Corno Occidentale: Variante SEM

La pioggia al mattino era caduta intensa e l’umidità trasudava ovunque in questa giornata d’autunno ai Corni: acqua sul rosso delle foglie, sul prato ingiallito e sulla roccia scura. Poco distante dal crocefisso in legno c’è una grossa roccia sormontata da un alberello spoglio: il punto migliore da cui studiare la parete Sud-ovest del Corno Occidentale. Appollaiato su quello sperone osservavo la nebbia risalire da Valmadrera superando la Colma di Ravella. Non c’era molto da sperare nel tempo.

Me ne stavo lì, in uno dei tanti momenti di solitudine vissuti sui Corni. Davanti a me il Corno Occidentale. Suo fratello, il Corno Centrale, è stato il campo di battaglia degli ultimi mesi, l’inquietante scenario in cui ho accarezzato soddisfazioni travolgenti ed attimi di interminabile paura. Ora la sfida si era spostata ad occidente.

Quel giorno però era diverso. Non dovevamo inseguire le antiche vie storiche, nessuna traccia dimenticata e pericolosamente abbandonata al destino es al tempo. No, oggi dovevamo affrontare una via moderna, una via attrezzata come si deve e disegnata da due amici, due “vecchie volpi” di oltre sessant’anni che, a giusto merito, possiamo considerare i nostri mentori: Renzo e Giorgio, che coppia! Davvero difficile non affezionarsi a loro!

Già, la via è ”Attenti a quei Due” ed è tanto che volevo percorrerla. Se ci fosse stato un occhio di sole tutto sarebbe stato diverso ma a volte con la luce sbagliata ci si può sentire a disagio anche a “casa” propria. La paura si nutre di dubbi, si alimenta di incertezze ed appesantisce come una zavorra: non è mai piacevole arrampicare “pesanti”.

Quando arriva Mattia è allegro e scherziamo insieme guardando la parete e le chiazze d’acqua sulla placca: “Asciugerà” mi dice, ma entrambi sabbiamo che non è vero ed accettiamo la cosa indossando l’imbrago e l’attrezzatura.

Il primo tiro mi inquieta e la cosa è divertente perché, non più tardi della settimana prima, avevo “giocato” in quel tratto di roccia arrampicando da solo ed in libera. L’acqua e l’umido accentuano la percezione d’instabilità che contraddistingue quel tratto friabile alla base della parete. All’improvviso il panico: mani e braccia sono aggrappato ad un grosso masso e la mia mente realizza che non c’è alcuna certezza che quel bisonte sia parte della parete, che non sia semplicemente “appoggiato” e pronto a trascinarmi a valle con sé. Anche i respiri fanno peso, con leggerezza ed urgenza mi sfilo aggrappandomi sulla sinistra a speroni nemmeno troppo rassicuranti. Forse era stata solo una sensazione, un illusione alimentata dalla nebbia e dall’umidità ma arrampicare è quasi sempre una questione di “sensazioni”, siano esse vere o illusorie.

Poco più sopra mi attacco a due mani al rinvio e mi sporgo verso il basso con la punta del piede: ”E’ la giornata giusta per fare un po’ di pulizia”. Basta un leggero tocco ed macigno grande come mezza lavatrice si muove nel vuoto riempiendo di schianti la valle: esplode fermandosi nel ghiaione sottostante. “Ora non c’è più il rischio che qualcuno abbia la cattiva idea di tirarselo addosso!”.

Alla prima sosta dobbiamo rimontare una pancia sporgente per raggiungere finalmente la placca. L’acqua aveva reso fradicio quel punto e guardandolo dubitavo davvero fosse possibile passare. Giorgio e Renzo hanno però scelto il passaggio giusto e, nonostante l’acqua, gli appigli presenti erano tanto buoni da reggere sicuro l’appoggio anche in quel viscidume: finalmente siamo sulla placca!

Quelli che seguono sono due tiri attraverso roccia splendida, forse la migliore incontrata sui Corni. Clessidre, appigli e graspoli di roccia rendevano quel tratto entusiasmante nonostante l’umido e l’acqua. Le incertezze del tratto friabile erano ormai un ricordo: “Che spettacolo! Valeva davvero la pena passare quello schifo per arrivare qui!!”

Il cuore del terzo tiro è una placca verticale solcata da mille minuscole increspature di roccia. Una meraviglia che è probabilmente il simbolo della via. Purtroppo l’acqua ci ha impedito di godere a pieno di quel tratto ed ha imposto una certa decisione per superare il successivo tratto appoggiato, invaso dalla “melma”, ed il piccolo tetto che lo sovrasta. “Peccato, asciutto questo posto deve essere uno spettacolo!”

Rimontiamo fino alla terza sosta ed al “bivio”. Mattia ha infatti aperto una variante che, attraversando sulla destra, attacca la pancia sovrastante che la via originale supera sulla sinistra. Il tiro successivo è infatti un lungo traverso molto godibile che conduce fino alla sosta successiva alla base del diedro obliquo che rimonta la pancia di roccia.

Purtroppo anche qui l’acqua sembrava accanirsi sul punto critico. Mattia prova il passaggio ma i piedi non sembravano voler restar attaccati alla roccia ed è stato costretto a fermarsi. “Ridicolo, questa variante l’ho aperta io e con il trapano in spalla: ridicolo che non riesca a passare!” Mentre tira fiato mi racconta un po’ di quel passaggio: “Ho cercato di mantenere il giusto rapporto tra chiodatura e sicurezza, volevo che nessuno si facesse male ma che il passaggio, che dovrebbe essere un 6b, non fosse snaturato: chi passa se lo deve guadagnare senza tirare.” Poi ridendo ha proseguito “Comunque appena oltre il passaggio ho messo per sicurezza uno spit. Quando sono passato io la prima volta ho infilato al volo un dado in una fessura ma non è stato un gesto banale. Quindi L’ho messo per evitare che qualcuno si metta nei guai: se passa e non ne ha più può almeno  mettersi subito in sicurezza.”

Io ho guardato le macchie d’umido e cercato di tirare l’acqua al mio mulino: ”Guarda Mattia, se il passaggio è troppo bagnato non vale nemmeno la pena rischiarsela. Da qui, sulla sosta, con una doppia dovremmo raggiungere la ferrata ed uscire comodi comodi”. Mattia ha riso come fa sempre: ”Sì con una doppia si esce sulla ferrata da qui. Ora però fammi sicura che passo! “. Dieci minuti dopo lui era alla sosta successiva mentre io cercavo di sfruttare i miei cordini a modi staffa nel tentativo scomposto e maldestro di passare quell’abisso strapiombate!!

Quando ci siamo ritrovati nuovamente insieme alla sosta la nebbia era calata ed uno strepitoso tramonto stava dando magnifica mostra di sé: ”Quelli che stanno sotto la cappa non avranno nemmeno idea di quello che si stanno perdendo sopra la loro testa!”

L’ultimo tiro ci riporta sul sentiero di cresta: era dalla Fasana che non riuscivamo ad uscire insieme da una via ai Corni!! Complimenti a Renzo e Giorgio per la via e a Serena e Mattia per la variante SEM (Serena e Mattia): avete reso un magnifico omaggio alla mostra montagna!!

Davide “Birillo” Valsecchi

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