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2012: Il Ritorno del Drago

2012: Il Ritorno del Drago

Anni fa, a Capodanno, si faceva un gran parlare di Calendari, poi la maggior parte delle “coscione” che affollavano questi patinati contagiorni sono state elette in politica ed alla gente non è rimasto che ripiegare sulle profezie di un popolo estinto: già, i Maya. Purtroppo però il loro calendario arriva solo al 21 dicembre 2012: ci danno per spacciati ancor prima di mangiare il panettone!

Il buon vecchio calendario Gregoriano non se lo fila più nessuno, forse anche questo è un bene perchè che si venisse a sapere che i Maya hanno predetto la fine del mondo in un anno bisestile il panico sarebbe completo: anno bisesto, anno funesto!

Così, giusto per fare l’anticonformista, mi sono messo a curiosare cosa dicano i mistici d’oriente sull’anno che arriva. Il calendario cinese è di tipo lunare-solare, risale al 2637 prima di Cristo ed è basato sull’alternanza di 12 segni animali che si combinano con uno dei 5 elementi essenziali formando così un ciclo lungo 60 anni.

Anche i maya usavano un ciclo di circa 52 anni ma hanno l’indubbio vantaggio di possedere il cosiddetto Lungo Computo, una numerazione che calcola il numero di giorni trascorsi dalla data della creazione del mondo secondo la loro mitologia (11 agosto 3114 a.C). Il Lungo Computo ha inoltre un valore massimo di  1872000 giorni (circa 5125 anni) che verrà raggiunto proprio il 21 dicembre 2012.

Il Lungo Computo mi ricorda un po’ ciò che per gli informatici rappresenta il POSIX time, ossia il tempo misurato in offset (differenza rispetto ad un valore di riferimento) di secondi rispetto alla data del 1° Gennaio 1970. Tale un momento è detto Epoca e rappresenta appunto l’origine del tempo nelle metafisiche ed oscure discipline informatiche. Il 21 dicembre 2012 alle 00:00 saranno passati 1872000 giorni dall’orgine della terra Maya e 1.356.048.001 secondi dall’Epoca Informatica.

Anche l’Epoca Informatica avrà la sua apocalisse: si presume infatti che il 19 gennaio 2038, quando l’offsett avrà superato la dimensione di 2^31, si avrà uno sconvolgimento cosmico e l’Epoca della datazione a 32bit tramonterà con all’avvento dell’Epoca a 64bit. Questo perchè i calendari hanno quella “strana e non del tutto imprevista tendenza” a ricominciare o ad aggiornarsi una volta giunti al proprio termine…

Talasciamo però il misticismo informatico ed il catastrofismo Maya per tornare al calendario cinese: posso dirvi infatti che il 2012 sarà l’anno del Drago e nello specifico del Drago d’Acqua.

Il Drago è l’unica creatura mitologica dello Zodiaco cinese ed è associato alla forza, alla salute, all’armonia e alla fortuna. I draghi vengono posti al di sopra delle porte o sui tetti per bandire i demoni e gli spiriti maligni.

Il Drago è onnipotente, è vistoso, attraente e pieno di forza e vitalità. Questo lo dico con un certo orgoglio perchè io sono nato nel 1976 e sono quindi un magnifico esemplare di Drago di Fuoco.

Il 23 Gennaio 2012 si conclude quindi l’anno del Coniglio ed inizia l’anno del Drago d’Acqua. Io trovo la cosa eccitante perchè il 2000, anno del Drago di Ferro, fu per me un anno davvero strepitoso e l’anno che avrà inizio pare essere un anno denso di similitudini e contrasti metafisici: due draghi, quello d’acqua e quello di fuoco, che simili nella forma ma opposti nella sostanza si avvolgono e si scontrano in un abbraccio che pare essere colmo tanto d’amore quanto di furia. Spettacolo! Mi divertirò una cifra!!

Nel 2012 esplorerò il TAO del Drago alla faccia di quei rinsecchiti dei Maya che ci vogliono tutti morti!! ROAARRRR!! Buon Anno a tutti!! Godetevi il Futuro!!

Davide “Drake” Valsecchi

Per la vostra curiosità ecco la tabella per scoprire il vostro segno cinese:

Topo 1912 1924 1936 1948 1960 1972 1984 1996 2008
Bufalo 1913 1925 1937 1949 1961 1973 1985 1997 2009
Tigre 1914 1926 1938 1950 1962 1974 1986 1998 2010
Lepre 1915 1927 1939 1951 1963 1975 1987 1999 2011
Drago 1916 1928 1940 1952 1964 1976 1988 2000 2012
Serpente 1917 1929 1941 1953 1965 1977 1989 2001 2013
Cavallo 1918 1930 1942 1954 1966 1978 1990 2002 2014
Capra 1919 1931 1943 1955 1967 1979 1991 2003 2015
Scimmia 1920 1932 1944 1956 1968 1980 1992 2004 2016
Gallo 1921 1933 1945 1957 1969 1981 1993 2005 2017
Cane 1922 1934 1946 1958 1970 1982 1994 2006 2018
Cinghiale 1923 1935 1947 1959 1971 1983 1995 2007 2019
2011: Sentieri del Triangolo Lariano

2011: Sentieri del Triangolo Lariano

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La curiosa ragnatela sulla mappa è formata dai tracciati GPS che ho raccolto nel 2011. Non sono tutti i sentieri che ho percorso quest’anno ma sono una buona parte. Manca il Gir di Sant, le 22 cime dei Flaghéé e tutte le escursioni al di fuori del Triangolo Lariano. Quest’insime però descrive abbastanza bene l’attività svolta quest’anno sul nostro territorio e le possibilità che offre.

Molti dei percorsi sono descritti nel dettaglio nella sezione [Sentieri]. Ci sono ancora moltissimi tracciati interessanti che non ho ancora registrato ma questa mappa rende l’idea di quanta “strada” si possa percorre sulle nostre montagne semplicemente uscendo a piedi dalla porta di casa (o della stazione).

Spero che questa “ragnatela” possa “catturarvi” portandovi a conoscere le meraviglie del nostro Triangolo Lariano.

Buon 2012

Davide Valsecchi

Palanzone: panorami invernali 2011

Palanzone: panorami invernali 2011

Complice la mancanza di neve continua l’allenamento di “Miss Bruna” sulle montagne del Lario. Le inconsuete giornate di sole sono un ottima opportunità per “sgranchirsi” prima della partenza per il Congo con qualche facile camminata sulle cime che ci circondano. Questa volta abbiamo puntato verso la cima del Palanzone.

Dalla colma di Sormano il Palanzone è una semplice e facile passeggiata che offre tuttavia un panorama davvero ampisissimo e magnifico.

Ad est, al di là del Moregallo ed oltre il Coltignone, si può scorgere il Pizzo Arera. Alto 2.512 m, è una montagna delle Prealpi Bergamasche situato lungo il crinale che separa la Val Brembana dalla Val Seriana in provincia di Bergamo.

Sempre ad Est, guardando oltre il ramo di lecco del Lario, possiamo ammirare il Gruppo delle Grigne. A destra la Grignetta, 2177 m, e a sinistra il Grignone, 2410.
La Grignetta, montagna di fama alpinistica celeberrima e internazionale, ha visto i suoi  innumerevoli torrioni, monoliti, guglie e pinnacoli diventare negli anni palestra d’arrampicata preferita di grandi nomi dell’alpinismo mondiale come Emilio Comici, Riccardo Cassin, Walter Bonatti, i quali tracciarono vie di roccia ritenute oggi “classiche”.

A Nord Est, a sinistra delle Grigne, si innalza il Legnone. Con i suoi 2.609 m è la cima più alta della provincia di Lecco e del settore più occidentale delle Alpi Orobie. Di bella forma piramidale con linee regolari, rappresenta il poderoso pilastro d’angolo tra il bacino del Lago di Como e la Valtellina, separando quest’ultima dalla Val Varrone, solco vallivo adiacente alla Valsassina.

Più a Sud Est invece appare, alle spalle dei Corni di Canzo, il Resegone. Con i suoi 1875 metri a volti è chiamato anche Monte Serrada anche se mi è capitato di rado di sentire tale nome. « La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. » (I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni)

Ad occidente invece si apre un mondo a parte, popolato di giganti e di nevi perenni. Lo sguardo si perde tra le cime note e sconosciute che brillano all’orizzonte. Le chiamano Alpi, sono la catena montuosa più importante d’Europa e forse le montagne più belle del mondo.

Sua Maestà il Monte Rosa con le sue cime, da sinistra a destra, Piramide Vincent (4215 metri), Corno Nero (4322 metri), Ludwigshohe (4342 metri), Punta Parrot (4436 metri), Lyskamm (orientale – 4527 metri), Punta Gnifetti (4559 metri), Zumsteinspitze (4563 metri), Punta Dufour (4634 metri) e Nordend (4609 metri). Sempre a destra spunta la cima del Cervino con i suoi 4.478.

A Sud-Ovest, confuso nella foschia, appare distante ed affascinante anche il Monviso, il Re di Pietra con i suoi 3841 metri di quota.

Questo è il mondo che ci circonda, la parte di mondo in cui siamo nati. Cullati dal lago possiamo osservare montagne che appartengono ad un mondo fatto di leggenda e di avventura. Siamo fortunati, nati su di una penisola tra l’acqua e le vette.

Davide Valsecchi

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Moregallo Sasso Preguda

Moregallo Sasso Preguda

Il Moregallo è una delle montagne che quest’anno mi ha particolarmente affascinato. Le sue guglie, le sue scogliere e l’incredibile panorama che offre rendono questa cima davvero speciale. Il prato sulla sommità è per me uno dei posti più belli e rilassanti che io conosca. Un posto dove gli spazi sanno superare il tempo lasciando vagare lo sguardo ma soprattutto la mente.

Visto che mi sto allenando per l’imminente viaggio in Congo ho invitato a seguirmi anche la «Dottoressa Bruna», mia compagna d’avventura nella prossima spedizione. Lei, bergamasca d’origine, non conosceva affatto quella zona e per questo ho optato per una salita classica: da Valmadrera al Sasso Preguda e lungo la cresta orientale fino alla cima.

La partenza è stata un po’ tragica ma Bruna si è subito ripresa affrontando con passione la lunga salita. La giornata di sole invernale era scossa da un violento vento che da nord correva attraverso le creste e lungo i fianchi della montagna. Il vento sa essere un nemico insidioso, porta con sè il rischio di ipotermia ed è in grado di sbilanciare in modo pericoloso lungo la salita, specie nei tratti più esposti.

Il vento era tanto forte da schiacciare a terra, ero preoccupato per Bruna e davo fondo al mio zaino cercando di farle indossare il mio equipaggiamento per “imbardarla” il più possibile contro quelle sferzate di aria gelida. Lei rideva come una fanciulla ad ogni folata e così le ho domandato che diamine le fosse preso. “Se prometti di non prendermi in giro e di non pensar male di me ti dirò cosa mi diverte del vento”. Mi disse ed io, incuriosito, ho mio malgrado promesso.“Fin da bambina mi è sempre piaciuto il vento: mi piace perchè mi tocca tutta!” Così ad ogni nuova folata che scuoteva il mio zaino con la forza di uno spintone la sentivo ridere felice come una bimba alle mie spalle. Strane davvero le donne alle volte…

Lungo il crinale che sale alla cima le ho mostrato una giovane femmina di muflone che, al di là di un canalone, pascolava quieta al riparo dal vento. Il lato orientale del Moregallo è uno dei più selvaggi e “difficili” ma anche il preferito da questi animali e dove è più facile incontrarli.

Una volta in cima ci siamo riparati sotto la croce e, dopo un frugale pranzo al sacco, abbiamo iniziato la nostra discesa lungo il sentiero attrezzato che porta alla Bocchetta delle Moregge e poi giù fino al Sambrosera. Il sentiero, tutto in discesa su un fondo ghiaioso invaso dalle foglie, può essere duro per ginocchia non allenate ma nonostante tutto la “dottoressa” se l’è cavata bene.

L’escursione, un piccolo allenamento invernale, si è chiusa laddove era iniziata formando un anello certamente impegnativo, quasi mille metri di dislivello, ma non particolarmente difficile sebbene, specie in alcuni passaggi esposti a strapiombo sul vuoto, richieda una certa pratica di montagna (oppure vi basta un fantastico e premuroso accompagnatore…).

Davide Valsecchi

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Orizzonti sconosciuti: il Monviso

Orizzonti sconosciuti: il Monviso

Il tramonto, complice delle strane giornate invernali, rivela orizzonti sconosciuti. Le rosse luci del sole che muore mostrano infatti i profili di montagne lontane che si innalzano al di là della piana. Una distanza davvero ragguardevole e stupisce come tale spettacolo sia godibile senza difficoltà anche ad occhio nudo.

Io sono una persona curiosa per natura e da qualche giorno sto ingeniandomi per dare un nome a quelle montagne tanto lontane. Tra di loro infatti ne spunta una decisamente appuntita e più alta della altre e che potrebbe essere il nostro indiziato principale per dare un nome a tutte le altre.

La ricerca ha richiesto qualche uscita durante le quali acquisivo riferimenti geografici da posizioni diverse (coordinate GPS e parallasse): prima un rilievo dal monte Megna, poi un altro dalla Cresta di Cranno ed infine dalla cima del Palanzone.

Grazie a Google Earth ho unito le linee tracciate grazie ai dati raccolti e laddove le linee si incrociavano ho scoperto il nome della mia montagna misteriosa: il Monviso.

Il Monviso – detto anche Re di Pietra – è la montagna più alta delle Alpi Cozie, in Piemonte nella provincia di Cuneo. Con i suoi 3841 metri di altezza è anche conosciuto perché ai suoi piedi si trova la sorgente del fiume Po, il corso d’acqua più lungo d’Italia.

Dista da noi oltre duecento chilometri in direzione sud-ovest e, devo ammetterlo, non avevo mai avuto occasione di ammirarlo, e tanto meno fotografarlo, come in queste giornate invernali.

Davide Valsecchi

2011: Buon Natale

2011: Buon Natale

Mi sono svegliato confuso stamattina: c’è stata in anticipo l’inversione dei poli che hanno predetto i Maya? In mutande ho sbirciato oltre le tapparelle e c’è un sole abbagliante ed i festoni natalizzi appaiono piuttosto buffi in questo scenario australiano. Il mondo pare sotto sopra quest’anno!

Babbo Nachele non si è più fatto vedere dal 1985. In effetti quella volta gli avevo preparato un agguato con tanto di trappole nel salotto di casa mia. Il vecchio però deve aver mangiato la foglia e capito cosa stessi tramando perchè a farne le spese delle mie ingegnose insidie fu mia madre: prima o poi il vecchio pancione lo acchiappo e gli spiego finalmente come le letterine non siano un indicazione di massima ma abbiano un valore contrattuale ben preciso!!

Bene, ora vi saluto tutti. Non so chi mai leggerà questo articolo ma ormai l’acqua della vasca da bagno è colma ed io devo ancora finire di prepararmi per l’abbuffata natalizia.

Se qualche bastardo vi ha regalato le ciaspole che tanto volevate scrivendo sul bigliettino d’auguri “HaHaHa!! Goditi la neve!!”, bhe, sappiate che posso capirvi! Avremo la nostra vendetta a costo di indossarle sull’asfalto!!

Tanti auguri, occhio a quel vecchiaccio di Babbo Nachele!

Davide Valsecchi

Canalone Belasa da Canzo

Canalone Belasa da Canzo

Ancora giorni di sole in questo strano Dicembre e solo una spruzzata di neve imbianca le montagne più alte. Lele ed io ci infiliamo nel piccolo alimentari di Scarenna, ci facciamo imbottire due grossi panini e siamo pronti a partire.

La nostra destinazione è il Canalone Belasa, un sentiero attrezzato che da Valmadrera risale attraverso le rocce fino alla cima del Moregallo. L’idea di usare la macchina proprio non mi aggrada e così di va a piedi: Canzo, il Castello, Prezzapino, Primo, Secondo e Terz’alpe, la Coletta di Ravella e via che si scollina verso il faggio monumentale del Fo. Da qui il sentiro precipita attraverso un’impervia valle fino alla sorgente del Sambrosera. Due ore di avvicinamento attraversando tutta la valle Ravella e scollinando fin sopra Valmadrera: direi abbastanza per scaldarsi!

Il canalone Belasa appare magnifico nel sole di mezzogiorno: una spaccatura sul fianco della montagna che corre tra creste e guglie, risalendo fin sotto la cima. Esposto interamente a sud è invaso dalla luce e nonostante sia il 22 Dicembre ci liberiamo dei maglioni restando in maglietta.

Il sentiro sale sul “letto” del canalone e sono evidenti i segni dell’acqua lasciati durante gli acquazzoni. Via via si fa più impegantivo alternando salti di roccia a piccoli spiazzi erbosi. Il sentiero è stato attrezzato con alcune catene di sicurezza nei passaggi più ostici ma il “gioco”, tra me e Lele, è ovviamente fare senza.

Tra noi due ci sono quasi quindicianni ed un mondo di esperienze diverse. Se questo non bastasse anche fisicamente siamo differenti, lui alto 1.94, io “solo” 1.75 e questo si rispecchia nel modo di arrampicare. Gambe e braccia lunghe gli permettono di compensare la poca esperienza mentre io sono costretto ad avanzare “di mestiere” rubando i centimetri in ogni passaggio: lunghe leve contro piccoli passi.

Lele ed io ci stiamo preparando per un 2012 fatto di montagne: io, nei mei 36, recupero la forma e lui, nei suoi 22, impara la tecnica. Sono proprio le differenze tra noi a rendere così efficaci le similitudini.

Salto dopo salto si arriva all’uscita del canale e da lì ci ricolleghiamo con il sentiero attrezzato che porta alla vetta. In luglio io e Lele eravamo già passati insieme da quel tracciato. Eravamo carichi con zaini e tenda per fare il giro del lago e quelle semplici catene erano la prima difficoltà sul nostro lungo percorso. Quella volta avevo una paura maledetta che Lele “piombasse” mentre oggi lo osservo distratto mentre saltella tra le rocce con la macchina fotografica: ha davvero imparato molto.

Il panorama dalla cima è come sempre magnifico. Assaliamo i nostri panini e, strappo alla regola, apriamo due lattine di birra: festeggiamo in anticipo il capodanno con le montagne che ci circondano!

Il ritorno, in gara con il sole, è dalla Sev lungo la cresta di Cranno. La quantità di ghiaccio che attanaglia la piana di Pianezzo, ormai sempre in ombra, è impressionante. Credo sia impossibile raggiungere il rifugio con la jeep, la strada è coperta da una spessa lastra di ghiaccio!

Davide Valsecchi

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Da Megna agli Appennini oltre la pianura

Da Megna agli Appennini oltre la pianura

Venerdì ci sarà la consueta fiaccolata di Natale alla croce di Megna e così, visto che mi sto preparando per il Congo, sono andato lassù a dare un occhiata e a macinare un po’ di passi.

La giornata era anomala  come quasi tutte quelle di questo strambo dicembre. Un sole freddo illuminava le montagne senza neve: solo le Grigne ed il Resegone, in lontananza, mostravano alla Vallassina che è inverno.

Era mezzo giorno quando mi sono incamminato: infilati in bocca un paio di biscotti ero in strada. Un ora e mezza e da Scarenna sono arrivato in cima alla Croce di Megna senza strafare: il panorama che mi circondava era avvolto da una strana magia. Davanti a me una buia pianura mentre la luce rimbalzava dietro plumbee nuvole e l’orizzonte, alle due del pomeriggio, sembrava infiammato da un prematuro tramonto. Alle mie spalle, sulle montagne innevate, regnavano invece l’azzurro del cielo e bianche nuvole candide.

Ad occhio nudo apparivano orizzonti inconsueti, costellati da montagne lontane. Il rosso e la luce facevano risplendere gli Appennini mentre, in contrasto, la pianura sembrava nera, scura, buia ed opprimente. Solo alcuni pinnacoli di fumo sembravano abbandonare quella tetra coltre sfidando gli spazi aperti sovrastanti.

Annotando i riferimenti, la Croce di Pizzallo ad Ovest e la cima di Scioscia ad Est, ho potuto verificare sulle carte che quelle montagne a sud erano parte dell’Appennino Ligure e dell’Appennino Tosco Emiliano ad oltre 350km. Alle spalle le montagne del Lario Occidentale, le Grigne, il Legnone ed il Resegone.

Il sentiero che porta alla cima di Megna è ben curato e segnato dal CAI Asso e così, in quello strano clima, ho deciso di seguire la tenue traccia nell’erba che scende lungo la cresta opposta e che degrada diretta verso Asso. Lo scenario, appena più sotto, era anche più straordinario. Lungo la costa, infatti, giacciono grandi sassi di granito trasportati in tempi remoti dal ghiacciaio ed abbandonati lì: eternamente indecisi su quale lato della montagna cadere.

Mentre la rocce attendevano dubbiose sul crinale due eserciti sembravano affrontrarsi in una battaglia senza tempo. Su un fianco della montagna avanzava il bosco indigeno popolato da faggi, querce e castagni mentre sul versante opposto pressava la pineta con le sue alte piante forestiere. Sul crinale le piante si scontravano per il predominio mentre il vento, che spazza violento quella cresta, mieteva vittime in entrambi gli eserciti lasciando morenti alberi abbattuti uno contro l’altro.

Come un druido attraversavo quel secolare campo di battaglia scavalcandone le vittime ed i cadaveri in frantumi. Mi sentivo tanto distante da quella tetra coltre che regnava nella pianura e, come l’ultimo testimone di una razza scomparsa, osservavo imparziale la battaglia degli alberi.

Accarezzavo la realtà sentendomene parte, ma la sensazione è durata purtroppo solo un attimo. Come spesso accade, quando si segue i tracciati fatti dalle capre e non dagli uomini, il sentiero si è arrestato sulle rocce e la “poesia” ha dovuto lasciare spazio alla “pratica” affrontando le scogliere ed i rovi fino alla comunità di Megna. Spesso seguire “sentiri selvaggi” ha i suoi contrappassi fatti di fatica e rischio.

Davide Valsecchi

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