio è scomodo come pochi altri ma infondo siamo in esplorazione e, pressati come sardine, imparo un sacco di cose sugli africani. Sono colpito dall’espressione assente che riescono ad assumere quando si parla di soldi e dal modo con cui si muovono le donne. Una di loro, per farmi capire che facevo meglio a tenere d’occhio i miei bagagli, mi ha preso semplicemente la mano e me l’ha portata sulla manglia del mio zaino. Ogni volta che doveva farmi capire qualcosa non aveva inibizioni ad usare una gestualità tattile. Un simile contatto fisico tra uomo e donna in India sarebbe stato impossibile.

Alla fine siamo arrivati a destinazione e, visto gli standard abituali, si sta alla grande. Anche un montagnino come me non può che apprezzare la bellezza di questo mare. La nostra modesta sistemazione gode di acqua corrente e luce elettrica solo poche ore al giorno ma è più che sufficiente per quello che ci serve.

Abbiamo giù incontrato gli altri fabbri e da domani si comincia a picchiar il ferro nei laboratori dei “fundi”, i fabbri locali.

Karibu  Zanzibar, benvenuti a Zanzibar.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. da settimana prossima si attiva un collegamento ad Internet  “migliore” ed arriveranno le foto ed i racconti dell’isola.



Lee-Enfield .303 per Alexander Lake

Clint Eastwood - White Hunter

Clint Eastwood - White Hunter

«Ubusuku, con la mazza in una mano e la lancia nell’altra, si mosse verso la cortina di buio. Ma improvvisamente lo vidi balzare indietro e lo udii lanciare un’imprecazione nel suo dialetto zulù, mentre un grosso coccodrillo dagli occhi verdi raggiungeva lentamente il cerchio di chiarore creato dalla fiamma. Gli sparai una pallottola nella testa.

Mentre sparavo Bill gettò una bracciata di ceppi sul fuoco. Volarono scintille e le fiamme si levarono alte, fugando le tenebre e rivelando la presenza di una folla di cocodrilli con le fauci aperte e con gli occhi che mandavano barbagli rossi, verde e arancione. Ebbi un instantanea visione di ciò, prima che la fiamma si abbassasse, ma mi parve che quella turba di rettili si estendesse da ogni parte a perdita d’occhio.

Compresi che poteva trattarsi di una di quelle grandi migrazioni di coccodrilli di cui avevo sentito parlare. Avevo anche sentito che solo il fuoco può arrestare una massa di coccodrilli che avanza.»

Come fece a salvarsi da quella situazione il mitico Alexander Lake, cacciatore bianco e scrittore a cavallo degli anni ‘30, dovete scoprirlo da voi, in uno dei più bei libri che abbia letto e che continuo a rileggere fin da quando ero piccolo: Caccia Grossa in Africa.

Alexander Lake è un cacciatore professionista, questo potrà far torcere il naso agli ambientalisti ma l’amore e la conoscenza con cui descrive le magnifiche bestie africane è impareggiabile: scoprirete nelle sue storie, catalogate per animale, quanto l’uomo sia vulnerabile senza i suoi strumenti e quanto maestose e terribili possano essere le creature che abitano l’Africa. Il mondo in cui vive è poi così diverso e lontano da quello attuale da far sembrare i suoi racconti antichi ed affascinanti come quelli di Conrad o Hemingway.

Bufali, leoni, elefanti, babbuini, ippopotami, rinoceronti e leopardi: per ogni magnifica o terribile cretura Lake ha una storia, un esperienza vissuata il cui finale non è mai scontato così come non lo sono i personaggi che vi prendono parte. Ogni storia racchiude un esempio ed un insegnamento.

Non sono mai stato in Africa. Certo, ho incontrato quasi tutti gli animali della vecchia Europa ma le creature che vivono laggiù sono veramente di un altro mondo. In Tibet la creatura più strana era lo Zou, un incrocio tra lo yak e la mucca. In India abbiamo incontrato elefanti, scimmie e serpenti ma erano posti talmente affollati di gente che non se ne poteva assaporare la natura selvaggia. Questa volta andiamo verso qualcosa che proprio non conosco se non per sentito dire. Accidenti,  l’Africa.

Mentre scrivo mi è tronato alla mente un ricordo, quando da bambino mio padre mi portò nella casa del signor Carlo Casartelli a Brescia. Casartelli era uno dei migliori armaioli italiani che aprì il suo primo laboratorio proprio qui ad Asso, di fronte alla vecchia cartoleria del signor Paredi. Costruiva fucili, fucili da caccia grossa, strumenti che meno di cinquanta anni fa erano quanto di meglio un artigiano potesse realizzare. Quelli di Casaretelli erano famosi in tutto il mondo tanto che i suoi clienti, spesso ricchi americani o sceicchi arabi, gli inviavano alcuni dei trofei abbattuti come ringraziamento. La sua casa era un museo fatto di magnifiche armi, di vestigia di magnifici animali, di storie ed avventure di mondi lontani.

Ora tocca a me ed Enzo, nel 2010, andare alla scoperta dell’Africa.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. perfavore ambientalisti, io capisco la vostra natura integralista da ignoranti convinti ma, per favore, questa è la storia di un mondo passato che, ahimè per voi e per me, non esiste più. Conserviamolo senza imbrattarlo d’ipocrisia.



La caduta dei Giganti

Kilimanjaro addio

Kilimanjaro addio

Hans Meyer, geologo ed espoloratore tedesco, raggiunse la cima del monte Kilimanjaro, 5980mt, il 5 ottobre del 1889 diventando il primo europeo a mettere piede sulla cima del gigante africano.

Nello stesso periodo anche l’incredibile figura di Luigi Amedeo di Savoia, il famoso Duca degli Abruzzi, esplorava l’africa conquistando le maggiori vette del Ruwenzori in Congo.

Il Kilimnajaro era una montagna che per me conservava ancora il fascino di questi viaggi di inizio ‘900. Per questo, quando Enzo mi aveva proposto di accompagnarlo in Tanzania, volevo assolutamente vederla e provare a salirla. Studiando la montagna però ho scoperto che ogni anno quasi 20.000 persone raggiungono la sua vetta e che per poter tentare la salita si devono seguire rigorosamente regolamenti e pratiche burocratiche ed economiche. In Ladakh, per salire i 6130 metri dello Stok Kangri, ho pagato una tassa di 80dollari a cui aggiungere il vettovagliamenti ed il giusto salario del mio amico Juma che mi ha accompagnato nella salita. Un giusto prezzo credo. In Tanzania per salire il Kilimanjaro è necessario pagare una tassa d’ingresso di 60 dollari a testa ogni 24 ore, più un’altra serie di tasse giornaliere ancor prima di avvicinarsi alla montagna. A conti fatti costa più il biglietto d’ingresso che le persone ed i portatori che ci aiutano nella salita.

Paricolare ancora più curioso, o inquietante, è che nel cuore dell’Africa si accede al parco solo grazie ad una tessera magnetica precaricata con i crediti necessari alla propria permanenza che va attivata entrando ed uscendo dal parco. Ancora più inquietante è che tale tessera non può essere “caricata” in contanti, nemmeno in valuta forte: il parco, per avere la garanzia di accreditare eventuali giorni suplementari, esige che il pagamento sia elettronico via carta di credito«Serve una carta di credito per salire il Kilimanjaro, stupido io che volevo usare gli scarponi Mentre studiavo questi dati, arrovellandomi con la calcolatrice, continuava a tornarmi in mente King Kong, il film in bianco e nero: vedevo quel gigantesco scimmione attaccato da aerei giocattolo, lo vedevo cadere al suolo dove minuscoli uomini ne salivano trionfanti il cadavere. Ecco il rumore dei sogni che si infragono.

Perplesso sono andato a parlare con Enzo: “Non voglio raccontare la storia di una montagna a gettoni. Enzo, non voglio vedere una montagna tanto speciale ridotta ad un Luna Park d’alta quota.” Enzo, come già in passato, ha risollevato il morale con una frase semplice: “Mi fido di te Birillo. Abbiamo un invito a Zanzibar, poi  trova tu qualcosa che valga la pena vedere, qualcosa che sia importante raccontare. Traccia la rotta e ci andiamo.” E’ un compagno di viaggio eccezionale!!

Dove andiamo? Bhe, quando l’estremo diventa estremamente stupido si deve affrontare un viaggio dentro se stessi cercando quello che veramente si vuole scoprire. In Tanzania esistono due tipi di montagne: le più note sono quelle vulcaniche, come l’imponente Kilimanjaro, che si estendono nelle regioni settentrionali formando la Rift Valley, una delle mete turistiche principali del paese. Il secondo tipo sono le montagne che formano la catena montuosa dell’ Arco Orientale: montagne di orgine non vulcanica che si estendono nella parte sud del paese.  Fanno parte della catena le montagne Uluguru che ospitano alcune tra le foreste più antiche dell’Africa. Meno alte dei massicci vulcanici del nord, la vetta più alta è 2600 metri, sono inserite in un contesto naturale e sociale molto particolare formando un ecosistema speciale.

Il nuovo piano è attraversarle per poi raggiungere, al confine con lo Zambia, la parte Sud del Lago Tanganika, il secondo lago più grande al mondo che è stato scoperto solo nel 1858. Fregiarmi del “Kilimanjaro” solleticava il mio orgoglio ma, alla fine, ho capito che non è quella la mia natura, non è quello che cerchiamo nei nostri viaggi. Forse il nostro viaggio non avrà il clamore della spedizione ad un 6000 ma, nonostante le numerose incognite che ora ci si parano davanti, ha il sapore genuino dell’esplorazione, del contatto autentico.

Mi piace, mi piace cambiare idea e migliorare. Non so come potrete giudicare queste nostre scelte, forse qualcuno resterà deluso o forse, come me, ancora più elettrizzato. Partiamo per l’Africa e siamo intenzionati a scoprirla con lo sguardo, forse ingenuo ma poetico, che ha contraddistinto ogni nostro viaggio. Si parte!!

Davide “Birillo” Valsecchi



Tanzania: da Zanzibar al Tanganica

Tanzania

Tanzania

Un misto di preoccupazioni e speranze, si riparte!! Un nuovo viaggio per la squadra Cima-Asso.it: destinazione Africa.

Il team è quello classico: Enzo Santambrogio e Davide “Birillo” Valsecchi. Questa volta siamo stati invitati a Stone Town, la vecchia capitale di Zanzibar, per realizzare installazioni artistiche in ferro battuto con i blacksmither locali. Ecco l’opportunità per dare vita ad una nuova avventura da raccontarvi attraverso le pagine del nostro diario web.

Dalle meravigliose spiaggie e dai sobborghi di Zanzibar, a stretto contatto con i locali artigiani del ferro, partiremo alla volta del lago Tanganica attraverso le antiche foreste dei monti Uluguru.

Dopo il 6000 metri del Piccolo Tibet ed il periplo in canoa del Lario la “Strana Coppia” di Asso riparte per realizzare un nuovo libro e continuare la propria storia dopo «Contrabbandieri del Nirvana» ed i viaggi in India.

In partenza a metà Febbraio, passeremo l’equatore esplorando la parte Sud del mondo. Ancora un viaggio di due mesi che ci porterà dal caldo torrido al freddo artico attraversando genti di etnie e culture diverse. Scarponi, costume da bagno ed incoscenza: ecco pronto il nostro bagaglio ancora una volta!

Blacksmiting: le prime settimane di viaggio le trascorreremo a Zanzibar, lavorando alla forgia tra il Mercato del Ferro e le azzurre spiaggie dell’isola nella torrida estate australe. Enzo, artista del ferro battuto, è stato chiamato a realizzare installazioni seguendo lo stile etnico locale grazie all’aiuto dei fabbri autoctoni. Le opere realizzate diveranno parte dell’arredamento del Resort che ci  ha invitati. Un occasione per collaborare e conoscere la popolazione locale e l’isola al di là degli scorci turistici, a stretto contatto con la gente che vive l’isola.

Uluguru: dopo aver esplorato Zanzibar e completato le istallazioni sarà il tempo di infilarsi gli scarponi ed esplorare la Tanzania attraverso le montagne Uluguru, le montagne meridionali che fanno parte del massiccio dell’Arco Orientale ed ospitano alcune delle foreste più antiche dell’Africa. Un gruppo montuoso di straordinaria ricchezza naturale, animato dalle popolazioni indigene e lontano dalle mete turistiche.

Tanganica: scoperto solo nel 1858 è il secondo lago più grande al mondo. Dall’estremo sud, oltre le cascate Kalambo che dividono con i loro 230 metri di salto la tanzania dello Zambia, risaliremo il lago esplorandone  le sponde. Il lago è famoso per la varietà di animali che lo animano e per i fossili che sono stati estratti dalle sue acque. I comaschi sul lago più grande d’Africa!!

Ancora un viaggio che unisce arte ed avventura dandoci l’occasione di scorpire e raccontare mondi a noi nuovi. Come sempre daremo il massimo coinvolgervi giorno dopo giorno nella nostra esplorazione.

Zaino in spalla. Si va in Africa!!

Davide “Birillo” Valsecchi