Rifugio San Fermo: Esplorazioni Camune

Il primo giorno del nuovo anno la sveglia suona alle sette e mezza. Esco dal letto, appoggio i piedi sul pavimento gelato, guardo fuori dalla finestra: il cielo è di quel colore lattiginoso che non ispira. Giro i tacchi e torno al caldo tra le lenzuola: «Non male come inizio!» penso sarcasticamente tra e me prima di riaddormentarmi.

Alle undici e mezza riapro gli occhi e ripeto pazientemente tutta la procedura. Ora il cielo si è fatto azzurro ed un pallido sole brilla sulle montagne della Val Camonica: «Tempo di darsi una mossa!!»

Dieci minuti dopo sono in un baretto in piazza a Borno, un paese nell’Altopiano del Sole nella media Valcamonica. Due brioches al cioccolato, un caffè e sono pronto: «Andiamo a dare un occhiata a queste montagne!»

Il programma per la fine dell’anno non prevedeva nessuna escursione e, per evitare la tentazione, avevo appositamente lasciato a casa piccozza, ramponi e tutto il resto. Purtroppo facendo compere in paese avevo scorto una croce in cima ad un bel panettone innevato oltre il bosco a ridosso della Cima Moren (2418m) e delle Corna di San Fermo (2250m): «Posso andare?! Posso andare?! Posso andare lassù?!»

Così, all’una di pomeriggio del primo giorno dell’anno, mi ritrovo in una tardiva solitaria tra i sentieri ghiacciati della val Camonica: la mia destinazione è il Rifugio San Fermo, un piccolo rifugio a 1876 metri di quota aperto solo in estate e gestito dal Cai di Borno.

La strada sterrata, che attraversando il bosco conduce al rifugio, è ora completamente ghiacciata e le poche tracce congelate nella neve sembrano risalire a qualche giorno prima. Lungo la salita infatti non incontro altra anima viva mentre i rumori della valle e gli strascichi del veglione si fanno sempre più lontani.

Spingo sulle gambe e cerco di affrettarmi più che posso. Verso le quattro del pomeriggio il sole si nasconde infatti dietro il monte Altissimo, sull’altro lato della valle, e quindi non ho molto tempo per uscire dal fitto del bosco prima che cali il buio.

Alle tre raggiungo la croce che avevo visto dal paese ed alle sue spalle, invisibile dal fondo valle di Borno, trovo il rifugio San Fermo.

Il rifugio non è molto grande, in estate offre una ventina di posti letto. Lungo un lato vi è una piccola veranda che d’inverno, insieme al camino esterno, offre riparo dal freddo e dal vento. Una targa ricorda come il rifugio sia stato dedicato nel 1968 dai “Montanari dell’altopiano di Borno” al dottor Mario Marini, medico missionario in Uganda.

Il cielo si sta rabbuiando ed una grossa perturbazione avanza minacciosa da Ovest creando una cornice suggestiva alla splendida montagna che mi appare oltre il crinale: la Presolana, 2.521 metri e regina delle  Prealpi Bergamasche.

L’idea di scendere nuovamente lungo la strada ghiacciata non mi affascina e, sebbene il mio tempo utile stia scadendo rincorrendo il tramonto, decido di avventurarmi lungo il sentiero alto che conduce attraverso la valle verso il Rifugio Laeng. La prima parte del sentiero è invasa dalla neve e dalle slavine che sono scese dai canali mentre la seconda parte attraversa prati esposti al sole e più puliti.

All’orizzonte le montagne oltre la valle brillano illuminate dagli ultimi raggi di sole.

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Quando raggiungo il crinale successivo si apre davanti a me una valle completamente in ombra ed invasa dalla neve. Il sentiero si perde in quel manto bianco e  l’aspetto gelido di quegli spazi mi spinge a cercare una via alternativa attraverso i prati ed il bosco fino  alla malga sottostante.

Come sempre voglio essere chiaro: “scendere a cazzo” lungo il crinale di una montagna sconosciuta non è mai una scelta facile (o saggia): c’è sempre il rischio di imbattersi in ostacoli inaspettati e di finire in pericolosi “cul de sac”. In vita mia mi è capito ben tre volte ed è una lezione che si impara a tenere a mente!

Anche in questo caso, sebbene sembrasse tutto prato e boschi,  mi sono trovato di fronte un paio di “cliff” di una ventina di metri da aggirare con prudenza. Il pericolo in questi casi, soprattutto con la neve ed il ghiaccio, è di non accorgersi in tempo e di scivolare oltre la scarpata con tragici risultati: attenzione, mi raccomando!

Nonostante qualche impiccio in mezzo agli alberi raggiungo la malga Moren e la mulattiera che dalla valle conduce fin lì. Su questo versante la strada è meno ghiacciata ma nonostante ciò la mia discesa si arricchisce di un paio di numeri da circo in equilibrio sul ghiaccio piuttosto notevoli!

Supero il laghetto di Lova completamente ghiacciato e piano piano mi riporto nella cerchia cittadina di Borno dove mi attende una cioccolata calda in buona compagnia.

Quassù non è affatto male: la Cima Moren ed il Pizzo Camino sembrano salite interessanti e, abusando dell’ospitalità che mi ha portato tra queste valli, possono diventare appetibili obiettivi primaverili. Staremo a vedere, come inizio d’anno non è affatto male.

Ciao dalla Val Camonica!

Davide Valsecchi

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