Bordaglia e Navagiust

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La sveglia suona alle sei  e mezza ma nonostante tutti i suoi sforzi non riesce a tirarmi giù dal letto: la salita in ferrata del giorno prima mi inchioda tra le lenzuola. Finalmente alle otto mi tiro in piedi ed in compagnia dei miei nipotini mi abbuffo di caffè e biscotti. Simone è anche più incriccato di me ma si offre di darmi un passaggio in macchina fino al “Pian di Guerra” in modo io possa recuperare il tempo perduto in branda: a volte basta davvero aspettare perché i problemi si risolvano da soli!!

Obbiettivo di oggi è il Monte Navagiust (2129m) una montagna dalla forma curiosamente simile ai Corni di Canzo che svetta davanti alle mie finestre fin da quando ero bambino. Navagiust è una montagna verde, sulle cui pendici sud vi sono numerosi pascoli e casere. Sul lato Nord è invece un susseguirsi di strapiombanti pareti di roccia che lo rendono più simile al vicino e massiccio Monte Anvanza (2457m). Le due grandi scogliere rocciose formano la “Stretta di Fleons”, un profondo e suggestivo orrido attraverso cui scorre impetuosa tutta l’acqua raccolta nel bacino della valle Fleons: è proprio alla Stretta che viene incanalata l’acqua imbottigliata dalla famosa ”Goccia di Carnia” (che originariamente fu fondata proprio da un comasco).

Saluto Simone e  mi metto in marcia. Lo zaino è leggero ed io sono carico, i passi iniziano a rincorrersi sempre più veloci mentre risalgo verso le casere. Dopo tanti giorni passati tra il ghiaccio e la roccia sono di nuovo nel familiare abbraccio del bosco, tra le luci e le ombre degli alberi. Solo incontrando un piccolo gruppo di escursionisti mi rendo conto di quanto stia “correndo” lungo quella facile mulattiera. In meno di un ora e mezza supero le due casere  e raggiungo il famoso e bellissimo lago di Bordaglia.

Dalla casera di Bordaglia di Sopra, quota 1823m, inizia il mio vero viaggio. Risalgo al gioco che conduce al Passo Giramondo e che unisce la valle del Rio Bordaglia alla valle Sissanis iniziando il mio vagare per la cresta. Non ci sono più sentieri tracciati, solo segni del passato tutti da interpretare: mi allontano dagli uomini per addentrarmi nel passato.

Sulla cresta del Navagiust si è combattuto a lungo durante la prima guerra mondiale. In un vecchio libro di mio padre, “La Guerra Bianca in Val Degano”, sono numerosi gli eventi riportati di quelle battaglie. Lassù il fronte è cambiato molte volte e spesso grazie ad atti di grande eroismo ed alpinismo. Una squadra di alpini riuscì infatti a vincere una parete all’epoca ritenuta impossibile da scalare ottenendo così la possibilità di osservare le linee nemiche e rendere possibile un successivo attacco mirato. Ciò che è incredibile è che questi uomini riuscirono, con gli scarsissimi mezzi alpinistici dell’epoca (parliamo del 1915 e di scarponi chiodati!!), a superare un’impegnativa parete di quinto grado sulla cui cima era posta una fortificazione austriaca: salirono di notte, in totale silenzio (quindi niente chiodi, cunei, ecc) e rimasero lassù, nascosti, un giorno intero prima di scendere la notte successiva. Impressionante e terrificante!!!

Con pensieri come questo risalgo la cresta scivolando tra le rocce e le vestigia delle vecchie fortificazioni. Il filo spinato ancora avvolge i passaggi più esposti mentre ciò che rimane dei vecchi avamposti crolla lentamente sotto il peso del tempo. La roccia si fa friabile e gli strapiombi sul versante nord sempre più impressionanti: è in momenti come questi che la parola ”solo” si fa pesante, a volte persino opprimente.

Esploro le prime fortificazioni addentrandomi all’interno quando possibile. Tutto ormai è in rovina, abbandonato da quasi 100 anni. Ogni cosa qui è pericolante ma testimonia ancora il terribile passato di una guerra vissuta a duemila metri di quota a ridosso di una cresta rocciosa. Trovo due gallerie gemelle che, insieme, formano un anello nel cuore della roccia. Nella parte più profonda un ulteriore ramo, ora invaso dai detriti, sembra puntare ancora più in profondità. Nelle gallerie è ormai tutto marcio ed i vecchi puntelli sono ormai crollati, non ci si può addentrare oltre nei segreti della montagna.

Con cautela salgo verso la cima superando tratti di prato e sfasciumi. Qui trovo ancora una postazione in cemento rivolta verso l’Austria. Sulla sommità un croce in metallo adornata con motivi floreali: colpita probabilmente da un fulmine è ormai irrimediabilmente spezzata. Le nuvole all’orizzonte si stanno addensando minacciose e per un istante, solo e lontano da ogni cosa, rimango colpito da quella strana immagine intrisa di passato e presente.

Mi aggiro ancora un poco tra le macerie della guerra, ancora scosso da una certa inquietudine. Poi il vento cambia e l’agitazione scompare. Resto un secondo ad ammirare le montagne ed il mio cuore torna leggero. Ormai è tempo che io faccia ritorno e lasci questi luoghi di un passato lontano. Non posso proseguire oltre verso ovest, la montagna precipita verso il basso in una serie di strapiombi e boschetti pensili: devo tornare sui miei passi ripercorrendo la cresta fino al passo. La discesa si fa leggera e la montagna sembra voler premiare il mio ritorno: tagliando oltre la cresta finisco sopra un piccolo declino coperto da cespugli di mirtilli maturi!!

Mi abbuffo di quei dolci frutti di montagna e raggiungo l’evidente sentiero che risale la valle di Sissanis. Qui piccoli gruppi di escursionisti austriaci risalgono sbuffando mentre io, finalmente, mi concedo un tozzo di pane ed una tazza di te: sono di nuovo tra i vivi!

Davanti a me troneggia l’Avanza e la sua roccia bianca: scendo veloce lungo il sentiero proseguendo leggero fino alla cava di marmo e quindi verso Forni Avoltri. Quando alle due entro in casa sono fradicio di sudore, appoggio lo zaino ed avanzo in punta di piedi per non svegliare i nipotini che dormono. Mi appoggio alla ringhiera ed osservo ancora una volta i due ”corni” del Navagiust: non posso dimenticare che lassù in cima c’è una croce spezzata, forse il simbolo più adatto a ricordare quanto possa essere crudele una guerra.

Davide “Birillo” Valsecchi

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