Attacco ai Due Pilastri!

Raggiungere la croce del Pilastro Maggiore si è dimostrato uno sforzo abbastanza lineare. Dopo un po’ di capricci (ed insicurezze) si è concesso abbastanza docilmente. Suo fratello, il Pilastro Minore, si sta invece dimostrando un tipaccio coriaceo. Il Maggiore è una splendida e compatta torre di pietra, il Minore invece è grosso e tozzo, solcato da camini, diedri e derive di sfasciumi pericolanti.

Pilastro Maggiore

Per raggiungerne la sommità ci sono diverse vie d’arrampicata e tutte hanno un loro peculiarità e tutte, inevitabilmente, portano alla cuspide sommitale su cui svetta una curiosa croce ad anello che, con mio grande disappunto, non sono ancora riuscito a raggiungere.

La scorsa settimana avevamo percorso la via del “sasso incastrato”: avevamo risalito le due strette pareti parallele del canyon-trincea superando, appunto, il grosso sasso incastrato a mezz’aria tra la roccia. Per prudenza, vista la quasi totale assenza di protezioni, avevo evitato di salire l’ultimo slancio di sette metri  che porta alla cima: la mia speranza era che il versante opposto della cuspide fosse più sicuro e più agevole.

Così ieri mattina, Fabrizio ed Io, eravamo nuovamente alla base di pilastri tentando la salita sul versantw esterna. Le uniche vie protette nelle zona della parete Fasana sono le vie dure, quelle con il grado che va dal 6a in su. L’unica eccezione è la via dello Spigolo che, tuttavia, ha un primo tiro di 5b ed un secondo tiro di 25 metri non protetto tra gli sfasciumi.

In questi giorni non sono in gran forma, ho un gran mal di gola dovuto al caldo e domenica avevo la febbre (probabilmente come reazione allergica ai matrimoni!). Nonostante questo volevo provare a tirare sullo spigolo e vedere se ero migliorato abbastanza da riuscire a passare. Sulle spalle però avevo fissato, a modi zainetto, anche la fidata statica da 25 metri che uso per “cavarmi” dai guai e questo la diceva lunga sulla mia convinzione.

Sul passaggio chiave, tra il terzo ed il quarto rinvio, non riesco a trovare una soluzione: la roccia dei Corni non concede certezze ed io non riuscivo a trovare un movimento abbastanza saldo con cui tentare il passaggio. Sessanta centimetri mi separavano dal fix successivo ma non trovavo il modo di guadagnarli. Cincischio un po’ e poi mi abbasso sullo spit sotto di me, aggancio il moschettone della longe nell’anello dell’ancoraggio. Per evitare che drammaticamente la corda mi cada verso il basso la fisso all’imbrago con un barcaiolo ed un moschettone, poi apro il mio nodo delle guide con frizione ed infilo il capo della corda attraverso il fix e di nuovo lo fisso all’imbrago.

«Che combini?» mi urla da sotto Fabrizio «Soldato che fugge combatte un altro giorno! Cala che vengo giù!» rispondo io. Una volta a terra, piuttosto seccato dai miei limiti, volevo fare ancora un tentativo. Al lato della “via dello Spigolo” corre una lunga e liscia placca solcata da una via di 6a. Ancora più a destra vi è la “via del Diedro”, un percorso alpinistico malsicuro e mal attrezzato di due tiri da 4a.

L’attacco è un’evidente fiamma di roccia si cui inizio ad arrampicarmi. Visto che sulla via, salvo qualche vecchio chiodo storico, non c’è alcuna protezione inizio ad ancorarmi dove meglio posso. Il primo rinvio lo fisso su di un fix della via da 6a e, attorcigliando un cordino ad anello sulla sommità della fiamma di roccia, fermo il secondo rinvio iniziano a risalire nel diedro.

Nel diedro non trovo nulla se  non un vecchio chiodo arrugginito che probabilmente ha il doppio della mia età. Senza troppa fiducia rinvio e proseguo oltre. La roccia in quel punto spancia leggermente per poi proseguire in una cengetta. La mia mente comincia a smacchinare calcoli: “Bene, l’ultimo rinvio è attaccato ad un chiodo con l’età di tuo nonno. Superare questa pancia di roccia significa non poter più tornare indietro arrampicando in discesa: se passi devi arrivare fino alla sosta e sperare che sia buona. Quello che poi ti attende tra gli sfasciumi nessuno lo sa…”

La giornata stava prendendo una piega curiosa e quello sarebbe stato il secondo schiaffo che il Pilastro Minore mi avrebbe assestato: battuti e respinti! Mi abbasso di nuovo arrampicando fino a raggiungere la punta della fiamma con i piedi. Mi incastro in una piccola fessura e tolgo dalle spalle la fida “25”. La faccio girare attorno alla punta della roccia ed attrezzo una doppia veloce mantenendo attiva la precaria sicura dal basso di Fabrizio. Dieci metri e sono di nuovo sul prato piuttosto contrariato.

Non credevo potesse finire in quel modo la giornata, poi ho avuto uno scatto d’orgoglio. Il primo ad insegnarmi ad arrampicare è stato mio padre: ogni volta che andavamo a pescare sul torrente ci ritrovavamo aggrappati a qualche scogliera marcia ed infestata di piante trafficando con un vecchio pezzo di corda rossa che usavamo per legare la legna. Io probabilmente non ho il “grado” o il senso estetico del climber ma “ravanare” è per me una questione di imprinting!!

«Piano B:  b come Birillo! Forza Fabrizio: prendi gli zaini!» Con le scarpette d’arrampicata ancora ai piedi facciamo il giro dei pilastri e ci infiliamo nel canyon. «Saliamo di qui e poi tagliamo tutto in un lungo traverso» Spiego a Fabrizio indicandogli il primo tiro della Normale al Pilastro Maggiore. «Ma è tutto bagnato il camino, gocciola acqua dall’alto» osserva il mio socio. «No,no: solo dentro. Se arrampichiamo sullo spigolo esterno va bene» ribatto io.

Meno di un mese fa risalivo con reverente cautela quei verticali venti metri di libera. Ieri erano semplicemente “la mia scorciatoia verso l’alto”.  Alla fine del camino si apre una spaccatura abbastanza grossa in cui infilarsi che attraversa la roccia e conduce sul versante esterno: praticamente una finestra. Io mi ci sono infilato per dare un occhiata trovando il modo di aggirare l’ultimo tratto di camino che mi avrebbe portato troppo alto oltre la bastionata. Nello spazio tra i due pilastri corre infatti un muro di roccia alto 25 metri  verticali e lisci sul lato del canyon ed oltre una trentina di metri di malsicure e friabili cenge cariche di sfasciume sul lato esterno.

La mia corda, priva di ancoraggi concreti, compiva un curioso dentro e fuori nelle viscere dei pilastri. Aggirato dall’esterno uno sperone mi sono ritrovato sull’altro lato a guardare dall’alto Fabrizio: «Cucù! Eccomi qui! Appena  riesco a trovare qualcosa su cui ancorarci ti faccio salire!».

Con un paio di pugni sondo la solidità di una punta di roccia e vi lego intorno un cordino a cui attacco la mia longe e la sicura per Fabrizio. Il suono non era dei più rincuoranti ma era il meglio che vi fosse a disposizione «Vieni! Ma non cadere!»

La bastionata è una trentina di metri in orizzontale, una volta superata ce ne sono altri 10 da risalire fino alla bellissima catena di sosta che ci attendeva alla base della cuspide del pilastro minore: 30m di traverso  + 10m di quota significa che se cado e faccio pendolo arrivo nei prati o sul fondo del canyon. Probabilmente è per questo che quasi nessuno passa mai di qui… Divertente pensare che tutto questo è dovuto a 60cm di incertezza, alla distanza che separa ciò che ci sentiamo “in grado” di fare e cosa no.

«Okkay, vado. Non tenerla troppo stretta la corda. Provo a buttarla un po’ da un lato e un po’ dall’altro sulla muraglia ma non confido tenga molto. Mi vien comoda se è un po’ lasca.» Il traverso, per quanto vertiginoso, non è difficile e mi diverto parecchio così come nel successivo tratto in salita. Quando raggiungo la catena ho finalmente un ancoraggio decente e dall’alto recupero in piena sicurezza il mio socio.

«Questo pilastro mi manda ai pazzi! Da questo lato è anche peggio che dall’altro. Non ci arrivo alla croce!» Ironia della sorte la cuspide sul quel lato è anche più verticale che dall’altro. Dopo aver guadagnato trenta metri di quota, quasi tutti in libera, mi sono arenato, nuovamente, sull’ultimo breve tratto che porta alla stretta cima del pilastro maggiore. «Non trovo appigli sicuri su cui issarmi. Se sbaglio finisco quattro metri sotto nel canyon o giù nel camino sull’altro lato!». L’idea di agganciare al lazzo la croce mi aveva sfiorato ma sono stato costretto ad arrendermi all’inevitabile: finché, sulla roccia dei corni, non potrò superare in sicurezza un passaggio in placca di quinto grado a quella croce non ci potrò arrivare. Non resta che allenarsi e fare esperienza!

Buttate le doppie ci siamo calati nel canyon: prima o poi infilerò la mano in quel curioso anello che qualcuno ha posto in cima al Pilastro Minore dei Corni.

Davide “Birillo” Valsecchi

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