…e te ne andasti senza dirmi il tuo nome.

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Sad SunsetLuglio 2003, un estate tra le piu’ calde degli ultimi anni. Ho finito da poco il Corso Addestramento Reclute (Car) a Trieste, mi avevano spedito in fanteria ma in virtù dei miei brevetti in primo soccorso mi hanno dirottato in forza alla Croce Rossa di Asso. Controllo l’ambulanza sul piazzale, la 031, e mi preparo ad una nuova calda giornata di naja mentre vedo le macchine dei turisti che sfilano davanti al Palazzo del Comune.

In squadra con me c’e’ Lele come autista e Maurizio come supporto, hanno un sacco di esperienza e posso stare tranquillo. Ieri abbiamo “portato a casa” un motociclista che era volato lungo un muro e si era ridotto abbastanza male una gamba. Sono ancora un po’ stanco ma speriamo bene.

Passeggio sul piazzale salutando Piero quando arriva la chiamata. Il telefono del 118 è collegato ad una campana simile a quella dei pompieri. Lele risponde alla chiamata mentre salgo in ambulanza e prendo il mio posto sul sedile nel vano sanitario. Maurizio sale davanti ed aspettiamo Lele che non tarda a salire.

Cosa abbiamo oggi Lele?” Chiedo. Lui ringhia mentre ingrana la prima ed accende le sirene a manetta. Non è un buon segno. Prende il microfono della radio “otto uno otto dalla zero tre uno, zero tre uno in uscita per Civenna codice rosso”. Aggancia il microfono e, mentre spreme il motore, si gira e mi lancia un occhiata in cerca di supporto: “Una bambina al campeggio, dicono che stia andando in arresto“.

Nel mio sedile posteriore sono solo e mi preparo come un pugile, cerco la serenità infilandomi i guanti in lattice e controllando l’equipaggiamento. Respiro e rifletto tranquillo perchè fino a che l’ambulanza non sarà arrivata il mio ruolo è minimo. Maurizio supporta Lele alla guida ed il rumore ci impedisce quasi di parlare. Devo solo aspettare ed essere pronto. Una volta arrivati io e Maurizio scenderemo a prendere il controllo della situazione mentre Lele posizionerà il mezzo. Posso solo aspettare, respirare e concentrarmi: bambina in arresto, brutta storia.

Dalle piccole finestre dell’ambulanza mi rendo conto che siamo entrati nel viale del campeggio. Vedo ai bordi della carreggiata gente che si sbraccia indicandoci la strada. Ci siamo. L’ambulanza si ferma sulla ghiaia. Imbraccio lo zaino e la bombola di ossigeno, apro lo sportello posteriore entrando in un mondo nuovo. Emergo dal buio nel mezzo del campeggio invaso dal sole estivo, colorate roulotte, piccole casette, qualche albero, panni stesi in un mondo che sembra muoversi al rallentatore mentre cerco di orientarmi. Sento addosso migliaia di occhi mentre i quasi quattrocento ospiti del campeggio ci guardano. Fermi, immobili, in silenzio come alberi mi appaiono surreali mentre leggo sul loro volto sofferenza ed impotenza, rapiti e colpiti da qualcosa di enorme. Mi fissano come per mostrarmi qualcosa. Mi fissano perchè si aspettano qualcosa da me, si aspettano che affronti qualcosa che non è alla loro portata.

Poi vedo la piccola veranda, il tetto in legno ed il porticato con tre gradini; una ringhiera in legno e persone attorno ad un tavolo. Sul tavolo un minuto corpicino, una bimba di sette otto anni, con una magliettina verde, pantaloni del pigiama e piedi nudi; pallida in modo spettrale, non si muove.

Come un cazzotto in viso il mio sgurado si focalizza, tengo gli occhi sul bersaglio ed il tempo comincia a scorre in modo normale. Anzi accellera ad ogni passo verso quella veranda mentre anche la mia mente comincia a correre furiosa. Digrigno i denti e mi metto a correre mentre una rabbia lucida mi assale.

Io e Maurizio siamo sulla veranda mentre Lele gira l’ambulanza. Voci attorno ci raccontano frammenti della storia tra le lacrime, Maurizio appoggia due dita alla carotide mentre si piega a sentire il respiro. Un attimo infinito mentre si concentra per percepire il cuore ed i polmoni della piccola.
“Niente polso e niente respiro” Non ho bisogno di chiederglielo due volte, la sua faccia dice tutto.
“Okkey, cominciamo. Giù da questo tavolo!” Afferriamo la bambina e la sdraiamo sul pavimento. Chiamo Lele con un urlo perchè ci dia supporto. Siamo in mezzo ad una folla sterminata ma siamo solo in tre e siamo nella merda!!

Attacco il pallone ambu alla bombola d’ossigeno e rifletto, come fa ad essere in arresto a otto anni? “Chi è la mamma?! E’ in cura per qualcosa?! Prende medicine?! Portatemi tutto quello che ha preso!!”
Lele arriva e gli indico la madre mentre io e Maurizio cominciamo al volo a praticare la rianimazzione cardio polmonare, o meglio nota come massaggio cardiaco. Conto ad alta voce quasi urlando per tenere il ritmo, perchè Maurizio mi senta, perchè tutto il dannato campeggio senta che ci siamo messi all’opera. Conto ad alta voce quasi urlando perchè la mia mente resti chiara mentre cerco di vedere reazioni nella bimba dai capelli castani, corti con una leggera frangetta sulla fronte.

“Stava facendo colazione e si è sentita male”. Coraggio, coraggio!! Il Caldo comincia a farsi insopportabile ma quasi non lo sento. Vedo i nostri corpi sudare mentre facciamo il massaggio, vedo le goccie cadere dalla fronte di Maurizio ma non sento nulla, devo solo continuare a spingere. Alzo la testa per vedere Lele, sta parlando con la centrale operativa del 118 a pochi passi da noi. Chiude, si gira e mi viene vicino:“L’automedica è in arrivo ma l’elicottero è impegnato e non può venire a darci supporto, dobbiamo cavarcela senza”. Merda! Da Civenna all’ospedale di Erba sono oltre un quarto d’ora di strada a fuoco e fiamme tra curve e tornanti. Continua a spingere, continua a pompare!!

Ecco la seconda sirena, ecco l’automedica, ora siamo in sei ed abbiamo in squadra un medico ed un infermiere professionista. Il dottore è una donna, giovane con lunghi capelli ricci ed un viso gentile. Imbocca il viale guardandosi attorno e poi ci vede. E poi la vede. Un lampo, solo un lampo ma vedo nei suoi occhi quello che ho visto io appena arrivato. Vedo la soffernza e la rabbia mista ai sentimenti che solo una donna può provare davanti una bambina in quello stato. Solo un lampo, poi si affretta ed è al nostro al fianco.

Fa un controllo, ci chiede la situazione e studia tutti i medicinali che ho fatto portare. Ci guida con ordini chiari e organizza la prossima fase. Dobbiamo in qualche modo rimettere in moto il cuore e farla respirare se vogliamo trasportarla e non abbiamo tempo da perdere. Innesta una flebo e prepara la “chimica” mentre sistemiamo il cardio-defribillatore ed attacchiamo il monitor. Non abbiamo molti tentativi.

Allontano tutti dalla bimba mentre ci si prepara a darle il primo shock. Coraggio piccola, coraggio piccola!!
Al primo non succede nulla. La dottoressa controlla il monitor, riflette e poi chiama un’ altra scarica. Controlla di nuovo, qualcosa sembra aver finalmente funzionato. Debole ma l’abbiamo!!
“Prepariamoci al trasporto, in fretta!!”

La barella vola e siamo sull’ambulanza. Chiuse le porte e via. Non abbiamo avuto tempo ed ancoro tutti gli strumenti in modo da contrastare il rollio del mezzo. Lele corre come mai gli abbia visto fare, vola mentre lo sento brutalizzare il motore del Ducato in salita ed i freni in discesa. Lele è un bravo ragazzo e sotto pressione dà il meglio di sé, oggi è dura ma se dice bene ce la facciamo.

A Magreglio le cose si rimettono al peggio, gli strumenti cominciano a fischiare e gli allarmi a suonare. Si è fermata di nuovo. Dannazione non si puo’ defibrillare su quest’ambulanza. Ci fermiamo e riprendiamo il massaggio cardiaco. Queste sono le mie braccia, queste è il mio fiato ed il mio cuore, questa è la mia volontà e la mia furia. Riparti piccola, cazzo!! Riparti!! Per favore, riparti maledizione!!!

Altra chimica ed ancora massaggi, le faccie di tutti sono sconvolte dal caldo e dalla fatica ma qualcosa accade. Ancora flebile ma il battito ritorna mentre pompiamo ossigeno nei piccoli polmoni. La corsa verso l’ospedale riprende. Forza, forza, forza!!

La porta dell’ambulanza si riapre e siamo al ProntoSoccorso di Erba, tutti gli operatori del Pronto Soccorso sono schierati e prendono in carico la barella entrano in sala. La mia parte è finita, io e la squadra abbiamo concluso il nostro ruolo. Ora non possiamo piu’ nulla. Usciamo all’aperto mentre il sole ci accoglie. Ci sediamo per terra appoggiati ad un muro e cominciamo a guardarci l’un l’altro in silenzio. Nessuno ha piu’ parole o energie da spendere. Stiamo semplicemente lì, seduti con lo sguardo un po’ perso.

Un’infermiera del Ps ci porta una bottiglietta d’acqua, un mezzo sorriso imbarazzato e torna alla reception.
Ma la giornata è ancora lunga. Vedo arrivare una macchina e scendere i genitori. Vorrei chiudere gli occhi, vorrei non vedere, ma la mia parte forse non è ancora finita. Li vedo avvicinarsi al pronto soccorso abbracciati e spaesati, lei è in lacrime mentre lui ha il viso di un uomo disperato che non riesce più a proteggere le persone che ama. Questo è il secondo cazzotto della giornata. Ora sono loro che hanno bisogno. Provo ad alzarmi mentre sento le gambe molli rispondermi male. Una suora esce dal reparto, mi vede, li vede e capisce: “Vado io”. Grazie.

Ripiombo nel mio mondo immobile mentre osservo. Vuoto nel cuore vedo arrivare il prete al pronto soccorso. Lo vedo entrare ed uscire in fretta mentre rallenta il passo incamminandosi verso i genitori.
La dottoressa esce con gli occhi appena lucidi, ci fa un mezzo sorriso disperato e si incammina verso un padre ed una madre in lacrime.

Appoggio la testa al muro e chiudo finalmente gli occhi. Oggi abbiamo combattuto bene, abbiamo seguito le regole e lottato con il cuore ma siamo stati sconfitti. Altro non so aggiungere.

Addio piccola, te ne sei andata senza dirmi il tuo nome.

.davide

Nel giorno del ricordo di coloro che non sono più una dedica a tutti i volontari del soccorso, spesso offrono molto più di quello che la gente creda. Dedicato a tutti coloro che ci hanno lasciato e a coloro che si battono perchè questo non avvenga.

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