Ubriaco a New York

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Era la mia prima volta negli Stati Uniti. Avevo trascorso quasi una settimana a Washington per un giro di conferenze alloggiando al Marriot Hotel. Era un viaggio di lavoro ma avevo avuto l’occasione di vagabondare per la capitale spaziando dai giardini della Casa Bianca alle gradinate del Campidoglio, il palazzo del Congresso.

Finito il “lavoro” io ed il mio capo decidemmo di passare qualche giorno a New York City, di spassarcela a Manhattan. Ricordo il taxi scassato che ci ha portato in città dall’aeroporto attraverso il Queens-Midtown Tunnel scaricandoci poi a Broadway in cerca del piccolo albergo prenotato alla cieca via Internet.

Era la grande mela in pieno Agosto e noi eravamo davvero nel centro del mondo.

Comprammo un costosissimo biglietto giornaliero per i pullman a due piani scoperti che attraversavano in lungo ed in largo la città: a bordo di quel terrazzo mobile ci godevamo la vista dei grattacieli e la brezza della baia liberi di scendere e risalire ovunque ci andasse.

Eravamo in vacanza, faceva caldo ed ogni volta che ci veniva voglia di scendere dal bus ci infilavamo in un bar per una birra e quattro chiacchiere con il barista nel nostro stentato inglese. Il nostro “pub_crawling” newyorkese si era già fatto decisamente intenso quando passammo sotto le grandi torri. Erano immense: stordito dall’alcol e sdraiato sulla poltrona del pulmino le osservavo dal basso mentre il nostro “tappeto volante” le aggirava lentamente.

Schiacciato da quella grandezza chiesi al mio capo: “Saliamo in cima?”. E lui rispose: “No, no. Siamo troppo messi male per andare lassù. Andiamo al porto a mangiarci un hot-dog. Se vuoi andiamo lassù ad Ottobre, quando torniamo la prossima volta”.

Ci fermammo poco più avanti, al Battery Park, da dove si poteva vedere la Statua della Libertà, e poi andammo a bere nei localini del vecchio porto sotto il ponte di Brooklyn. La sera, dopo aver mangiato non ricordo dove, ci infilammo in un locale dove suonavo Jazz.

Il mio capo ci teneva davvero ad ascoltare musica dal vivo a New York e, felice per il sogno realizzato, continuava ad offrire giri di ”Manhattan” e “Long Island”. Un vero tour de force!

Quando uscimmo dal locale eravamo sbronzi, quel tipo di sbronza lucida che ti annebbia i sensi ma ti lascia l’illusione di essere di abbastanza presente per affrontare l’ignoto di una città come New York. Traballavamo ma io avevo la mia bussola: bastava spostarsi tra i palazzi e guardare in alto, con un po’ di sforzo la trovavi sempre ed era là, la luce rossa che brillava a 530 metri d’altezza in cima all’antenna della Torre Nord.

Ricordo di aver seguito quella luce rossa come una falena: incantato e stordito camminavo verso la luce, il mio inconscio sapeva che quella era la “stella del sud” ed andando in quella direzione avremmo incontrato una stazione per taxi. Quella luce era la mia guida attraverso il reticolo di strade e viali  della città che non dorme mai. Camminavo seguendo quel brillante puntino rosso nel cielo e ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a ricordare perfettamente quell’immagine, quella luce tra i grandi palazzi.

Mio Dio: solo dei fottuti terroristi astemi potevano immaginare di abbattere quella torre!

Era il 28 Agosto 2001. Meno di quindici giorni dopo quei due immensi giganti furono annichiliti nel più prorompente e terrificante spettacolo sia mai stato visto in mondovisione. Assurdo, spaventoso, terribile: nei miei ricordi era tutto troppo grande per essere raso al suolo in quel modo. Ancora  oggi non mi capacito delle dimensioni di ciò che è successo.

Non sono più tornato a New York.

Davide Valsecchi

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