La leggenda dei sassi che camminano

“Portatevi a Valmadrera e già sul dorso dei colli, sui fianchi dei monti, sui margini dei laghi, sui cigli dei precipizi pù paurosi, dappertutto, dico, vedrete o solitari, o in gruppi fantastici, o allineati in modo mostruoso, flangi, pezzi enormi di graniti, di porfidi, di serpentini, di rocce alpine di ogni genere, evidentemente divelti dai monti lontani, portati più giù a centinaia di miglia di distanza e posti a giacere così rudi e informi, ove possono meglio stupirci”. Così scriveva Antonio Stoppani, geologo, paleontologo e patriota italiano, nella sua pubblicazione ‘Valsassina e il territorio di Lecco’ alla fine del 1800.

La presenza di Massi Erratici sul nostro territorio è davvero ingente e non di rado queste imponenti anomalie colpiscono l’attenzione dei partecipante alle attività di montagna-terapia che conduco. Ho raccontato così tante volte la storia dei grandi massi che ora spesso mi limito a lasciare che siano i “veterani” a raccontarla alle “matricole”. Giorni fà giorno acoltare questa storia mi ha fatto venire voglia di raccontarla anche qui.

Questi massi, che sono un patrimonio del nostro territorio, racchiudono una lezione forse inestimabile che spinge la nostra mente ad esplorare i limiti dello spazio e del tempo.

Come in una favola la storia inizia con “c’era una volta”: già, perché in un tempo quasi incalcolabile tutto era ricoperto dal mare e fu proprio il mare a generare le nostre montagne. Di origine sedimentaria i nostri monti racchiudono in sé la vita primordiale dei piccoli animali marini che ancora oggi ritroviamo sotto forma di fossili: “roccia viva” che è cresciuta attraverso i millenni.

Poi qualcosa cambiò, il mare scomparve ed il suo posto venne preso da una sconfinata distesa di ghiaccio: l’era glaciale. Lo strato di ghiaccio era così alto che ancora oggi sulla cima delle montagne si scorgono i segni che tale gigantesca massa lasciò al proprio passaggio sulla roccia.

Questo perchè anche il ghiaccio possiede una sua “vita”, un errare lento e costante che per effetto del proprio peso lo spinge a muoversi, a scivolare lentamente anno dopo anno guidato dalla gravità.

Ed è a questo punto che entrano in scena i nostri massi erranti, questi giganteschi blocchi di granito che staccatosi dalle proprie montagne native, figlie del fuoco e della furia che anima il centro della terra, si sono lasciati cadere sul dorso dello sconfinato ghiacciaio dando inizio al proprio viaggio leggendario.

Coricati sul ghiaccio, avvolti dalla neve anno dopo anno, hanno saputo resistere all’erosione del tempo, della pioggia e del gelo mentre il grande ghiacciaio, anno dopo anno, scivolava a valle centimetro dopo centimetro. Qui il tempo e lo spazio come lo conosciamo noi si perdono perché il viaggio di questo sasso supera l’avventura stessa di tutta l’umanità: così i grandi sassi hanno percorso centinaia di chilometri in un viaggio di migliaia di anni.

Poi qualcosa è cambiato nuovamente e lo strato di ghiaccio ha iniziato a sciogliersi ed i nostri massi si sono placidamente e dolcemente appoggiati laddove il loro viaggio li aveva condotti. Alcuni nelle valli, dove l’acqua un tempo ghiaccio correva verso valle, altri in mezzo ai prati ed altri ancora in incredibile equilibrio sulle creste e sui crinali, eternamente indecisi su quale lato della montagna rotolare.

La loro natura è talmente aliena al nostro territorio che in passato gli uomini le consideravano pietre magiche e luoghi di culto tanto da divenire altari per riti pagani e più tardi anche tombe, i famosi massi avelli, per i grandi del tempo.

La loro magia ed il loro fascino, accresciuto anche dalla moderna scienza, resta immutato anche per noi “uomini moderni”.

Questa è la leggenda dei grandi sassi, appoggiate dolcemente le mani sulla loro roccia ed accarezzate la magia di queste “pietre vive” senza tempo. Davanti alla loro millenaria storia ogni nostro cruccio diviene davvero poca cosa nella storia del mondo.

Davide Valsecchi

Nella foto è visibile il “Sass Negher”, un masso erratico posto sotto il Corno Birone sopra Valmadrera. In tutto il Triangolo Lariano è l’unico ad avere tale colorazione nera.

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