Month: March 2012

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[ʎ] Tracce dei Flaghéé

[ʎ] Tracce dei Flaghéé

Ieri un amico mi ha segnalato un  link pubblicato da Hikr.org, un portale multilingue dedicato all’escursionismo e all’alpinismo (Hiking and Mountaineering). Ciò che lo aveva colpito era una bellissima immagine della Croce del San Primo adornata dalla Flaghéé, le Bandiere del Lario.

La foto risale al 2009 ed alla prima edizione dei Flaghéé. Mi ha fatto piacere leggere questo passaggio dell’articolo: «Raggiungiamo la croce di vetta dopo circa due ore e quindici minuti di tranquilla e distensiva passeggiata. Ai lati della croce scendono due file di sventolanti bandierine. Non sono le solite bandierine tibetane: si tratta degli stemmi di tutti i comuni posti sulle sponde del Lario. Un bel gesto che alcuni giovani hanno voluto compiere, come segno propiziatorio, proprio sulla cima più elevata del Triangolo Lariano.» (leggi articolo Hikr.org)

Mi piace vedere come un’ idea semplice, le Bandiere del Lario, abbia saputo coinvolgere e farsi apprezzare dagli escursionisti che frequentano le nostre montagne. Viva i Flaghéé, viva il Lario!!

Davide Valsecchi

Qui è ancora tutta campagna

Qui è ancora tutta campagna

Scarponi ai piedi mi ritrovo a Milano: prima di portarmi tra le nostre montagne il progetto che sto seguendo mi porta spesso nella grande città e questo significa treni, metropolitane ed attese. Quando ho abbastanza tempo, però, ne approfitto per “girovagare” o per fare visita ai mei amici cittadini.

Uno di questi è il buon Ivan che abita nei pressi di via Ripamonti, la zona numero 5 di Milano nota anche come Vigentino, un comune rurale che nel 1923 fu aggregato alla città di Milano. Ivan è un addestratore cinofilo anche se questa definizione lo soddisfa poco: Ivan infatti tiene a precisare che non insegna “giochetti” ai cani ma insegna ai loro proprietari come migliorare il proprio rapporto con il proprio fidato animale. Onestamente sono sempre impressionato dagli incredibili risultati e dall’ottimo affiatamento che ha instaurato con la sua Doberman: andare a spasso con loro due, tanto in città quanto all’aria aperta, è davvero piacevole.

Così, qualche giorno fa, abbiamo abbandonato i vialoni della Vigentina addentrandoci a piedi lungo i sentieri dei campi coltivati che, un po’ anacronisticamente, ancora circondano l’urbe milanese. Insieme esploravamo la “campagna” alla ricerca di spazi verdi dove poter svolgere lezioni ed esercizi dedicati a cani e ai loro compagni umani.

Essere nel bel mezzo di un campo arato ed osservare i grandi palazzi all’orizzonte era una sensazione davvero strana per me: “Qui è ancora tutta campagna” mi è venuto da pensare osservando gli ultimi spazi aperti che ancora lambiscono l’avanzata dell’urbanizzazione. Nel cuore di questi grandi campi vi è un boschetto di alberi perfettamente allineati e probabilmente piantumati dall’uomo tempo fa per la rotazione agraria. Un’area ideale, specie nella calura estiva, per poter praticare esercizi con il proprio cane o semplicemente lasciarlo correre.

Trovo affascianante che vi siano posti simili a così breve distanza da una moltitudine di persone ignare e stipate nei grandi palazzi: spero che Ivan riesca a ridurre questa “distanza” in modo intelligente. In bocca al lupo!

Davide Valsecchi

CAI Asso: Escursionismo Giovanile 2012

CAI Asso: Escursionismo Giovanile 2012

Anche quest’anno si rinnova la collaborazione tra il Club Alpino Italiano di Asso e la Sportiva Valbronese dando vita ad un corso di escursionismo dedicato ai giovani della Vallassina e non solo.

Durante il periodo invernale i più giovani si sono avvicinati all’arrampicata e al climbing all’interno della palestra d’arrampicata di Valbrona mentre ora, con l’arrivo della bella stagione, è tempo di uscire ed imparare a conoscere le montagne.

Da ormai quarant’anni il CAI Asso si dedica con impegno ad avvicinare i più giovani sia all’alpinismo che all’escursionismo coinvolgendo tutte le figure più preparate della propria sezione: istruttori di roccia, membri del soccorso alpino, accompagnatori ed educatori di montagna e veri e propri alpinisti.

Un’impegno, quello verso i giovani, che si “tramanda” ormai da generazioni e che è il cuore ed il vanto della nostra sezione. Io stesso, nel lontano 1984 all’età di 8 anni,  mi iscrissi al corso del Cai ed oggi quel “poco” che so di montagna lo devo sopratutto alla pazienza ed ai preziosi insegnamenti dei volenterosi soci che mi hanno preceduto.

Per tutti è un’occasione di vivere e scoprire l’ambiente che ci circonda maturando esperienze che saranno preziose sia in montagna che nella vita quotidiana. Il corso è aperto a tutti i ragazzi e le ragazze tra i 6 ed i 17 anni e vi sarà un a serata di presentazione del corso il giorno 13 aprile alle ore 20:45 presso la sezione (2° piano di Palazzo Mazzini).

Le uscite in programma sono:

  • 29 Aprile Monte Generoso
  • 27 Maggio Rifugio Bogani (Grigne)
  • 3 Giugno Raduno Regionale Alpinismo Giovani Alpe Musella
  • 10 Giugno Laghi Gemelli – Val Brembana
  • 16 Giugno Rifugio Cristina – Pizzo Scalino. Escursione di due giorni con pernottamento in tenda a 2.200 metri di quota.
  • 17 Giugno Alpe Campagneda

Di particolare interesse quest’anno vi è il pernottamento in tenda che vuole essere l’occasione per offrire ai ragazzi un’approccio più diretto ed impegnativo alla montagna (oltre che un’insolita opportunità di divertirsi all’aperto!)

Durante il mese di Maggio molte parrocchie locali celebreranno, in domeniche diverse, la Cresima: per non precludere il corso o le escursioni a nessuno dei partecipanti sono state previste durante questo periodo (i giorni 6, 13, 20) gite facoltative nel nostro territorio (Alpe di Monte, Monte Rai, Croce Pizzallo) che vogliono essere un’ulteriore occasione per ritrovarsi insieme e per mantenere fresco l’allenamento e compatta la compagnia.

Il costo dell’iscrizione al corso, in questo momento economico difficile per la nazione, è stato ridotto quanto più possibile: è per tanto possibile partecipare alle 6 escursioni (più le 3 facoltative) al costo forfettario di euro 50, comprensivo il vitto al Rifugio Cristina.

Per maggiori informazioni è possibile contattare:

  • Alberto Pozzi, direttore del corso e Accompagnatore Regionale Alpinismo Giovanile CAI, al numero telefonico 339-1793366 o presso la sede Cai tutti i Venerdì dalle 21:00 alle 22:00
  • Danile Binda, Sportiva Valbronese, al numero 338-4037870 oppure presso la palestra Scuola di Valbrona il Mercoledì ed il Giovedì Sera.

Zaini in spalla: si comincia un’avventura!

Davide Valsecchi
(Vice Presidente Sezione Cai Asso)

Le foto si riferiscono all’escursione Sentiero delle Vasche dello scorso anno.

Montagnaterapia: Work in Progress!

Montagnaterapia: Work in Progress!

Salve a tutti! Perdonatemi: in questi giorni passo le giornate sulla tastierma ma non pubblico quasi nulla su “Cima” e questo un po’ mi dispiace. Pare incredibile ma sono oberato di lavoro: sto stilando la documentazione finale di un progetto di Montagnaterapia incentrato sul territorio Lariano.

Con il termine Montagnaterapia si definisce un approccio metodologico a carattere terapeutico riabilitativo e/o socio-educativo finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura e alla riabilitazione degli individui portatori di differenti problematiche, dipendenze, patologie o disabilità.

Attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo ci si pone l’obiettivo di promuovere quei processi evolutivi legati alle dimensioni potenzialmente trasformative della montagna: insomma, sto impilando una piramide di carta per poter infilare gli scarponi e fare buon uso del nostro territorio e delle sue potenzialità.

Siamo nella fase finale di un lungo lavoro di sperimentazione che ha dato risultati molto buoni ed incoraggianti, un lungo periodo durante il quale ho dovuto integrare le mie conoscenze con ambiti a me sconosciuti interagendo con terapisti, psicologi e psichiatri.

Guardando indietro è stata davvero una gran fatica perchè si opera in un contesto tutt’altro che facile ma, se tutto va in porto, sarà per me una grossa soddisfazione.

Il progetto, che dovrebbe avere la durata di due anni, non solo mi terrà felicemente impegnato per le nostre valli ma finalmente dimostrerà (in primo luogo a me stesso) che è possibile “inventare” nuove professioni che agiscano in modo positivo sul nostro territorio valorizzandone e tutelandone le sue peculiarità e le sue bellezze.

Noi siamo il “polmone verde” della più grande metropoli italiana e spesso non sappiamo cogliere nessuna delle opportunità che la nostra terra ci offre. Se tutto va per il meglio ancora una volta avremo la conferma che “aiutare gli altri è il modo migliore per aiutare se stessi”.

Visto che non ho viaggi, escursioni o avventure da raccontarvi (ma non voglio assolutamente perdervi) spero di compensare la vostra attenzione con un foto dalla parvenza più o meno artistica scattata in una delle tribolate giornate spese in città 🙂

[La foto si riferisce alla scultura in bronzo raffigurante Alessandro Manzoni realizzata da Francesco Barzaghi che fu eretta nel 1883. Si trova a Milano in Piazza San Fedele nel punto dove lo scrittore, recandosi a Messa, cadde morendo pochi giorni dopo]

A presto!

Davide Valsecchi

Abbondo… ci infilo anche un video dei Van Halen:

Mondi Impossibili Milano

Mondi Impossibili Milano

Forse è colpa dei Flaghéé dello scorso anno, forse aver attrersato le nostre montagne dormendo all’aperto durante tanti giorni di  pioggia mi ha cambiato. Ora adoro le nuvole gonfie d’acqua, adoro attendere l’arrivo del temporale, sentire l’aria caricarsi, farsi instabile mentre il cielo si trasforma in un tripudio di colori e trasformazioni. Mi fondo nell’attimo che precede la tempesta, nell’attimo che annuncia il cambiamento diventando io stesso parte del mutamento.

Magnifico: essere parte del tutto e sentirsi distinto da ogni cosa osservando le nuvole ed il mondo sciogliersi in un tutt’uno. Sentirsi vivo e saldo nello scontro tra terra e cielo.

Camminavo per Milano, aspettavo che una ragazza finisse il proprio lavoro bighellonando attraverso le vie del centro intorno al Duomo. Era ormai pomeriggio ma il tramonto era ancora distante e le strade erano piene di turisti, di gente a passeggio.

Un flusso omogeneo di persone distratte e vocianti affollava ogni dove, poi la prima goccia. Mi sono fermato immobile nel mio peregrinare solitario ed ho iniziato a guardarmi intorno, ad ascoltare ed osservare. La pioggia sottile sembrava avere sorpreso l’umanità indaffarata e svagata nelle proprie faccende, il cielo ricordava loro di essere vivo e questa inaspettata riscoperta agitava in modo disordinato la massa che gremiva la piazza.

Erano solo poche goccie, un cortese e delicato preambolo di ciò che il cielo può liberare ma la gente già cercava un riparo, affrettava il passo borbottando. Io ho alzato la sguardo, ho gardato oltre le sagome dei palazzi ed ho ammirato le nuvole aspettando immobile la loro benedizione: “Se vuoi trovare l’arcobaleno devi saper tener testa alla pioggia.”

Davide Valsecchi

Mondi Impossibili Milano


Mondi Impossibili Lario

Paul Preuss: il signore delle montagne

Paul Preuss: il signore delle montagne

“La misura delle difficoltà che un alpinista può con sicurezza superare in discesa senza l’uso della corda e con animo tranquillo, deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà che può affrontare in salita.”

Questa è una delle celebri frasi pronunciate da Paul Preuss, un’alpinista austriaco nato il 19 agosto 1886 e morto il 3 ottobre 1913 alla giovane età di 27 anni.

Paul in gioventù fu affetto dalla poliomelite e costretto su una sedia a rotelle: solo la volontà lo rimise in piedi facendo di lui uno dei più grandi e famosi alpinisti dell’inizio del secolo.

Quest’uomo, il suo approccio tanto puro, tanto radicale e poetico alla montagna mi spaventano, riescono a terrorizzarmi ed affascinarmi al contempo: era un solitario, arrampicava da solo e lo faceva senza avvalersi di nessun mezzo tecnico o artificiale. Persino la corda, secondo lui, andava usata con parsimonia. Il 28 luglio 1911 parte solo e senza corda per la parete est del Campanile Basso, o Guglia di Brenta. In 2 ore risale i 120 metri del monolite aprendo una nuova via da cui, naturalmente, ridiscende disarrampicando: un’ impresa incredibile tanto allora quanto oggi.

Come vi ho detto mi spaventa: “Tra i massimi principi vi è quello della sicurezza. Non però la sicurezza che risolve forzosamente con mezzi artificiali le incertezze di stile, bensì la sicurezza fondamentale che ciascun alpinista deve conquistarsi con una corretta valutazione delle proprie capacità”. Difficile dargli torto ma è anche difficile, oggi, accettare di avvicinarsi tanto al limite, tanto all’imprevisto, senza alcun tipo di “protezione”.

I suoi detrattori lo accusarono di spingere senza motivo i giovani alpinisti verso il pericolo, di immolarne le vita in nome di un’ideale tanto insensato quanto inconsistente. Nell’epoca del “Piton”, il chiodo da roccia, Preuss era una rivoluzionario contro corrente mal visto da molti degli emergenti alpinisti del tempo.

Forse come sempre la verità sta nel mezzo, nell’accettare un compromesso. Alpinisti come Bonatti o Messner hanno tributato alla filosofia di Preuss ammirazione e stima portandolo come un esempio e, loro stessi, sono stati protagonisti di altrettanto celebri solitarie. Messner, che ha fatto di Preuss il soggeto di un suo libro, scrisse: “Un compromesso è possibile nella pratica… non nella filosofia della montagna”.

Il 3 Ottobre 1913 Preuss precipitò dalla Nord del Mandlkogel che stava salendo in libera e da solo. Nessuno sa cosa avvenne e perchè cadde, vicino al corpo esanime semi coperto dalla neve fu trovato un coltello da tasca aperto e la “leggenda” vuole che Preuss, superate le maggiori difficoltà della salita, si sia fermato a riposare e, mangiando quello che aveva nel sacco, abbia perso l’equilibrio cadendo.

Alla sua morte anche i puoi sui severi contestatori tributario omaggio alla sua giovane vita ed alla sua grande capacità. Tita Piaz, il “Diavolo delle Dolomiti”, l’inventore della discesa in corda doppia, dopo averne criticato l’intransigenza ebbe a dire di lui: “Le rocce gli appartenevano. Era il signore delle montagne.

Durante l’omelia funebre Geoffrey Winthrop Young, alpinista inglese e poeta, disse commemorando Preuss: “L’arrampicata solitaria avrà sempre i suoi critici così come i suoi devoti. Ma con la sensazione di rammarico per la morte prematura di un grande alpinista e di un bella persona proviamo anche un grande senso d’ orgoglio nel costatare che nella nostra generazione ci sono ancora gli uomini di altissimo intelletto che, con la piena consapevolezza di tutte le alternative più facili e più redditizi che la vita ha da offrire, continuano a mettere alla prova la propria abilità accrescendola contro difficoltà sempre più grandi con coraggio e calma.”

In cuor mio non saprei dirvi quale sia la strada giusta nè mai mi arrischierei a consigliarvi di seguire le sue gesta. Posso dirvi che la breve vita di Paul Preuss è una vita piena di fascino e che l’ammirazzione che provo per le sue gesta è innegabile. Senza clamore percorreva la via più difficile assaporando una gioia ed una libertà di cui non si può essere che silenziosamente attratti.

«Sperate sempre in ciò che aspettate, ma non aspettate mai ciò in cui sperate. Credete solo in ciò che vi convince, ma lasciatevi convincere solo da ciò in cui credete»

In ricordo di Paul Preuss

Davide Valsecchi

Jack London: La sfida e altre storie di boxe

Jack London: La sfida e altre storie di boxe

Con l’ultimo pezzetto di pane, Tom King ripulì il piatto del sugo che vi rimaneva. Poi, s’infilò il pane in bocca e prese a masticarlo lentamente, con aria assorta. Quando infine s’alzò da tavola, lo fece con la netta sensazione di non aver mangiato abbastanza. Pure, era stato l’unico della famiglia a toccar cibo; i bambini erano stati messi a letto nella stanza accanto perché s’addormentassero dimenticando d’aver saltato la cena, e sua moglie gli aveva fatto compagnia a tavola, seduta in silenzio a osservarlo piena d’ansia, senza mangiare: una donna della classe operaia, esile e dall’aria stanca, sfibrata, sebbene sul volto recasse ancora i segni di una passata bellezza. La farina per il sugo l’aveva presa a prestito dal vicino che abitava in fondo al corridoio, il pane l’aveva comprato con gli ultimi spiccioli che le erano rimasti.

Tom sedette accanto alla finestra, su una vecchia seggiola sgangherata che protestò sotto il suo peso, e meccanicamente s’infilò la pipa in bocca; poi, prese a frugarsi nella tasca della giacca, ma, non trovandovi il tabacco, si rese conto del proprio gesto e scosse la testa, quasi irritato per la sbadataggine che tradiva. Ripose la pipa. I suoi movimenti erano lenti, quasi impacciati, come se il peso stesso dei muscoli gli gravasse su tutto il corpo. Era un uomo massiccio dall’aspetto solido, tutt ’altro che attraente. Indossava abiti vecchi e informi, comprati a poco prezzo; la tomaia delle scarpe era troppo leggera per reggere la pesante risolatura di data non recente; e la camicia di cotone, un capo a buon mercato, aveva il colletto logoro e parecchie macchie di vernice ormai impossibili da togliere.

Ma era la sua faccia a rivelare in modo evidente chi fosse Tom King e che cosa facesse. Era la classica faccia del pugile, uno che alle spalle aveva ormai anni e anni di battaglie sul ring e dunque aveva sviluppato i tratti caratteristici dell’animale da combattimento, esasperandoli al massimo. Aveva lineamenti rozzi e – quasi a evitare che anche solo un loro tratto potesse sfuggire all’osservatore – s’era rasato di fresco. Le labbra erano informi e disegnavano una bocca dalla piega esageratamente aspra, un taglio attraverso il viso. La mascella era aggressiva, pesante, brutale. Gli occhi si muovevano lenti sotto le spesse palpebre ed erano privi d’espressione, incassati da sopracciglia folte e rientranti.

Era in tutto e per tutto un vero animale e il tratto più animalesco del suo aspetto erano proprio gli occhi, sonnacchiosi come quelli di un leone, gli occhi di una belva abituata a battersi. La fronte fuggiva veloce verso l’attaccatura dei capelli che, tagliati corti, rivelavano tutte le bozze tipiche d’un autentico bruto. Completavano il suo aspetto esteriore il naso rotto due volte e variamente rimodellato da un’infinità di brutti colpi successivi, e un orecchio eternamente gonfio come un cavolfiore, deforme fino a raggiungere due volte le dimensioni d’un orecchio normale; mentre la barba, per quanto rasata di recente, stava già rispuntando sulla pelle e dava al viso una nota bluastra.

Nell’insieme, era la faccia di un uomo che, a incontrarlo in un vicolo buio o in un luogo solitario, fa paura. Ma Tom King non era un criminale, non aveva mai commesso nulla di criminale. Tranne che in qualche rissa occasionale, ingrediente inevitabile della vita che conduceva, non aveva mai fatto del male a nessuno. E non aveva la nomea d’uno che si lasciava andare a menar le mani facilmente. Era solo un professionista del ring, e la brutale aggressività ch’era in lui era come tenuta in serbo per le apparizioni pubbliche.

Una volta sceso dal quadrato, era un uomo tranquillo, di buon carattere e, quand’era stato giovane e il denaro non mancava, aveva avuto la tendenza a lasciarselo sfuggire un po’ troppo facilmente per ricavarne nulla di buono per sé. Non aveva nemici, non nutriva odii o invidie. Il combattimento era un lavoro, per lui. Sul ring, colpiva per far male, per ferire, per distruggere; ma in ciò non mostrava animosità o cattiveria. Era solo un lavoro. I tifosi facevano ressa, pagavano per vedere lo spettacolo di due uomini che cercavano di mettersi K.O. E il vincitore si pigliava la fetta più grossa dell’incasso.

Quando Tom King aveva incontrato l’Accecatore di Woolloomoolloo, vent ’anni prima, sapeva benissimo che il suo avversario era guarito da soli quattro mesi da una brutta frattura alla mascella, subita durante una rissa a Newcastle: e per tutto l’incontro aveva mirato a quella mascella e finalmente, al nono round, gliel’aveva fracassata di nuovo. Non perché ce l’avesse con l’Accecatore, ma perché quello era il modo più sicuro di metterlo fuori combattimento e di portarsi a casa la fetta più consistente dell’incasso. E d’altra parte, nemmeno l’Accecatore gliene volle. Era parte del gioco. Lo sapevano tutt ’e due, e lo giocavano.

Non era mai stato un gran conversatore, Tom King. In silenzio, aggrottato, gli occhi fissi sulle proprie mani, se ne stava seduto accanto alla finestra. Sul dorso di quelle mani, le vene sporgevano bluastre e le nocche, rotte, scorticate, deformi, erano la prova più chiara del compito cui erano state destinate. Non gli aveva mai detto nessuno che la vita d’un uomo è tutta nelle sue arterie, ma sapeva bene quel che volevano dire quelle grosse vene in rilievo. Volevano dire che il suo cuore vi aveva pompato troppo sangue, a pressione elevata, e ora non funzionavano più tanto. Aveva chiesto troppo alla loro elasticità, e ora che avevano ceduto in modo così evidente anche la sua resistenza aveva cominciato ad andarsene.

Si stancava facilmente, ormai. Non ce la faceva più a resistere per quei venti round veloci, fatti di affondi e di bordate, di botte e botte e botte, da un gong all’altro, combinazioni su combinazioni, sempre più violente, senza tregua, martellato alle corde o martellando l’avversario all’angolo, e poi la furia dell’ultimoround, il più feroce, il più convulso e rabbioso; con il pubblico in piedi che urla a squarciagola, e tu come un turbine ad andare a segno, a fintare, a schivare, a rovesciare gragnole di colpi di ritorno, e, per tutto quel tempo, il tuo cuore fedele, affidabile, che pompa e pompa ondate dietro ondate di sangue per le vene giuste. E, dopo essersi gonfiate nel momento di massimo sforzo, quelle vene tornavano sì ad assottigliarsi, ma non del tutto: ogni volta restavano appena un poco più spesse di prima, impercettibilmente.

Tornò a fissar le vene, e poi si guardò le nocche martoriate, e per un attimo ebbe la visione fugace di com’erano lisce e perfette quelle sue mani quand’era giovane, quando non s’era ancora frantumato la prima nocca sulla testa di Benny Jones, noto anche come il Terrore del Galles.

Il morso della fame si fece sentire di nuovo. “Per dio, come mi farei una bella bistecca!” Bofonchiò ad alta voce, stringendo i pugni massicci e sibilando tra i denti una bestemmia.
“Ho provato da Burke e anche da Sawley.” Fece la moglie, quasi in tono di scusa.
“E non potevano farti credito?” Chiese Tom.
“Niente, nemmeno un centesimo. Burke ha detto…” la donna s’interruppe.
“ Va’ avanti! Che ha detto?”
“Ha detto che per lui Sandel te le suona stasera e che il conto era già abbastanza alto così com’era…”

King rispose con un grugnito. Pensò al bull-terrier che aveva avuto quand’era giovane, a tutte le bistecche che gli aveva dato da mangiare. Allora sì che Burke gli avrebbe fatto credito: per mille bistecche, altro che una! Ma i tempi erano cambiati. Stava invecchiando, ormai, Tom King. E i pugili vecchi, che si battono nei club di seconda serie, non hanno molte speranze di conservare conti aperti presso i bottegai.

Aveva voglia d’una bistecca da quando s’era alzato, quella mattina, e per tutto il giorno la voglia gli era rimasta. Non s’era allenato bene, per quest ’incontro. Era stato un brutto anno, quello, in Australia: tempi duri, difficile trovare un lavoro, anche il più irregolare.

Così, non era riuscito a pagarsi uno sparring-partner, e nemmeno la sua alimentazione era stata delle migliori; o anche solo sufficiente. Ogni tanto, per qualche giorno, aveva trovato da far lo sterratore e al mattino presto s’era fatto un po’ di fiato correndo per i viali del centro di Sydney. Ma era stata dura, allenarsi senza uno sparring-partner, e in più con una moglie e due figli da sfamare. Quando s’era diffusa la notizia che avrebbe incontrato Sandel, era riuscito a farsi dare qualcosa di più a credito dai bottegai; e il tesoriere del Gayety Club gli aveva anticipato tre sterline, la parte di borsa destinata allo sconfitto, ma più in là non se l’era sentito di andare. Di tanto in tanto, era riuscito a rimediare qualche spicciolo da vecchie conoscenze, che forse gli avrebbero scucito anche di più se quello non fosse stato un anno brutto anche per loro.

No: inutile nasconderselo, non s’era allenato per bene. L’alimentazione avrebbe dovuto essere migliore, e minori le preoccupazioni. E poi, a quarant ’anni suonati, si fa più fatica a rientrare in forma che non a venti. “Che ora è, Lizzie?”
La moglie uscì sul pianerottolo per chiedere, e tornò: “Un quarto alle otto.”
“Fra un paio di minuti comincerà il primo incontro… Solo un assaggio. Poi ci sono quattro round tra Dealer Wells e Gridley, e dieci tra Starlight e non so più che marinaio. A me tocca solo fra un’ora…”
Passarono altri dieci minuti di silenzio; poi, Tom s’alzò.
“La verità è, Lizzie, che non mi sono allenato bene.”

Prese il cappello e si diresse verso la porta. Non fece l’atto di baciarla, non lo faceva mai quando usciva; ma quella sera fu lei a osare e gli gettò le braccia al collo, l’obbligò a chinarsi e lo baciò: era così minuta tra le braccia di quel gigante.
“Buona fortuna, Tom.” Gli sussurrò. “Mettilo giù!”
“Già, mettilo giù!” Ripeté lui. “Già, non c’è altro da fare: solo metterlo giù…”

E mentre la moglie si stringeva a lui, Tom King cercò di ridere di cuore. Lanciò uno sguardo alla stanza nuda, alle spalle di lei: era tutto quel che possedeva al mondo, più un affitto arretrato, una moglie, due bambini. E ora stava per lasciare tutto e uscir fuori, nella notte, in cerca di cibo per la sua femmina e i suoi cuccioli, non come un operaio moderno che si reca alla macchina, ma nel vecchio modo primigenio, eroico, animale: combattendo per il cibo.

Tratto da Una bistecca, racconto contenuto ne La classica faccia da pugile di Jack London.

2012: Aspettando il ritorno dei Flaghéé

2012: Aspettando il ritorno dei Flaghéé

Le bandiere del Lario, Laghéé Flags: Flaghéé. Ormai è una tradizione, una consuetudine, ma anche un impegno. A partire dal 2009 ogni anno si è dato vita ad un viaggio, un’avventura, che avesse come scenario il nostro territorio, il suo lago e le sue montagne.

Il primo anno, nel 2009, abbiamo attraversato il Lario remando a bordo di una canoa sperimentale compiendo il periplo completo del Lago di Como [Flaghéé I].

L’anno successivo, il 2010, ci a bordo di una canoa canadese partendo da Como ci siamo spinti oltre i confini del lago discendendo l’Adda, il Po, la laguna Veneta e raggiungendo la Serenissima Venezia [Flaghéé II].

Nel 2011, invece, abbiamo affrontato a piedi le montagne raggiungendo in un unico lungo tour tutte le 22 cime che si affacciano sul lago [Flaghéé III].

Confesso di essere molto orgoglioso di questi viaggi: esperienze di certo non estreme (sebbene davvero ardue alle volte) ma che hanno sempre saputo esprimere un’alto valore simbolico ed educativo. Mi piace pensare che le nostre fatiche possano essere servite a mostrare ed avvicinare le persone alle meraviglie del nostro territorio.

Ancora non so cosa faranno i Flaghéé quest’anno, ho molte idee ma devo ancora decidere quale seguire. Tuttavia non sono affatto preoccupato: c’è così tanto da fare e così tanto da vedere che si ha solo l’imbarazzo della scelta.

Aspettando il ritorno dei Flaghéé vi lascio con le immagini delle nostre montagne e del viaggio dell’anno scorso: un tuffo nel passato guardando al futuro!!

Davide Valsecchi

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