Il Club del Pilastrello

Il piano originale prevedeva la salita del corno occidentale, su per il caminetto che conduce alla cima dal lato nord-est. Purtroppo eravamo stati costretti a partire molto più tardi di quando avessi previsto e la nostra piccola avventura pomeridiana doveva accontentarsi di una gita alla Spaccatura dei Pilastri.

Superato l’ingresso del Canyon ci siamo addentrati tra le alte e strette pareti che formano quel suggestivo spazio segreto a ridosso del Corno Centrale. A metà del Canyon un grosso masso ostruisce il passaggio e, per superarlo, bisogna affrontare un paio di metri di arrampicata su roccia liscia. Non è un passaggio difficile ma la roccia, resa scivolosa e liscia dal continuo stillicidio delle pareti, mette spesso a dura prova chi tenta il passo.

Così, per star tranquillo, appoggio lo zaino e ne estraggo il mio fidato spezzone di statica ed un paio di cordini da tre metri. Lei mi guarda incuriosita: «Che fai?». Io sorrido divertito e le rispondo: «Ti lego». Lei, rossa baciata dal fuoco, ammicca un sorriso serio e divertito mentre mi fissa tagliente dritto negli occhi: «C’era bisogno di fare tutta questa strada per legarmi?». Colpito ed affondato: io ancora non capisco perché l’abbiano chiamato “sesso debole”

Con un cordino da tre metri creo per lei la “sedia svizzera” (swiss chair), un imbrago di corda veloce ed affidabile, a cui fisso la statica. Attacco il masso sulla sinistra, dove fa pancia sulla roccia della parete. Ormai lo conosco bene ma ricordo ancora con affetto quando la prima volta, per guadagnare il passaggio, mi costrinse a strisciare scomposto. Sopra il masso fisso un lungo cordino ad una piccola sporgenza della roccia perchè faccia da “maniglia” ed inizio a recuperarla facendole sicura a spalla.

Sul lato destro del masso sono stati impilati alcuni sassi a modi gradino. In realtà quel lato, che sporge in un’ampia pancia, è il più difficile da risalire ed è facile scivolare sbattendo, a scelta, il muso sulla roccia o il culo sul fondo del canyon: la statica serve a scongiurare entrambi i problemi.

Il canyon prosegue fino all’uscita sotto il Pilastro Minore raggiungendo il prato dopo alcuni salti tra le rocce franate dall’alto: un percorso non facile in salita ed abbastanza impegnativo in discesa.  E’ in questo tratto che si trova il famoso sasso incastrato dove spesso porto gli amici per una foto ricordo.

«Ora devi salire spingendo in opposizione mani e piedi in questo modo.  Devi praticamente incastrarti tra le due pareti». Ho ai piedi gli scarponcini da trekking ma, con un certo piacere, non ho difficoltà nel risalire la roccia: essere indigeni alla lunga ha i suoi vantaggi.

Sempre per star tranquillo fisso un cordino in una piccola clessidra formatasi tra il masso e la parete. Rinvio la statica con un semplice pera e torno abbasso facendo lo spaccone alla Yuri Chechi. «Tocca a te! Mi raccomando!»

Lei attacca la roccia divertita ma con lo sguardo serio ed deciso. Il suo ambiente è l’acqua, lei nuota ed io arrampico (…e magari sapessi arrampicare al pari di come lei nuota!!). Con leggerezza si alza dei tre metri necessari per raggiungere il sasso. Probabilmente la salita si è dimostrata più semplice di quanto si aspettasse ed ora, da lassù in alto, prova a protestare mentre le scatto la foto di rito! «Benvenuta nel club del Pilastrello!»

Le faccio sicura mentre scende e, piano piano, iniziamo ad uscire dal Canyon. Sempre dall’alto la calo con la statica dal grande sasso che divide in due il canyon. Quando è il mio turno uso un cordino ad anello per ancorarmi ad una piccola sporgenza lasciandomi scivolare oltre la pancia della roccia. La sporgenza è davvero piccola e per non far “saltare” il cordino è necessario mantenerlo in tensione nella direzione giusta per tutto il passaggio.

Oltre i pilastri una piccola sorpresa. Sulla Fasana ci sono infatti tre che arrampicano in parete. A parte Fabrizio Pina, esperta guida alpina assese ed apritore di vie sui Corni, quei tre sono i primi che mi capita di vedere lassù negli ultimi tre anni.

Mi avvicino lungo il sentiero e lancio un “Ciao” seguito da un sincero gesto di saluto. Uno dei tre, l’unico non impegnato nella salita, mi guarda senza ricambiare in alcun modo. Accenno ancora con la mano ma nulla da fare. “Fottuto stronzo…” sussurra il mio orgoglio indigeno. Poi la curiosità ha il sopravvento e mi appoggio ad un grosso masso godendomi lo spettacolo.

I tre stanno attaccando la “Fasanetica”, una via aperta dal basso appunto da Fabrizio Pina nel 2004. Tre tiri di corda sulla difficile roccia dei Corni di Canzo: 35m con 7a, seguiti da 30m con 7b che si concludono in 25m con 8a. Praticamente una serie impressionante di calci in culo per chiunque non possieda il “grado” giusto per quella meraviglia tra le onde della Fasana. (… e parliamo di gradi a fine scala!!)

I tre sono arenati poco sotto la prima sosta ma io ne approfitto per fare qualche foto. Non capita tutti i giorni di avere qualcuno in parete e di poter studiare le proporzioni e le distanze. I tre si danno il cambio cercando di battere il passaggio sotto la sosta ma sono respinti uno dopo l’altro (è davvero dura lassù! E sopra è anche peggio!!).

La parete è ormai in ombra da ore e nonostante il caldo di Giugno che dilaga ovunque qui inizia già a fare freddo. Il ragazzo che mi ha negato il saluto infila un paio di guanti in pile mentre manovra con il gri-gri: «Benvenuto ai Corni!»

Davide “Birillo” Valsecchi

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