Month: January 2012

CIMA-ASSO.it > 2012 > January
Moi, Madame Rubéole et le paludisme

Moi, Madame Rubéole et le paludisme

Apro gli occhi ed ho come l’impressione che un carro armato mi sia passato sopra durante la notte. Le gambe sono rigide e tutte le articolazioni mi fanno un male dannato. Infilo i pantaloni e quasi trascinando i piedi  entro in cucina. Riempio una tazza di caffè e mi accorgo che anche l’anulare della mano destra si è gonfiato. “Dannata umidità” penso tra me e me trangugiando il caffè. Muoversi però è un problema e, incredibilmente per uno come me, camminare è una fatica atroce. Qualcosa decisamente non va.

Aiuto Bruna a lavare i piccoli come tutte le mattine ma reggere quei corpicini sembra uno sforzo impari e sono costretto a metterle fretta perchè il “peso” sembra avere la meglio su di me: “Vado a buttarmi giù un attimo, scusa, oggi gira davvero male per me”.

Entro in stanza, tolgo gli scarponi, sfilo i pantaloni e precipito sul materasso: Tre, Due, Uno… Oblio. Sprofondo in un buio cupo e mi sveglio solo quando Bruna, non vedendomi più tornare, si è messa a cercarmi: “Pigrone, vuoi imboscarti tutto il giorno?”. Lei ride, anche io. Trovo tutto molto buffo. Appoggia la mano sulla mia fronte e cambia espressione “Mamma mia Davide! Sei bollente!” Io trovo tutto molto buffo: “Bhe, allora niente scuola per me oggi! Chiamiamo l’ambulanza?”

Lei si mette a trafficare cercando il termometro, io provo a tirarmi dritto sopra le lenzuola. “oooh, ma che caz…”. Guardo il mio braccio sinistro ed è tutto coperto di piccole macchie rosse. La situazione si fa spessa anche se io, inspiegabilmente, continuo a trovare tutto divertente e buffo: “Hey, Bru, forse è ora che tu vada a cercare il Dottor House …oppure Padre Hugo, vedi tu…”

Riprecipito sul letto. Ho una mezza idea di quello che sta accadendo ma ho intenzione di tenermelo per me ancora per un po’. Chiudo gli occhi e se non mi facesse male dappertutto riderei. Sì, riderei.

Quando Padre Hugo apre la porta esordisce con “Non sei ancora morto?”. Anche lui è uno a cui piace ridere. “Spero proprio di no, Padre, qui non avete montagne!”. Entra, si siede ed iniziamo a parlare seriamente. Lui è l’uomo giusto al posto giusto: ora iniziamo a ripararmi!

Tutto questo accadeva più o meno cinque giorni fa ed è stato l’inizio di una piccola avventura molto meno cruenta di quanto potrebbe apparire e che oggi è già quasi un ricordo.

Le macchie rosse erano una cosa piuttosto buffa. Alla mia veneranda età sono stato infatti colpito dalla terza malattia infantile: la rosolia. In realtà l’avevo fatta da bambino ma solo in forma lieve e probabilmente i miei anticorpi, solo in parte addestrati, se la sono data a gambe vedendo il virus in versione africana.

Salvo le macchie il resto dei sintomi era abbastanza chiaro ed in buona misura conoscevo già la diagnosi. Negli ultimi quattro anni ho giocato a rimpiattino con la Malaria attraverso due continenti ed era ormai statisticamente inevitabile che facesse punto anche lei.  Tuttavia un po’ mi consolavo: prendere la malaria qui significa aver atteso il posto migliore per farlo! (…ossia in un ospedale e con un dottore esperto che parla italiano!)

Qui in Congo imperversa il ceppo malarico “falciparum” che tra tutti è quello più “gramo”, sia per i sintomi che per gli esiti, tuttavia Padre Hugo affronta la malaria ormai da trent’anni e non era affatto preoccupato: con la malaria l’importante è curarla per tempo e come si deve fino in fondo.

Molti dei bambini che muoiono di malaria nella pediatria sono malati che arrivano qui quando ormai è troppo tardi o dopo che erroneamente si era creduta superata la malattia. I sintomi, a volte davvero violenti, sono infatti altalenanti dando luogo a “finestre” di benessere tra una crisi e la successiva.

Come stavo? Il Primo giorno uno schifo: dolori ovunque non riuscivo a muovermi liberamente e camminare era un problema di volontà. Avevo la febbre tra i 38 e 39 gradi ma la cosa che più inquietava era che, alle undici di mattina in Africa, io mi sentissi gelare come in pieno inverno da noi: ricordo difficilmente di aver provato un freddo simile in passato.

Padre Hugo mi ha dato due compresse di Palucur, un composto di Dihydroartemisinin (DHA) e Piperaquine Phosphate (PQP). Il loro effetto era quasi immediato: prima un freddo terribile e poi un caldo atroce durante il quale iniziavo a sudare come un ossesso. Ogni volta che prendevo le medicine dovevo restare a letto per un paio d’ore ma, finita la sfuriata, potevo tornare alla mie attività cercando di limitare gli sforzi e tenendo a bada i dolori alle gambe.

Il ciclo di cura è durato tre giorni ed ho preso due compresse 8 ore dopo la prima dose, due 24 ore dopo la prima dose ed infine due 48 ore dopo la prima dose. Ogni volta l’effetto diminiuiva d’irruenza e via via i dolori sono andati scomparendo. Oggi sono ancora un po’ affaticato ma, per indenderci, passo le giornate a scavare fossati nel terreno in previsione della pioggia (quindi, salvo il vezzo del riposino dopo pranzo, il mio corpo è nuovamente in piena efficenza).

Se non fossimo intervenuti tempestivamente la “suonata” sarebbe però stata diversa perchè probabilmente avrei dovuto affrontare un paio di flebo di chinino ed un trattamento lungo sette giorni. Intervenendo ancora più in ritardo avrei dovuto affrontare la malaria nella sua fase più invasiva e sarei finito ospite fisso della “premier chambre”.

Comunque è fatta anche questa. Per un po’ dovrei essere parzialmente immune ma non è una sicurezza su cui fare conto. Ultima nota: la “vaga euforia” è davvero uno dei sintomi clinicamente riconosciuti della malaria ed effettivamente è stato abbastanza divertente essere ammalato per un po’ =)

Davide Valsecchi

Liberté, Égalité, Fraternité

Liberté, Égalité, Fraternité

Io e padre Hugo eravamo sulla porta della piccola cucina della casa dei volontari. Lui aveva appena ricevuto alcune telefonate con cui cercava di ottenere visti e passaporti per alcuni bimbi che dovranno essere operati all’estero.

La sua difficoltà attuale, nonostante i buoni rapporti con le autorità, è la persistente instabilità politica dovuta alle recente elezioni. Kabila è stato infatti acclamato presidente ma in parlamento  è ancora in atto una feroce disputa sulle assegnazioni delle cariche di potere. Questo si ripercuote bene o male su tutta l’organizzazione statale creando grandi ritardi in ogni ambito burocratico.

Affrontando insieme la questione io e Padre Hugo ci siamo ritrovati a discutere di politica. Lui è nato in Cile ed ha studiato in Argentina durante il grande periodo rivoluzionario dell’America del Sud, è un uomo di religione ma credo abbia condiviso e tutt’oggi condivida gli ideali di ugualianza e trasformazione sociale che caratterizzavano quegli anni.

Con una punta di tristezza mi raccontava come ancora oggi la Democrazia rimane un miraggio per l’Africa e per paesi come il Congo. Secondo lui non è tanto colpa dei politici quanto della mancanza di volontà ed ideali del popolo, manca una classe culturale che, superati inevitabili egoismi, si faccia carico di trascinare la gente verso un cambiamento democratico.

L’argomento mi incuriosiva. Accompagnando i bambini alle scuole sulla collina mi era capitato di ascoltare una lezione in francese proprio sulla repubblica e sulla democrazia. Inoltre mi era capitato spesso di sentire i ragazzi, o anche altri adulti, discutere di politica nominando Kabila o Mobuto e dando vita a lunghi dibattiti. Mi sembrava che un certo interesse vi fosse nella gente ma, ahimè, Padre Hugo ha travolto tutte le mie convinzioni: “Sì, sì. Parlano. Parlano sempre, grandi discorsi fatti di niente e poi tutto resta uguale. Alla gente piace parlare ma nessuno fa”. Decisamente lapidario.

“Vedi, una volta in Africa la parola aveva un grandissimo valore. Tu non potevi parlare se non eri sicuro di quello che stavi per dire. Ora invece tutti dicono quello che vogliono e nulla conta più niente” ha proseguito il Padre ormai rassegnato a quella situazione.

In quel mentre si è unito alla nostra conversazione anche uno dei medici congolesi più fidati della pediatria e Padre Hugo ha chiesto anche a lui cosa ne pensasse della democrazia in Africa. Il medico, in francese, mi ha raccontato la sua: “Purtroppo l’Africa non ha la tradizione e gli ideali di democrazia che sono nati e che animano l’Europa. Per noi la strada sarà ancora lunga e dolorosa.”

Io li ascoltavo e non potevo che pensare all’Europa ed all’Italia. Il grande sogno europeo si sta mostrando sempre di più per la macchinazione economica che è diventato e l’Italia, l’unico paese al mondo dove tutti gli esiti dei referendum popolari sono puntualmente sovvertiti dalla politica, oggi è guidata non da un governo eletto dai cittadini ma nominato dalle banche straniere. Conoscendo questa realtà la mia tristezza era grande nel vedere quanto fosse mal riposta la fiducia di quel giovane medico.

“La legge del Bongo”, la legge del denaro, governa il mondo e non solo le selvagge sponde del fiume Congo.

Davide Valsecchi

La Lune de l’Afrique

La Lune de l’Afrique

Mi siedo e vi scrivo: negli ultimi giorni siamo stati parecchio presi e non c’è stato il tempo per farlo, mi sembrava però giusto darvi nostre notizie. Nella “Premier Chambre” ci sono nuovi pazienti ma una buona parte sono stati dimessi in salute: quindi andiamo abbastanza bene.

Bruna ed io siamo un po’ affaticati ma reggiamo gli “scossoni” dei giorni scorsi: non c’è da preoccuparsi e ringrazio chi ha scritto a Bruna per darle supporto. I bambini di cui ci occupiamo ora richiedono un sacco di attenzioni, molti sono denutriti e certamente in difficoltà ma al momento nessuno di loro è in pericolo e questo, fortunatamente, ci permette di strare un po’ più tranquilli.

Ieri sera, Sabato sera, Bruna ed io ci siamo perfino concessi una birretta sotto le stelle seduti sul limitare della foresta, che praticamente si trova 10 metri oltre la porta della casetta in cui dormiamo!

Abbiamo chiacchierato un po’ e ne ho approfittato per scattare qualche foto. Qui siamo nell’emisfero sud del mondo e sopra di noi brillano stelle e costellazioni diverse da quelle di casa. Ecco in regalo per voi la Luna d’Africa.

Ciao e a presto!

Davide Valsecchi

La bataille est perdue

La bataille est perdue

Corro su per la scalinata ed arrivo alla soglia della “sala ossigeno”. La stanza è piccola, sei metri per tre, colma di persone accalcate, alcune sedute per terra, altre distese sulle brande. Supero la piccola porta dipinta di rosa e cerco di farmi strada. E’ una visione surreale: la stagione delle piogge ritarda e la siccità ha messo sotto assedio la pediatria. Ovunque sono appese flebo mentre i tubicini dell’ossigeno corrono dalle grandi bombole sparse qua e là. Non c’è corrente elettrica e la stanza è cupa, buia in un’ opprimente penombra. Una giovane dai grandi seni allatta il suo piccolo mentre più avanti una donna canta una ninna nanna, più avanti ancora qualcuno piange mentre altri si lamentano.

L’ossigeno è prezioso e costoso, vengono portati in questa stanza solo coloro in gravi difficoltà. L’odore di malattia e di umanità reclusa impregna ogni cosa qui dentro. Fa caldo e sento l’aria mancare, le pareti appiccicano di paura e disperazione: è in questa stanza che il destino deciderà la sorte dei presenti.

Vedo Bruna, il piccolo è su di un lettino accanto ad altri come lui: immobile, sdraiato sulla schiena con l’erogatore dell’ossigeno nelle narici ed una flebo nel braccio. Bruna è in piedi, è pallida ed accaldata. Il viso tradisce i suoi pensieri e la sua stanchezza.

“Vieni con me!” Cerco di avvicinarmi nella calca ma lei sembra non darmi ascolto “Vieni con me, Bruna!” Le dico ancora con fermezza ma senza alzare la voce. Riesco ad arrivarle vicino, le prendo la mano e la porto con me. Sulla porta incrociamo Padre Hugo: “La porto fuori a prendere un po’ d’aria”. Lui annuisce e lentamente si fa strada: sarà lui ora a stare con il piccolo.

“Quella è la strafottuta anticamera del purgatorio! Laddentro non è più tua giurisdizione! Se esce lo riprendi ma finchè sta laddentro tu devi startene fuori! Non è posto per te quello!” Ma Bruna non sembra volerne sapere. Il piccolo ha avuto tre arresti respiratori, lei è riuscita a farlo riprendere ma ora è sotto ossigeno ed hanno intenzione di  fargli una trasfusione: un ultimo disperato tentativo per provare a ridargli forza ora che ha smesso di rispondere agli stimoli.

“Vieni, almeno bevi qualcosa che qui fa un caldo terribile!” Le prendo ancora la mano e la porto in cucina con me,  riempio due bicchieri con l’acqua bollita delle taniche ed aggiungo un po’ di zucchero di canna.“Io ho bisogno di tirare fiato. Fai una pausa con me? Giusto un momento.” Lei accetta e saliamo sul fianco della collina. C’è un piccolo spiazzo dove tira sempre vento, dove non si sente il caldo e gli odori dell’ospedale.

Davanti a noi c’è un’orizzonte di colline verdi ed il sole, tramontando, tinge di rosso il fiume nella valle di Maciuco: in questo paese c’è tanta bellezza ed altrettanta sofferenza. Restiamo un secondo cercando di godere di quell’attimo di pace ma, da lì a poco, arriva Padre Hugo e ciò che deve dirci glielo si legge in faccia: “Ho una triste notizia da darvi”. Gli occhi di Bruna si gonfiano di lacrime che a stento trattiene mentre Padre Hugo ci descrive quello che inevitabilmente è accaduto.

Bruna si lascia andare, si abbandona al pianto. Maledice me, il tramonto e se stessa per tutte le volte in cui mi ha dato retta. Avrebbe voluto essere lassù con lui negli ultimi momenti, esattamente ciò che io non volevo accadesse. Ha fatto e dato tanto per quel bambino ma è qui per aiutare non per ferirsi: non meritava quell’inutile terribile ricordo. Non c’è poesia nella morte, è un istante interminabile in cui tutto diventa immobile, sterile, disumano.

Le prendo ancora una volta la mano mentre tra le lacrime si sfoga nuovamente furiosa con me. Risaliamo le scale ed arriviamo alla neonatologia. Apro il cancelletto e sul piazzale trenta bimbetti ci corrono incontro aggrappandosi alle nostre magliette come se fossimo una giostra. Guardo Bruna, si asciuga gli occhi e sforza un sorriso, poi i bimbetti la trascinano via: è solo la vita ciò che richiede la nostra attenzione qui, nient’altro.

“Winner” è morto il 25 gennaio. Avrebbe compiuto undici mesi il 26. Il giorno prima di morire sembrava sentirsi meglio, rideva disteso all’aria aperta mentre il sole asciugava le sue piaghe e Bruna gli teneva compagnia leggendo ad alta voce un libro. Credevo ce l’avrebbe fatta ma la notte spezzò le nostre speranze.

Abbiamo perso la nostra battaglia, piccolo. Purtroppo quel giorno, come ogni giorno, non sei stato il solo che non abbiamo potuto trattenere qui con noi. Ti abbiamo seppellito in una piccola cassa rivestita di bianco, scrivendo con la vernice il tuo nome su una croce in cemento. Non possiamo più altro per te, se non portarti nei nostri ricordi.

Davide Valsecchi

Les yeux du diable

Les yeux du diable

Il nuovo paziente della “premiere chambre” entra accompagnato da un’altera infermiera di colore, viene fatto sedere sul letto e lasciato lì ad attendere l’arrivo del dottore. Fuori, sotto il sole, è ancora lunga la coda per le visite all’ambulatorio: il dottore non arriverà prima di due ore.

Cerco di inquadrare il ragazzo, di capire cosa abbia mentre in silenzio traffica impaurito con qualcosa nella tasca. Avrà undici, dodici anni. E’ completamente lercio ed impolverato, indossa dei calzoni troppo grandi stretti da una cintura di finta pelle ormai logora, ai piedi un paio di annerite ciabatte di plastica rosa. Ciò che colpisce di lui sono gli occhi: incassati dietro palpebre abnormemente gonfie e sporgenti, palpebre che deformano il viso e che lo rendono quasi cieco, palpebre che continuano a lacrimare incrostando di pus e sporcizia le ciglia.

Provo a salutarlo ma la sua risposta è un flebile sospiro. Gli chiedo di ripetere ma il risultato è lo stesso. Mi avvicino ancora ed inizio a sentire il sibilo del suo respiro, un rumore lento e costante interrotto solo dal rantolo dell’inspirazione. E’ tormentato da una terribile asma, sembra che senza fine continui a sgonfiarsi sibilando: questo è il suono che emette senza pausa.

Si muove lentamente, segue il ritmo trascinato del suo respiro ed osservandolo vedo le bruciature sulle braccia, le cicatrici sui gomiti. Sul letto l’infermiera ha lasciato un foglio con i suoi dati scritti in francese. Il nome è impronunciabile mentre il cognome è “Gracia”. Mi sarebbe piaciuto infilarlo sotto la doccia, dargli una ripulita e cambiargli i vestiti ma dai rubinetti ancora non arriva l’acqua. Provo a parlargli di nuovo in francese ma senza alcun risultato: pare conosca solo il lingala.

Aspettando che torni l’acqua agguanto un secchio, attraverso la pediatria e lo riempio alle fontanelle delle cucine comuni. Sulle via di ritorno incontro Padre Hugo e gli chiedo di “Gracia”. Lui, con il suo accento spagnolo, mi risponde parlando un po’ in francese, un po’ in inglese ed un po’ in italiano: “E’ stato abbandonato. E’ arrivato da noi due giorni fa ma ora è all’ambulatorio per l’asma e per gli occhi” Io credevo avesse qualche sorta di deformazione al viso ma Padre Hugo continuando a raccontare mi spiazza: “Gli hanno buttato negli occhi qualcosa perchè dicono lui sia uno stregone. Poi lo hanno abbandonato, buttato via”.

Mi racconta anche come “Gracia” sia un nome tipico dell’Angola ed è da lì che probabilmente proviene il ragazzo. Mi dà la chiavi della piccola doccia vicino al magazzino in modo che possa lavarlo e mi indica dove trovare dei vestiti puliti per cambiarlo.

Torno alla “premiere chambre” e chiedo ad una mami di tradurmi dal francese al lingala. Voglio che spieghi al ragazzo di seguirmi e che lo porto a lavarsi. Lui smonta dal letto e sibilando per l’asma inizia a camminarmi a fianco.

Quando nella stanza della doccia gli faccio segno di svestirsi fruga nelle tasche impugnando un paniere di stoffa pieno di briciole ed uno sgualcito e sudicio pugno di banconote: probabilmente tutti i suoi averi. Con tristezza comprendo la sua paura e con grande lentezza prendo le sue banconote e le appoggio sul bordo del lavabo in modo che possa vederle. Gli metto tra le mani un pezzo di sapone ed una pezza di stoffa, apro l’acqua della doccia ed inizio ad aiutarlo a lavarsi.

L’acqua fredda aggrava il fischio della sua asma, mentre lo riempio di sapone studio le numerose cicatrici, vecchie e nuove, che ha su tutto il corpo. Gli passo la saponetta sui corti riccioli della testa e cerco di sciacquarlo senza mandargli la schiuma nei martoriati occhi. Lo lavo, lo asciugo e lo rivesto.

Con molta gentilezza gli restituisco le sue banconote ed aspetto che le riponga nei suoi nuovi pantaloni. Forse è troppo grande ma gli porgo lo stesso la mano per accompagnarlo:  lui accetta, la stringe ed iniziamo a risalire la collina lungo il camminamento principale.

La ripida salita è un calvario, il ragazzo si ferma ogni dieci metri per riprendere fiato mentre l’asma gli blocca il respiro. Ogni pausa è una pena, lui si piega in avanti, si appoggia a qualcosa e sibila cercando di pompare ossigeno attraverso i polmoni. Cerco di fargli coraggio, lo sostengo e gli lascio tutto il tempo che gli serve.

Lo guardo e vedo la sua debolezza, la sua fragilità quasi imbarazzante. Uno scricciolo che a mala pena riesce a respirare, inoffensivo e vulnerabile: la vittima perfetta per uomini senza scrupoli. Lo hanno torturato in virtù di qualche assurda credenza che in realtà nasconde solo cupidigia e crudeltà. Sedicenti santoni ed esorcisti si sono accaniti contro l’unico che non possedeva la forza per difendersi, l’unico che non avrebbe potuto opporsi ai loro fasulli riti magici che hanno la pretesa di scacciare la malasorte ed il maligno in cambio di denaro.

Uomini di magia, stregoni e mistici: chissà se avrebbero avuto la stessa baldanza anche davanti ad un vero demonio? Chissà se davanti ai miei occhi azzurri avrebbero avuto l’ardire di fare a me ciò che hanno fatto a lui? Sento la rabbia crescere e farsi strada furiosa. Resisto e la lascio fluire nello spazio di un respiro: non è per questo che sono qui, non è questo ciò che devo fare adesso.

Stringo un braccio attorno a Gracia, lo aiuto a raddrizzarsi e ripendiamo la salita. Ciò che devo fare ora è superare un penoso gradino alla volta, raggiungere un letto nella “premiere chambre” e lasciare che il tempo e le cure lavino il ricordo di un’ignoranza che rende ciechi.

Davide Valsecchi

Au cœur de la terre

Au cœur de la terre

Nella parte alta della Pediatria, vicino all’ingresso e all’ambulatorio, anni fa è stato scavato un pozzo che potesse integrare il flusso d’acqua pompato a forza dal fondo della valle di Maciuco.

Prima di partire avevo avuto modo di vedere le fotografie della festa con cui venne celebrata l’apertura di questo nuovo pozzo: nelle immagini i bambini giocavano allegri ballando sotto il getto d’acqua che fuoriusciva dalla perforazione.

Purtroppo da queste parti, anche quando si crede di averla spuntata, ci si trova spesso a dover affrontare un imprevisto dopo l’altro:  tempo fa, infatti, la pompa del nuovo pozzo è precipitata al suo interno adagiandosi sul fondo rendendolo inutilizzabile ed ostruito.

Per superare quest’ennesima difficoltà ora serve un’ulteriore dose di perseveranza ed una certa quantità d’ incoscenza. Al pozzo oggi infatti lavorano in tre operai: due all’esterno ed uno calato al suo interno alla profondità di venticinque metri. Si scava con una piccola zappa ed il terriccio viene issato  fuori dal pozzo un secchio alla volta. Man mano lo scavo avanza ed allarga il foro originario man mano affondano i tubi in cemento che vengono via via sovrapposti all’esterno.

Venticinque metri sono davvero un altezza spaventosa quando si è chiusi nella stretta sezione di una condotta di cemento. Laggiù, nella profondità della terra, c’è un piccolo uomo che scava al buio per rimpire un secchiello mentre il mondo esterno appare come un piccolo e minuscolo foro lassù in alto, inarrivabile sopra di lui. Più scava e più sprofonda fino al momento in cui raggiungerà la pompa e riporterà l’acqua alla Pediatria.

Da queste parti sembra  che il coraggio e l’incoscienza siano la miglior dote per mettersi al servizio degli altri: buona fortuna intrepido scavatore, riportaci l’acqua e torna alla luce!

Davide Valsecchi

Nous allons à la Guerre

Nous allons à la Guerre

Ormai è tempo di mostrarvi anche la realtà più profonda della pediatria e la sua natura ospedaliera. Per farlo vi parlerò del nostro “riassegnamento” sul campo e delle nuove mansioni che Padre Hugo ci ha affidato: ora infatti gestiamo la “premier chambre” dell’ambulatorio.

La stanza che ha voluto affidarci è uno spazio rettangolare di cinque metri per dieci con otto letti e cinque piccoli pazienti che necessitano di attenzioni speciali. Abbiamo un ragazzo di dodici anni che si sta riprendento dai postumi della malaria, un undicenne colpito dall’anemia falciforme che ha appena superato una brutta crisi, una bambina disabile che ha avuto episodi intensi di convulsioni per via della malaria, un neonato affetto da spina bifida che presto sarà operato all’estero e “Winner”, il nostro paziente principale.

Si chiama Winner, il vincitore, ma per il momento sta perdendo alla grande: il 26 Febbraio compirà un anno ma al compleanno deve arrivarci e non è cosa per nulla scontata. Il piccolo fino ad una settimana fa stava molto bene, poi ha iniziato a mangiare sempre meno, perdere notevolmente di peso ed infine ha avuto una violenta reazione cutanea e tutto il corpo si è coperto di macchie che sono via via diventate croste e poi piaghe. Il tutto in pochi, pochissimi giorni. Ancora oggi nemmeno Padre Hugo è riuscito a comprendere con certezza la causa di questa violenta reazione.

Winner si trova così in una pericolosa “zona grigia”: richiede scrupolose attenzioni che le mami della neonatologia non sono in grado di fornirgli ed allo stesso tempo non può essere preso in carico dagli infermieri della terapia intensiva perchè, sebbene richieda cure e medicazioni relativamente “semplici”, necessita di una supervisione costante.

Il piccolo è coperto di croste e la pelle si è piagata e spaccata soprattutto all’inguine, alle ginocchia e sotto le ascelle. Indossando il pannolino si è aggravata la situazione sul sedere e sull’interno coscia dove ormai solo un sottile strato di pelle rossa e lacerata protegge la carne viva. Si sono formate anche delle piaghe da decubito  e questo aggrava ulteriormente la situazione.

Il nostro compito è tenerlo pulito e cospargerlo di creme ciccatrizzanti nutrendolo con vitamine e latte utilizzando una grossa siringa ed il sondino che dal naso gli scende fin nello stomaco. Purtroppo anche la gola pare colpita dalle piaghe e questo impedisce al piccolo Winner di mangiare direttamente con  la bocca.

In teoria i nostri compiti sono abbastanza semplici ma proprio per questo ci evidenziano tutte le difficoltà che si incontrano intervenendo in una situazione come questa. Io e Bruna abbiamo brevetti di pronto soccorso 118 ed esperienza sia in Croce Rossa che in ambito ospedaliero, questo ci aiuta nel da farsi ma ci ricorda anche come da noi tutto sarebbe diverso.

Ti accorgi di quanto sia importante una cosa quando inizia a mancarti: una sacrosanta verità. Da noi “Winny” sarebbe in un ambiente protetto e rigorosamente pulito, avrebbe una flebo, sarebbe lavato ad intervalli regolari e trattato con le migliori creme in quantità industriale.

Qui invece ci si rende conto dei salti mortali che Padre Hugo compie quotidianamente. Ogni due ore io pulisco la stanza che, per via della sabbia all’esterno e del passaggio delle persone, si riempie di polvere. Quando è il momento di lavarlo spesso la rete idrica è interrotta o manca la corrente per alimentare le pompe e così recupero secchi d’acqua dai reparti serviti dai pozzi più esterni. Padre Hugo, chissà dove, ha recuperato una piccola piscina in plastica a forma di tartaruga che utilizziamo come vasca per il bagno mentre la maggior parte dei lenzuoli o degli stracci che utilizziamo vanno lavati a mano in lavanderia.

Padre Hugo, durante i suoi giri, controlla in ogni reparto le scorte di creme e medicinali fornendoci ciò che recupera. Spesso usiamo creme di marche e tipologie diverse, campioni omaggio o quant’altro sia possibile trovare. Qui è difficile e costoso rifornirsi di medicinali e presidi medici in modo sistematico e Padre Hugo, che sembra avere preziose scorte d’emergenza in ogni dove, deve arrabattarsi con ciò che ha ricevuto, con ciò che resta, con ciò che c’è. Inoltre si deve fare grande attenzione perchè, nel via-vai di pazienti e parenti che attraversa la pediatria, ciò che si lascia incustodito è quasi sicuramente da considerarsi “perduto“.

Winner e la premier chambre sono il nostro nuovo “fronte”, la collina da difendere, la montagna da scalare. Dentro quella stanzetta diamo battaglia cercando di fare il nostro meglio consapevoli del fatto che, nonostante tutti i nostri sforzi, ci stiamo occupando solo di 5 bambini dei 750 che affollano la pediatria.

Non vi mostrerò una foto di “Winny” ma se farete il tifo per lui ve ne sarò davvero grato perchè ne ha davvero bisogno!

Davide Valsecchi

Chansons de les enfants

Chansons de les enfants

Io sono quel tipo di persona che solitamente in Chiesa entra solo per matrimoni, battesimi e funerali. Onestamente però, mi è davvero difficile dire di no a Padre Hugo e così ho accettato il suo invito almeno alla messa della domenica che celebra nella piccola chiesetta all’aperto della pediatria. Lui celebra messa tutte le mattine prima di inziare il suo giro medico per la pediatria ed io, fino ad ora, ho regolarmente bigiato tutte le volte.

Così, Bruna ed io, abbiamo indossato gli ultimi vestiti puliti ancora conservati nei nostri zaini ed abbiamo risalito la collina pronti per la festa. Poco prima delle nove la piccola tettoia era già colma di bambini e molti ancora stavano arrivando a piedi dalle varie aree della pediatria. Molti ormai ci conoscono e prima di sistemarsi tra le panche facevano un piccolo giro per salutare noi che, come da tradizione, eravamo “imboscati” nell’angolino più esterno.

Era la prima volta che assistevo ad una messa cristiana in Africa e confesso che c’è molto di cui essere stupiti. Innanzitutto qui è davvero una festa. Tamburi, maracas, piatti, chitarre ed un vecchio organetto: ogni strumento per fare musica era ben accetto per accompagnare il canto, ma anche la danza, durante la cerimonia.

I bambini ridevano, battevano le mani e rispondevano ad ogni incitazione degli officianti che, in lingua francese e lingala, alternavano le letture e le varie prediche con il canto. Sotto il piccolo altare un paio di ragazzi più giovani ballavano allegri agitando le mani e ritmando i passi.

Non ho idea se sia irrispettoso giudicare “divertente” un rito sacro ma le due ore nella chiesetta sono volate veloci più di quanto mi fossi augurato. Onestamente non so se diventerò un “affecionados” ma l’esperienza ne è valsa la pena, soprattutto per comprendere il genuino entusiasmo che la religione sà instillare nella gente locale.

Anni fa, durante un viaggio tra le montagne del Tibet, vi ho fatto ascoltare le preghiere ed i canti dei giovani monaci, oggi invece vorrei farvi ascoltare uno dei canti intonati dai ragazzi d’Africa. Spero vi piaccia!!

Ciao

Davide Valsecchi

Theme: Overlay by Kaira