Bernina: atto primo

“Okey, andiamo a dare un occhiata al Bernina.” Mi ero ripromesso di tirare il fiato per un po’ ma, quasi come sempre, i miei buoni propositi sono caduti nel vuoto. Dopo una bella sgambata con Fabrizio e Stefano in Val Malenco mi sono svegliato con le spalle dolenti per il sole, pronto per ripartire ancora.

Alle prime luci di domenica mi aspettavano in strada Franco e Giovanni: destinazione Rifugio Marco e Rosa, quota 3609m ai piedi del Piz Bernina. A Pusiano si aggrega alla nostra comitiva anche Giusy con l’intento di accompagnarci fino al Rifugio Marinelli Bombardieri,  2830m.

Mentre salivamo a Lanzada e a Campo Moro non potevo che pensare agli AsenPark (Mortez, Ganjalf e Bona) che tutta la salita l’hanno affrontata dopo un rigoroso avvicinamento in bicicletta: davvero un gran giro! Mos Bagai!

Attacchiamo: la corda è come sempre rigorosamente nel mio zaino e ci metto un po’ a scaldare un ginocchio dolorante dal giorno prima. Quando entro in temperatura, però, non c’è stanchezza o dolore che regga, quando ingrano non ci sono più incertezze o buoni propositi che reggano: quando “vai” è davvero uno sballo, quando “ci sei” ti senti il cuore pulsante dell’universo. Rendesi conto di essere vivi è tremendamente pericoloso!!

Superiamo il Rifugio Carate, 2600m, circondati da una folla di gitanti. Scavalchiamo la Bocchetta delle Forbici addentrandoci nelle ”vestigia” del leggendario ghiacciaio dello Scerscen: “la montagna circolare”. Il ghiaccio si è ritirato in modo ormai allarmante, tuttavia immaginare come tutto quello spazio, nei tempi andati, fosse invaso dal ghiacciaio è davvero impressionante: forze, moli ed “ere” che difficilmente una mente umana può comprendere appieno. Ancora più impressionate è pensare che quando tutto il ghiaccio sarà scomparso quella valle sarà invasa dal verde che, già ora, brilla “ribelle” tra le rocce: se mi dicessero che tra duecento anni quella valle, ora così ostile alla vita, diventerà foresta non stenterei a crederlo.

Superato il Rifugio Marinelli arranchiamo tra gli sfasciumi fino al passo Marinelli Occidentale, 3050m di quota. Qui Giusy ci saluta festosa ed inizia la parte più impegnativa del percorso. Il primo lungo traverso sul ghiaccio non desta grandi problemi ma quando iniziamo ad avvicinarci alle prime importanti crepacciate infiliamo i ramponi e stendiamo la corda.

Il Marco e Rosa sta lassù, in cima tra le nuvole ed un tempo che spesso si fa incerto. Facendo attenzioni alle frequenti scariche di sassi che vengono giù dalla bastionata rocciosa del Piz Argent raggiungiamo la base del Canalone del Cresta Guzza dove c’è il primo crepaccio, la prima vera difficoltà, da superare attraversando alcuni soliti ponti di neve.

Il canalone si fa subito ripido ed impegnativo, a metà salita sono ferme un paio di cordate dall’atteggiamento poco convinto. Franco, che guida la nostra cordata, prende tempo cercando di capire cosa intendano combinare.  Oltre alle difficoltà della montagna sono gli esseri umani la peggiore tra le rogne in cui ci si può imbattere da queste parti!!

Il passaggio è delicato: dal ripido canale si deve attaccare una ferrata d’alta quota che risale verticalmente lungo le rocce. Normalmente è già di per sé una significativa sfida alpinistica ma negli ultimi anni è diventato soprattutto l’attacco a rappresentare il maggio problema. Il ritiro del ghiaccio ha creato un grosso e profondo crepaccio che separa il canalone dalla roccia, il continuo “muoversi” della neve sradica regolarmente ogni tipo di ancoraggio fisso.

Una delle due cordate si avventura su per il canalone (che appena sopra supera i 45° ed è attraversato da una grossa crepacciata) mentre una coppia di polacchi tergiversa sull’attacco. Dopo aver atteso a lungo decidiamo di raggiungerli e precederli.

Tra la neve e la roccia è stata posta una scala metallica a pioli a modi ponte: da un lato è legata con un cordino ad un piolo metallico mentre sull’altro è ancorata ad un palo fisso nella neve. Dalla prima parete della ferrata scendono, a modi ghirlanda, una serie infinita di cordini e spezzoni di corda che, abbandonati, cercano di sopperire in qualche modo alla catena e agli altri ancoraggi fissi ormai scomparsi.

Sui fianchi del canale continuano a venir già sassi come se piovesse e quando ci ha sorvolato un elicottero dalla Cresta Guzza è venuto giù di tutto! Fortunatamente la traccia è fuori dalle traiettorie ma la sensazione generale è davvero poco piacevole: “Gente, togliamoci in fretta…”

Passo a primo di cordata, mentre Franco mi fa sicura attacco il ponte-scala ed arrampico sul primo tratto di ferrata. Infilo qua e là i rinvii che ho com me e su un solido piolo attrezzo la sosta per recuperare con la piastrina i mei soci fin dove la ferrata si fa più sicura. “Che faccio? Butto giù la corda e recupero anche il primo dei due polacchi?” chiedo ai miei compagni. Franco sospira comprensivo ma deciso “Perdiamo un’altra mezz’ora se li aspettiamo. Abbiamo già perso un ora buona nel canale per colpa delle altre cordate. Non hanno chiesto niente ed hanno visto come si fa: ora tocca a loro”.

Ho l’anima troppo generosa per vivere tra gli esseri umani, specie in montagna: sono un solitario per questioni di sopravvivenza. Faccio un cenno ai polacchi mentre, seguendo il nostro esempio, preparano la corda per affrontare anche loro l’attacco della ferrata “arrampicando”.

La ferrata, impegnativa ma ora in ottime condizioni, prosegue senza troppe difficoltà fino al momento in cui Franco inizia ad urlare come un forsennato “SASSI!! SASSI!!”. Io e Giovanni stavamo chiacchierando tranquillamente quando una fila di piottoni ci vola sopra e di lato stagliandosi come neri fantasmi nel cielo che ci sovrasta. Mi rintano in un anfratto della roccia cercando di nascondermi sotto il casco e lo zaino mentre schegge volano da tutte le parti: per otto secondi piove roccia e se credete che la cosa non sia terrificante cominciate a contare!

Incassato nella mia nicchia urlo a mia volta pensando ai due poveri cristi che quaranta metri più sotto rischiano di essere nel bel mezzo della scarica. Quanto tutto si acquieta è un susseguirsi urla ed imprecazioni: “Ci sono! Ci sei! Io bene, tu come stai?”. Passata la paura è il momento della rabbia: “Ma Franco come hai fatto a farli partire?!? Sei dall’altra parte? Cazzo è successo?“ Franco mi urla a sua volta rispondendo “No, non sono stato io: è un tipo più sopra sul traverso che ha fatto partire i sassi. Io ho urlato quando li ho visti passar via verso di voi”. Mi sembrava strano che Franco combinasse un simile casino. “Ma il tipo ha urlato? Io non ho sentito nessuno tranne te…”. Franco fa una smorfia che la dice lunga “…forse ha detto qualcosa, ma non proprio convinto…”.

In quell’istante se il tipo non fosse stato trenta metri sopra di noi lo avrei preso a testate prima di schiantarlo a pezzi contro la roccia: cazzo, non puoi far partire una scarica simile su una ferrata e fare spallucce senza aprire bocca! Ci ammazzi la gente in quella maniera! Per lo meno urla, avvisa del pericolo che arriva! Bhe, incazzato sono andato a prenderlo!

Quando lo raggiungiamo scopriamo che è un altro polacco, l’ultimo rimasto attardato di un piccolo gruppetto. Ribollivo ancora di rabbia ma guardandolo, solo e spaesato, si capiva che non sapeva più da che parte fosse girato. Nonostante conosca milioni di insulti in diverse lingue mi sono limitato a dirgli: ”Next time SHOUT! Shout like running out of Hell! PLEASE!”. Il tipo ci ha guardato accennando ad un sincero e dispiaciuto “Sorry”. Sono davvero troppo buono per vivere tra gli esseri umani: abbiamo scortato quello “stupido figlio di puttana” fino al rifugio…

Quando finalmente raggiungiamo il Marco e Rosa i miei due soci si infilano al caldo del rifugio. Io sull’ingresso sistemo la corda ed il resto dell’equipaggiamento riponendo ogni cosa in un’apposita sacchetta. Tergiverso. Passano quasi venti minuti e poi, finalmente, dalle roccette emergono due figure: camminano stravolti ma sono “integri”. Chiudo lo zaino e finalmente mi infilo nel rifugio: dopo dieci ore di marcia è tempo anche per me di scaldarmi…

Davide “Birillo” Valsecchi

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