L’inverno sta arrivando!

La prima neve ha subito agitato gli animi: qualcuno ha iniziato a lucidare le piccozze da ghiaccio, qualcuno sta preparando le pelli di foca, qualcun altro controlla le ciaspole e lo snowboard. L’inverno sta arrivando, il fermento di chi lo ha a lungo aspettato si sente nell’aria e, a modo mio, anche io mi sento inquieto.

Il mio equipaggiamento invernale è però davvero demolito: scarponi, sci, tavola, arva, non è rimasto quasi nulla di buono e l’idea di comprare tutto ex novo non mi alletta davvero. Non è solo questione di soldi, si tratta di dare un giusto senso alle cose. Molto mie amici sono provetti sciatori o snowboarder:  comprendo, e forse invidio, la gioia con cui vengono ripagati dalla loro passione. Io uso gli sci da quando avevo otto anni e la tavola da quando ne avevo ventidue, non sono certo un campione ma quello che serve, quando serve, lo so fare come si deve. Ma non provo la loro stessa attrazione.

Voi forse non ci crederete (nonostante l’abbia forse ripetuto un milione di volte) ma una delle salite più belle compiute in vita mia è stata una “semplice” invernale in solitaria sulla cima del Corno Occidentale ai Corni di Canzo. Un’esperienza che non è stata né estrema né straordinaria sebbene sia stata una delle esperienze più intense di sempre.

L’inverno è meraviglioso ed al contempo terribile, un viaggio in cui vorrei immergermi e non qualcosa su cui vorrei scivolare, non qualcosa su cui vorrei scorrere galleggiando sulla superficie. No, non ho intenzione di sborsare centinaia di euro per qualche gita domenicale: voglio di più, davvero di più!

Chiacchierando con degli amici su Internet sono saltate fuori le foto che vedete qui. Risalgono al 2009, quando ero in Ladakh, sul confine tra India e Cina: essendo arrivati laggiù alla fine di Aprile avevamo incontrato gli ultimi scampoli di inverno (himalayano).

La nostra attrezzatura non era adatta a quelle condizioni ed il mio socio non aveva praticamente alcuna esperienza di montagna. Nonostante questo, sfruttando la stessa “tecnologia” in uso nella metà del secolo scorso, ce la siamo cavata lo stesso campeggiando a 4000metri tra la neve fresca. Voi non potete immaginare con quanta nostalgia ricordi la condensa ghiacciata sull’interno della tenda prima di iniziare a scavare per uscire!!

Non è questione di chiodi da ghiaccio, di pendenze o di serpentine strette: è l’inverno, il grande freddo, la frontiera bianca. Non è nemmeno la cima o la salita: è il valico, la migrazione, l’attraversamento del passo.

Tre o quattro giorni, una o due tende, due o cinque persone e tutto l’equipaggiamento necessario: dove puoi ancora trovare il grande inverno, Birillo? Senza che il grande freddo ti inghiotta qual è la via attraverso le nostre alpi che varrebbe la pena percorre in questo modo? Cerca, Birillo! Cerca!

“Se fare un trekking invernale con la tenda in Himalaya è una cosa figa, qui da noi ti prendono per pirla. Ma la differenza vera qual è?” E’ stata la mia domanda a questi miei amici. Uno di loro, il più “ruggente”, mi ha semplicemente risposto: “…è che forse un po’ pirla tu lo sei davvero…”. Già, anche questo è vero: ma non è stato sufficiente a convincermi.

Ripenso ai soldati delle due grandi guerre, chiusi nelle trincee in alta quota, stretti tra il gelo ed il nemico. Ripenso alle popolazioni del passato, alle migrazioni tra le montagne ed ai loro viaggi infiniti nell’ignoto bianco. Il fascino del “passo” in inverno è nella nostra cultura, nella nostra storia e forse anche nel nostro DNA di gente di montagna: il confine, la linea oltre cui non ci si dovrebbe spingere se non si è pronti a scoprire.

All’improvviso l’inquietudine lascia spazio ad una strana euforia e ad una grande serenità. Tutto quello che resta da fare ora è scegliere il prossimo “passo” e la squadra con cui affrontarlo: l’inverno sta arrivando, chi viene ad accoglierlo?

Davide “Birillo” Valsecchi

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