Corno Rat, Canalone Belasa e Moregallo

Era decisamente tempo di andare, di sfogare un po’. Nell’ultimo mese, salvo le escursioni di Alta Montagna, ero praticamente fermo,  privato delle mie piccole corroboranti avventure. Il grande Emilio Comici, classe 1901, ebbe a dire “gli alpinisti sono semplicemente dei pazzi candidati al suicidio” e probabilmente aveva piena ragione vista la cura con cui minuziosamente ci mettiamo nei guai.

Il piano di solito è sempre semplice, è lo svolgimento che crea gli imprevisti. Io avevo voglia di “liberarmi” e non pensavo a niente di meglio se non a salire la mia montagna “sacra”, il Moregallo.  Non cercavo qualcosa di impegnativo ma piuttosto di intenso, avevo voglia di “spingere”, di darci dentro, tenere botta.

Così sono partito a piedi da casa, ho scavalcato il crinale di Cranno e raggiunto Gajum. Il sentiero geologico immerso nel verde lungo il fiume Ravella e poi su, terz’alpe e finalmente la colma di Ravella ed il grande faggio, il FO. Come ho detto il piano era semplice: dal Fo scendere a San Tommaso e da lì, risalendo per la Ferrata del Corno Rat fino alla vetta  del Corno Orientale per poi attaccare il Moregallo lungo la cresta.

Ma non sempre va secondo i piani, a volte si sbaglia in buona fede. Ormai in vista di San Tommaso mi sono imbattuto in un cartello che indicava “Corno Rat” e, pensando potesse essere una scorciatoia verso la ferrata, ho deviato il mio percorso seguendo il sentiero. Non avevo mai fatto la ferrata venendo da Canzo ed ero intenzionato a scoprire qualche strada nuova.

Poco lontano dal cartello il sentiero però si biforca, uno sale ben segnato mentre l’altro si imbosca in mezzo alle frasche scendendo a dirupo tra i rami ed i sassi. Mi sono detto “Fai il bravo e segui quello segnato” e così ho fatto.  Poco dopo però mi sono reso conto che il sentiero  non portava alla partenza della Ferrata ma bensì all’uscita!

Una volta compresa la svista ero ormai lì e, tutto sommato, la cosa mi divertiva un po’: ”beh, facciamocela in discesa!”

La ferrata del Corno Rat, o del 30° OSA, è definita come “difficile con esposizione e verticalità costanti”. In salita è una ferrata molto impegnativa, qua e là tecnica e molto, molto fisica. E’ una bellissima ferrata ma quello che non sapevo è  che in discesa, nel mese di Luglio, può diventare un’esperienza piuttosto “brutale”!

Fin dal primo tratto ci si rendo conto si come sia davvero dura e si debba  lavorare di braccia come disperati cercando i vari appoggi su cui calare i piedi. Si può sfruttare la catena, la fune di sicurezza, gli appigli naturali ed artificiali ma è dura, tutta verticale, sempre esposta sul vuoto e sotto il sole battente.

Ero tuttavia compiaciuto, sudavo come un dannato ma mi muovevo bene e le braccia sembravano essere ben affidabili anche nei passaggi dove dovevano ripetutamente sostenere tutto il carico. Tuttavia è quando pensi che stia andando bene che le cose si complicano inaspettatamente. Già, perché c’era qualcosa a cui davvero non avrei mai pensato!

Il sole di Luglio infatti aveva reso le catene davvero calde ed inizialmente non ci avevo fatto troppo caso perchè sebbene bollenti non erano certo ustionanti. Il calore delle catene, oltre al caldo esterno, costringeva però le mani ad una sudorazione quasi eccessiva e la pelle dei polpastrelli, resa morbida del caldo e dal sudore, ha incominciato a sollevarsi e a piagarsi sotto le sollecitazioni del peso e degli anelli. “Andiamo proprio bene!” mi sono detto, il mio dubbio era semplice: finisce prima la ferrata o gli strati della mia pelle!

Entrambe le mani erano ormai piene di buchi e aggiungendo la fatica iniziavo a diffidare della loro presa. La ferrata poi è davvero lunga e, confesso, è stato un piccolo piacere arrivare a poggiare i piedi a terra nell’ombra del bosco! Ero davvero accaldato ed affaticato e l’idea iniziale di “scendere e risalire” mi sembrava davvero poco allettante sotto il sole di mezzo giorno!

Così, visto che le mie mani necessitavano un po’ di “manutenzione”, mi sono allungato verso la sorgente del Sambrosera dove le ho accuratamente sciacquate godendomi la frescura della fonte. Senza risalire la ferrata non aveva senso puntare al Corno Occidentale e visto che davanti a me avevo il cartello Canalone Belasa, Escursionisti Esperti ho deciso che quella sarebbe stata la mia via verso la cima del Moregallo.

Il canalone è davvero una bella salita, mai difficile offre brevi passaggi d’arrampicata che possono essere davvero divertenti se ben interpretati. Facendo attenzione ai serpenti mi abbandono alla salita godendo con lentezza dei passaggi più verticali.

La mente scivolava libera nella calura mentre il corpo agiva quasi di propria iniziativa. Forse è stato proprio questo che mi ha permesso, quasi senza accorgermene, di arrivare a meno di cinque metri da un grosso maschio di muflone che pascolava in una piccola cengia: credo che trovarci faccia a faccia così all’improvviso abbia colto di sorpresa entrambi!! Temevo davvero che per lo spavento decidesse di caricarmi ed invece ha emesso una specie di squittio allontanandosi prima di qualche metro. Poi, fermatosi per guardarmi meglio forse ancora un po’ stupito, ha emesso ancora con quel suo verso un po’ buffo si è lanciato nella boscaglia.

La mia salita era ancora lunga e così, come un vecchio che conserva le proprie energie in ogni gesto, ho continuato a salire, salire e salire cercando di non sentire il caldo che arroventava ogni cosa.

Il Moregallo è una montagna rocciosa, fatta di guglie, creste e canaloni ma giunti sulla sommità ci si trova immersi in uno scenario davvero impensabile ed inaspettato: un verdeggiante e pianeggiante prato da cui è possibile ammirare il mondo in ogni direzione! E’ una montagna che sa farsi rispettare e farti sudare ma che ti accoglie con infinita dolcezza quando arrivi sulla sua cima.

Mi sono sdraiato sull’erba godendo del vento che spirava dal lago: magnifico!

Un sorso d’acqua ed ho affrontato  il sentiero in cresta che scende verso le Moregge ed i Corni di Canzo. Per un secondo ho accarezzato l’idea di inanellare il Corno Orientale, il Centrale e l’Occidentale sulla via del ritorno ma, visto che avevo già speso molto sul Corno Rat, mi sono accontentato di tagliare per i prati di Pianezzo, davanti al Rifugio Sev, scendendo lungo la dorsale di Cranno.

Lungo la strada di ritorno mi sono però fermato a casa dei miei. Mio padre ha comprato per il nipotino una piscina per bambini, una piccola tinozza di plastica alta poco più di mezzo metro dal diametro di tre o quattro metri. Immerso nell’acqua sentivo le braccia doloranti e le mani che iniziavano a bruciare mentre la pelle cominciava a cicatrizzarsi: “Incredibile: tutto questo lo fai per rilassarti!” ed ho cominciato a ridere.

Poi, mentre tenevo gli occhi chiusi immerso nell’acqua fino al naso, ha cominciato a grandinare costringendomi ad una rocambolesca fuga a piedi nudi tra i rimbalzi di ghiaccio: finale con il botto di una giornata fatta davvero propria!

Davide Valsecchi

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