Gio Ponti, Salvatore Fiume e l’Andrea Doria

Andrea Doria - Fiume Oggi voglio raccontare una storia che non è Assese. Sì, voglio spingermi al di là del ponte della Vallategna e raccontare una storia  che coinvolge i nostri “cugini” di Canzo. Questo perchè alle volte appena al di là della porta di casa, nascono e vibrano storie che portano i nostri piccoli borghi a confrontarsi con il palcoscenico del mondo, nostro malgrado.

Nel 1946, lasciando la propria casa di Ivrea, si trasferì a Canzo uno degli artisti emergenti dell’epoca, Salvatore Fiume che convertì una vecchia filanda nei pressi della stazione di Canzo-Asso nella propria residenza.

Nei mie ricordi di bambino rivedo ancora quel vecchio biplano che svettava sul tetto di quella grande industria/villa. Doveva essere una persona molto eccentrica per parcheggiare, a mo’ di polena, un aereo lassù!! (Cosa darei per rivedere almeno una foto di quell’apparecchio!!)

Non starò a dilungarmi sulla storia del Signor Fiume, questo è un compito dei Canzesi, voglio bensì raccontarvi una storia di conincidenze.

Nel 1950, infatti, Fiume viene contattato dall’architetto Gio Ponti che all’epoca aveva quasi 60 anni ed era un progettista  rinomato e rivoluzionario che stava per culminare la propria carriera con il Palazzo Pirelli (il pirellone) a Milano. Fiume aveva invece solo 35 anni  e dopo aver esposto alla triennale di Venezia era nel suo periodo di massimo splendore.

L’architetto coivolse il pittore di adozione Canzese alla realizzazione di uno dei capolavori nautici con cui l’Italia intendeva rinnovare il proprio splendore nel mondo dopo la fine della seconda guerra, il transatlantico Andrea Doria.

La magnifica nave, fiore all’occhiello dei cantieri Ansaldo di Genova Sestri Ponente, varata il 16 giugno del 1951 era riconosciuta, in quel momento, come la nave passeggeri più grande, più veloce e sicura dell’intera flotta di Stato. Salvatore Fiume dipinse su una tela lunga quasi cinquanta metri (48X3m) un’ ideale città italiana del Rinascimento, evocando nello stile i capolavori di Piero della Francesca, Masaccio e Paolo Uccello, cosicchè chi avesse viaggiato verso il Nuovo Mondo non avrebbe sofferto la nostalgia dell’Italia.

Un’ opera enorme inserita in un arredamento raffinato in stile anni 50 ma con il meglio dell’evoluzione tecnica di quel periodo; un gioiello italiano che in parte aveva origini appena al di là della cascata che separa Asso e Canzo.

Ma la storia poi si complica ulteriormente quando la magnifica nave fu speronata nel 25 Luglio del 1956 da un ex-transatlantico svedese, lo Stockholm. Per  una fitta nebbia e per un’ errata lettura del radar da parte del suo comandante la nave svedese colpì a morte il lussuoso transatlantico italiano condannandolo ad 11 ore di agonia prima dell’affondamento.

Uno dei più gravi incidenti marittimi dell’epoca moderna ed uno dei primi seguiti quasi in diretta dai media dell’epoca. La stampa di tutto il mondo si concentrò sull’avvenimento. Il gigantesco quadro di Fiume affondò con la prestigiosa nave ed ancora oggi si trova sul fondo dell’oceano.

Per uno strando giro del destino nei bar di Asso e Canzo la gente si ritrovò a discutere di una tragedia sulla bocca del mondo quasi fosse propria. Quasi posso sentirli mentre, in stetto e colorito dialetto, discutono di come il grande quadro del pittore siciliano fosse affondato con la nave italiana che portava i ricchi in America.
Chiacchiere da Bar per storie del mondo nate appena al di là della Vallategna…

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