Baraccati con la sindrome del soldato inglese

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Rudyard Kipling

Rudyard Kipling

“The men could only wait and wait and wait, and watch the shadow of the barracks creeping across the blinding white dust” {it:Rudyard Kipling} – Soldiers three

Gli uomini possono solo aspettare e aspettare e aspettare, e guardare le ombre delle baracche tremolare attraverso l’accecante sabbia bianca. Questa è quella che chiamo “sindrome dell’ufficiale inglese” ed è qualcosa che mi sono tristemente abituato ad affrontare. Devi aspettare che venga buona, tenere pronto il tuo equipaggiamento e lasciare che il tempo passi fino a che non arrivi il momento per agire. La “sindrome” diventa particolarmente dura quando le condizioni climatiche, in particolare l’umido ed il caldo, rendono ancora più difficoltoso affrontare la noia. Immaginatevi un ufficiale coloniale inglese, con la barba lunga e la divisa in disordine, che cerca di superare un altra interminabile afosa e noiosa giornata aspettando nella giungla ed avrete un idea di come appare la sindrome e del perchè le ho dato questo nome.

Attendere per me non è mai stato un problema, ho tanti di quei peccati da scontare che becarmi qualche giorno di “prigionia” dal destino non mi scandalizza più di tanto. Devi prenderla come viene, continuare a sudare nei tuoi vestiti aspettando torni la corrente e riparta il ventilatore. Non conviene nemmeno provare a dormire perchè sarebbe inutile ed il tentare potrebbe solo irritarti. Resti lì, appoggiato da qualche parte sperando in un filo di vento e semplicemente respirirare. Respirare per pompare ossigeno nel sangue e per buttare fuori quanto più caldo possibile. Il corpo immobile e la mente agitata: una meditazione tutta occidentale.

Dopo due mesi di azione ed avventura (…e fifa e fatica!!!) è giusto che anche questo attraversi il nostro viaggio. Un’aspetto dell’India che meglio ci lega a quel passato tanto affascinante dove la più grande potenza europea del ‘900, la Gran Bretagna, si confrontava con il mondo magico dell’India esotica e sconosciuta. Mi infilerei nel solito vespaio di benpensanti se provassi a raccontare il passato coloniale di questa nazione, indipendente dal 18 agosto del ’47, parlando di come gli Inglesi, i vincitori della Seconda Guerra Mondiale e “salvatori” della nostra neo-nata amata patria, fossero in molti comportamenti estremamente simili alle due grandi dittature sconfitte proprio nel conflitto.La storia è ammantata dalla polvere del tempo e dall’ipocrisia dell’uomo che la riscrive come più gli aggrada. L’importante è partecipare ma la cronaca della gara la scrive chi vince, solo gli appassionati di sport si ricorderanno degli sconfitti, di come è andata veramente la competizione e di chi aveva veramente fair-play.

Tuttavia in un piccolo bazar ho trovato un malconcio libro in inglese che ha tutto l’aspetto di essere stato scritto parecchio prima del ’47.Manca la copertina, è a pezzi e non ho trovato il nome dell’autore ma mi avevano incurisosito le immagini in bianco e nero dell’esercito coloniale. E’ un libro che racconta la vita quotidiana dei soldati inglesi qui in India, di come gran parte del loro impegno fosse presidiare la propria baracca ed attraversare la città marciando per ricordare a tutti chi comandava da questi parti. Noia e routine in un mondo dove gli europei sono definiti nello stesso libro come “alieni sotto lo stesso cielo”. Ve ne traduco, senza dizionario, qualche passo:

L’interazione tra i soldati Britannici e gli-aiuto campo indiani ha dato vita ad uno strano slang (gergo o dialetetto) che entrambi utilizano malamente storpiando le pronunce delle relative lingue.Per la magiorparte della comunicazione si utillizzano espressioni di per sè senza senso che alla fine, come mi spiega Ed Davis, rendono possibile capirsi con gli indigeni: «Se vuoi chiamare un venditore per comprare qualcosa di solito si usa “Idder ow jeldi” – vieni qui di corsa. Il venditore deve essere “jeldi” perchè si beccherà un calcio nel culo se non corre. Si deve poi dire “Kitna pice?” – Quanto costa? Lui probabilmente risponderà “Das anna, sahib” che significa 10 pence, e noi siamo soliti rispondere “Das annas? Hum marcaro jeldi!”- in altre parole “Dieci pence? Te ne do una in mezzo al cranio!!”. Se sei determinato a fargli capire che non hai intenzione di lasciarti imbrogliare devi guardarlo diritto in mezzo agli occhi e dirgli “Malum?”- Mi intedi? E questo sarà sufficiente perchè ti risponda “Achah, sahib, malum”.»

Ogni volta che chiedo un prezzo mi rispondono “100 rupie” ed ogni volta che replico “sei un fottuto ladro e per questo non comprerò da te!!” il prezzo si abbassa improvvisamente a 40 rupie. Credo sia incredibilmente attuale questo vecchio libro!!

“In any town in India the European Club is the spiritual citadel, the real seat of the British power, the Nirvana for wich natives officials and millionaries pine in vain” – George Orwell – Burmese Days 1935.
(“In ogni paese in India il Club Europeo è la roccaforte spirituale, la vera sede del potere Britannico, il Nirvana a cui invano aspirano gli ufficiali nativi ed i milionari”)

Da quando se ne sono andati gli Inglesi gli unici bar decenti sono gestiti dai nepalesi che, per intenderci, non vendono alcolici.Fatevi un idea. L’alternativa è infilarsi in uno di quei lerci ritrovi indiani dove bevono te e latte, masticano una schifezza rossastra fatta di tabacco e calce mentre ininterrottamente fumano marjuana ed oppio in barba ai divieti del governo che valgono per lo più per gli stranieri tanto stupidi da farsi beccare a comprare droga dai pusher in combutta con la polizia. Improponibile per le mie nobili origini assesi. Sono arrivato maledettamente tardi da queste parti, di quasi 70 anni accidenti a me!!

Come diceva Kipling, lo scrittore de “Il libro della giungla” che, per intenderci, era un inglese nato qui in India: “La legge della giungla è l’unica che funziona, l’unica che sarà rispettata sotto questo cielo”

Davide “Birillo” Valsecchi

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