Welcome to Afrika

Le previsioni ed il sole intenso del giorno prima lasciavano ben sperare. L’inverno sembrava finalmente finito e forse ora le pareti si sarebbero asciugate: per un attimo avevo accarezzato l’idea di poter arrampicare sul Madele. Ma la follia dilagante sembra aver coinvolto anche la natura e questa giornata di fine maggio sarà ricordata come una delle più meteorologicamente folli:  neve a 800 metri e bufera in quota!

Il monte Megna, i Corni di Canzo ed il San Primo erano infatti coperti di bianco mentre la neve cadeva anche su paesi come Sormano e Civenna.  Le Grigne ed il Resegone erano avvolti dalle nuvole e dalla bufera:«… ma che accidenti succede?!»

Mentre guardavo fuori dalla finestra sconsolato ha bippato il cellulare, un SMS di Mattia: “Qui vien giù acqua e neve! Facciamo grotta oggi?”. Il “Piano Medale” era decisamente saltato ma sarebbe stata la “Grotta Ingresso Fornitori” a salvare la giornata.

Salendo alla Colma di Sormano la neve ai bordi della strada si faceva sempre più alta, quando abbiamo raggiunto “Il Ministro” al Pian del Tivano  grossi e fitti fiocchi di neve turbinavano nel vento intorno a noi mentre infiliamo le tute speleo e l’equipaggiamento da grotta.

Quello strano scenario stordiva le mie percezioni: le piante e l’erba erano del verde intenso della primavera in assoluto contrasto con bianco vivo della neve che copriva ogni cosa. Poco prima dell’ingresso alla grotta, in una valletta invernalmente primaverile, incrociamo un capriolo nella sua luminosa e rossiccia livrea estiva.

Poi siamo dentro. L’ultima volta che ero stato in quella grotta ero con il corso speleo. In quell’occasione eravamo in tanti, oltre una ventina, e per questo la discesa era stata lenta, costellata di momenti di pausa, di capannelli di luce, di vociare ed allegro rumore.

Ora eravamo solo io e Mattia. Il silenzio era pieno, intriso solo dallo scorrere dell’acqua, dal rumore dell’aria e dal tintinnio dell’equipaggiamento: al di là delle nostre due luci solo il buio ed il vuoto che scorre attraverso la montagna.

Mattia fa parte del gruppo esploratori, è abituato ad affrontare sessioni esplorative anche di trenta ore e questa grotta, la Fornitori, la conosce come le sue tasche essendo parte del gruppo che negli anni ne ha compiuto l’esplorazione ed effettuato i rilievi.

Devo lavorare duro per tenere il suo passo strisciando tra le rocce, è tremendamente veloce nonostante si muova con apparenza tranquillità e senza sforzo. Ogni volta che, cercando di stagli dietro, mi lascio andare all’irruenza la roccia mi punisce colpendomi a tradimento, ovunque!!

Fortunatamente Mattia si ferma spesso per raccontarmi la storia di quella grotta e gli aneddoti che ne hanno caratterizzato l’esplorazione. Ogni canale ha un nome, una sua storia fatta di fatica e scoperta.

“Mentr’ io là giù fisamente mirava, lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!», mi trasse a sé del loco dov’ io stava.” Dopo l’oscura profondità dei pozzi, la meraviglia delle gallerie e la durezza ruvida dei cunicoli, siamo giunti finalmente alla tenda del campo base sotterrano oltre il quale si apre l’immensità della poderosa sala ARMAGHEDDON!

Non credevo sarei tornato laggiù così presto. Ma il nostro viaggio non era ancora finito, era arrivato il momento di spingersi oltre ciò che già conoscevo: invece di continuare a scendere abbiamo iniziato a risalire.

Dalla tenda abbiamo affrontato la grande muraglia che si innalza frontalmente, a lato del ripido declino che porta ai piedi della Sala Armagheddon. Oltre quei quaranta metri di parete verticale si estende un’altra immensa galleria solcata da un piccolo fiumiciattolo ed invasa da colossali “quinte” d’argilla compatta e sagomata come roccia.

Poi nel buio, su di un grosso masso, una scritta fatta con il nero fumo della lampada a carburo: AFRIKA.

Era come essere nella gola di una montagna, le pareti si innalzano verso l’alto ma non vi è modo di vedere il cielo o la luce oltre il soffitto di roccia. L’oscurità inghiottiva il fascio della torcia con cui avevo cercato di penetrare le forme di quella lunga gola: avevamo superato strisciando spazi angusti ed ora eravamo immersi in ampiezze impossibili da cogliere.

«Dai che ci facciamo un the caldo» mi dice Mattia mentre lentamente riscendiamo verso il campo base e la tenda. Dal sacco Mattia ha estratto un piccolo fornello a gas ed una gavetta di metallo. «Prima del the ci facciamo un giro ad Armagheddon?». Ho annuito come un bambino la mattina di natale!

Scesi lungo il fondo della sala siamo stati inghiottiti dalla sua immensità. Il silenzio era rotto solo la rumore lontano dell’acqua che viene inghiottita dal sifone più a valle. Ci siamo sdraiati su di un cumulo di argilla poco distante dalla parete e siamo rimasti a chiacchierare osservando con la torcia quel cielo di roccia.

Era come essere su di una spiaggia ad osservare un mare immobile. La mia percezione del tempo e dello spazio era stravolta e privata di qualsiasi riferimento. Davvero non saprei dirvi quanto tempo siamo stati in quella sala o quanto fosse grande. Sdraiato sul fondo dell’abisso ho semplicemente pensato “sono sepolto vivo …e non sto affatto male!!”

Poi, con una certa tristezza, siamo risaliti nuovamente alla tenda ed abbiamo scaldato il the. Seduti su una brandina infangata abbiamo mangiato qualche biscotto e chiacchierato. I Corni di Canzo, il Cervino, le Grigne, il Badile, gli amici comuni, i veterani del Cai, i membri degli esploratori o i volontari della Croce Rossa. Abbiamo chiacchierato per un tempo infinito ma credo che oltre alle passioni che ci accomunano quella fosse anche l’esigenza, tutta umana, di arginare quell’assoluto e solitario silenzio che ci circondava.

Quando abbiamo intrapreso la risalita la differenza tecnica tra me e Mattia è letteralmente esplosa.  Come un anguilla scivolava tra i cunicoli e con scioltezza impressionate emergeva delle risalite su per i pozzi. Io invece cominciavo ad accusare la fatica sprecando ad ogni pozzo quintali di energie trafficando con gli attrezzi e le maniglie.

Con il corso, insieme agli altri allievi, facevamo a turno per tendere la corda e favorire le manovre di risalita. Ora ero con un’ esploratore e dovevo cavarmela da solo: ogni volta che sbagliavo a far lavorare il Croll, l’autobloccante al petto, sprecavo una trazione piena e lo sforzo per realizzarla. L’esperienza è merce che si acquista pagando caro prezzo!

Quando finalmente abbiamo raggiunto la superficie ero abbondantemente in riserva e, con una certa gioia, l’aria fresca ha riempito i miei polmoni mentre il cielo, finalmente sereno, ha liberato la mia mente. Aveva smesso di nevicare ed il tramonto calava in un cielo azzurro sgombro di nuvole.

Eravamo entrati in grotta alle undici del mattino ed erano ormai le otto e mezza di sera. Non mi ero mai spinto tanto in profondità e tanto a lungo nel cuore della terra. Probabilmente solo poche altre volte mi sono sentito tanto fisicamente demolito!

Ancora una volta grazie a Mattia (e anche a tutto il gruppo speleo Erba!!) per l’incredibile esperienza!

Davide Valsecchi

(Foto di Gruppo esploratori che per primo ha raggiunto Armagheddon: Mattia è il secondo in alto da sinistra).

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