L’eccidio di Kivu

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Per le commemorazioni del 4 Novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, vorrei ricordare di un episodio storico avvenuto in Africa che ho scoperto solamente documentandomi sul Congo per il mio prossimo viaggio. Discutendone con mio padre ho poi scoperto che uno dei testimoni di quel tragico evento era un friulano, un anziano signore con cui spesso da piccolo andavo per monti nelle Alpi Carniche.

«Nel 11 novembre 1961 due velivoli da trasporto dell’Aeronautica Militare, due “Vagoni volanti” C-119 della 46^ Aerobrigata di Pisa assegnati al contingente delle Nazioni Unite in Congo atterrano all’aeroporto di Kindu, non lontano dal confine con il Katanga, la regione dalla quale è dilagata la sanguinosa guerra civile che minaccia la giovane repubblica africana, proclamata appena il 30 giugno 1960.

I due aeroplani trasportano rifornimenti per i “caschi blu” malesi della guarnigione di Kindu. E’ dall’estate 1960 che i velivoli italiani provvedono a circa il 70% delle esigenze di trasporto aereo del contingente ONU.

Terminate le operazioni scarico dei due C-119, i tredici uomini (due equipaggi completi più un ufficiale medico) escono dall’aeroporto per portarsi presso la vicina mensa della guarnigione ONU. I nostri aviatori non hanno armi al seguito; nulla, infatti, lascia presagire quanto sta per accadere e i rapporti con la popolazione sono sempre stati buoni. Stanno ancora pranzando quando vengono sorpresi da militari congolesi ammutinatisi. Nell’aggressione uno degli ufficiali, il medico, viene ucciso, gli altri sono trascinati nella prigione della città. Lì saranno brutalmente trucidati.

Non ci sono tracce dei corpi degli aviatori trucidati. Si teme che i ribelli e la folla ne abbiano fatto scempio o che siano stati gettati nel fiume, infestato di coccodrilli. A dispetto di questa convinzione, che prende sempre più corpo con il passare del tempo, si scoprirà solo in seguito che, subito dopo l’orrenda strage, i resti mortali dei 13 italiani sono stati sepolti in due fosse comuni grazie al gesto di pietà di un graduato della polizia congolese. Saranno riesumati solo quattro mesi più tardi. A identificarli saranno i loro stessi colleghi.

E’ l’11 marzo 1962 quando, in un clima di grande emozione, le salme dei caduti di Kindu arrivano a Pisa a bordo di un velivolo statunitense con la scorta d’onore di caccia dell’Aeronautica Militare. L’indomani viene celebrato il solenne rito funebre, alla presenza del Presidente della Repubblica Antonio Segni.»

Mio padre, che all’epoca aveva 10 anni, ricorda come l’episodio commosse l’opinione pubblica dei tempi e mi i ha raccontato come il friulano, che io chiamavo semplicemente “Il Colonnello”, fosse presente nella base quando tutto avvenne.

Tra le montagne della Carnia ed un bicchiere di Tocai, il Colonello raccontava dell’Africa e di quella tragedia accaduta in un mondo tanto lontano tra genti tanto differenti. Parlava in Carniel, il dialetto carnico, mentre i suoi amici e compaesani ascoltavano la descrizioni di luoghi ed animali che non avrebbero visto mai se non in bianco e nero alla televisione.

Le trame del destino sono così imperscrutabili. A volte la “Storia” vive ad un passo di distanza da noi, a volte invece siamo noi ad essere chiamati a fare la “Storia” e, quando questo accade, nessuno può sottrarsi.

Davide Valsecchi

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