Il primo giorno di scuola

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E’ una mattina d’inverno e tutto è ancora buio. Io e mia sorella, cartella sulle spalle, usciamo di casa ancora assonati. Alla luce dei lampioni scendiamo oltre la curva di Santa Marta, camminiamo lungo lo scolo dell’acqua ed attraversiamo in curva la Provinciale tra i fari delle auto. Il viale Remo Sordo è una camminata spettrale tra le ombre ed il rumore del Lambro.

Sul pulman delle 7 e 35 c’è il solito casino. Un tempo avevo una morosa a tenermi compagnia lungo il viaggio, poi si è sposata con il mio migliore amico e non ne ho saputo più nulla. Mia sorella, che di solito è silenziosa, oggi è particolarmente allegra, si è fatta grande e se la cava da sola. Bene. Il mio amico Antonio, al contrario, è tranquillo come poche volte l’ho visto. E’ una giornata strana oggi.

Arrivamo in stazione ad Erba, di solito il pulman arriva fino al Liceo, su fino a Villa Amalia. Oggi è diverso ma ho tempo: entro in gelateria e compro un magnifico gelato. Certo, è inverno e fa freddo, ma avevo proprio voglia di un gelato. In quel momento arriva anche “Pontra”, il mio compagno di banco. Di solito lui e mia sorella non si sopportano e lui è sempre scortese con lei: una situazione imbarazzante per me che gli sono amico.

Oggi pare diverso, vanno d’accordo e ridono mentre ordinano un gelato. Si attardano persino a chiacchierare. Oggi è il primo giorno di scuola, non voglio fare tardi, non voglio fermarmi in paese, voglio fare le cose per bene. Li lascio lì, ci vediamo poi, non fate tardi!

Cammino con il mio gelato davanti alla stazione. Dal buio del giorno che si ostina a dormire emerge una ragazza bellissima, alta con le lunghe gambe inguianate in un paio di blu jeans. Ha lunghi capelli ricci e mori che le scendono fluenti sulle spalle. Mi guarda, osserva il mio gelato e si ferma. “Ti prego, offrimene un pezzetto, un morso alla cialda per favore!”. Mi confonde e prima ancora di darle risposta si allunga in avanti sul mio cono.

E’ un tripudio di labbra sensuali e cilia mentre i suoi denti bianchi affondano nel mio gelato. Sarebbe una visione in grado di sciogliere un sasso: io mi sento solo come un furioso calimero a cui stanno rubando la merenda. Lei mi sorride, mi ringrazia passandomi morbide dita lungo il mento e regalandomi un caldo bacio sulla guancia. La guardo allontanarsi verso i binari saltellando nelle sue scarpe con il tacco.

Forse avrei dovuto dire qualcosa, forse c’era un messaggio in tutto questo, era l’occasione per conoscerla, per sapere di lei. Mangio quello che resta del mio gelato: è una ragazza grande, dell’università, io sono solo un liceale, probabilmente si è solo presa gioco di me!

Continuo a camminare e scorgo una stradina che non avevo mai notato. C’è un negozio nuovo, una grande vetrina piena di spade giapponesi e disegni orientali. Mi fermo ad osservarla un attimo. Oggi non ho tempo, ma so che ci passerò ancora davanti molti altri giorni e forse, prima o poi, entrerò anche nel negozio per conoscerne il misterioso proprietario.

Ma è tardi, devo spicciarmi. Inizia a nevicare. Questo di solito sarebbe una scusa buona per fare tardi ma oggi è il primo giorno, oggi rivedo gli amici ed inzio un nuovo anno: no, non si può fare tardi oggi.

Quando mi avvicino alla scuola vedo l’esercito schierato, vedo un paio di blindati ed un sacco di uniformi che si agitano tra i ragazzi ammassati sul piazzale. Pessima idea: qualcuno è stato tanto stupido da fare il solito scherzo della telefonata anonima con la bomba. Pessima idea, da quando siamo entrati nell’era del terrorismo è uno scherzo che viene preso fin troppo sul serio!

Ritrovo tra gli altri ragazzi i mei compagni, uno ad uno: Luca, “Pirro”, Gerry, “Giussa” e gli altri. Poi l’esercito comincia a ritirarsi e gli studenti cominciano ad entrare attraverso il cancello ormai fradicio di pozzanghere e neve. Tutti entrano, ma nessuno dei mie compagni varca la soglia. Siamo tutti lì, seduti davanti al cancello nei nostri cappotti sotto la neve che cade: “Forza andiamo, ho proprio voglia di sedermi al caldo e cominciare a chiacchierare. Forza!”

“Valse, noi non entriamo” mi dice qualcuno. Perchè mi domando? Poi dalla memoria qualcosa emerge. Immagini confuse: ma io l’ho fatto il liceo? Vedo l’università, vedo Milano, vedo l’Africa e la mia vecchia casa in Viale Padova. Piano piano prendo coscienza: io l’ho già fatto il liceo, no, anzi,  l’ho finito! Ne sono uscito, sono fuori!

Ancora non ne sono convinto ma il mio primo pensiero è semplice e sciocco allo stesso tempo: “meno male che non ho comprato il diario!!”. Il secondo è per mia sorella. Anche lei deve aver finito il liceo, visto che è laureata deve averlo finito per forza. Meno male, può far tardi quanto vuole allora.

Gli ultimi militari se ne vanno ed io guardo i miei compagni. Accidenti quanto tempo è passato. Si, non vado più a scuola, niente sveglia all’alba, niente angoscia, niente appelli, niente carcere e nessun carceriere. Sono libero, libero così come solo un liceale oserebbe sognare eppure… eppure sono qui, di nuovo di fronte al cancello del mio liceo. Curioso, ma ancora immerso nel sogno mi interrogo sul suo senso: perchè la mia mente mi ha riportato qui?

Guardo i miei compagni che sembrano svanire come spettri mentre io cambio forma e cambio modo di pensare. Per un attimo ero stato di nuovo quel liceale timido ed impacciato per cui oggi provo un nostalgico affetto: ora sono di nuovo me stesso e guardo con sempre maggior distacco un passato antico. Abbraccio qualche amico, sussuro complimenti e lusinghe alla ragazza più carina come allora mai avrei osato fare. Poi tutto si affievolisce.

Il sogno, come nebbia, scompare aprendo gli occhi. E’ Agosto, sono nel letto della mia casa. E’ estate ma fa freddo stamattina. Annodo le mie gambe con quelle di Bruna che, calda, mi abbraccia ancora addormentata. No, decisamente no: non vado più a scuola ma la mia mente, a volte, pare dimenticarselo…

Davide Valsecchi

Chissà: forse oggi, come allora, faccio imperdonabili errori che un giorno mi parranno ingenuità degne di comprensione ed affetto.

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