Grignetta: attacco ai Magniaghi

sigaro e magnaghiIl Sigaro è indubbiamente fra le più tipiche architetture, è un monolito fasciato d’aria e di vertigine, con i fianchi regolari, dritto, snello, isolato come un campanile. Fu salito la prima volta l’8 agosto 1915 da Eugenio Fasana, Erminio Dones ed Angelo Vassalli. Il Fasana, che oltre ad essere un rocciatore famoso, è un piacevolissimo scrittore di cose di montagna, lo battezzò con nome del secondo di cordata, che aveva vinto il campionato europeo di canottaggio. Così Riccardo Cassin descrive il Sigaro Dones nel suo diario.

Inseguendo i passi di un’ antica figura leggendaria ne abbiamo incontrata un’altra appena più moderna ma assolutamente gigantesca!

Normale al Sigaro Dones, Grigna Meridionale, Grignetta per gli amici. Quando Mattia ed io appoggiamo le mani sulla roccia non è certo Agosto, la nebbia avvolge ogni cosa e sebbene l’aria non sia fredda la roccia si è fatta umida e gelida: oggi è il freddo alle mani è l’avversario da battere. A metà di ogni tiro siamo costretti a fermarci nel tentativo di scaldare le dita che, sempre più violacee, diventano insensibili e mal sicure. La roccia è magnifica, densa di maniglie, clessidre ed appigli, un vero paradiso per chi arrampica di braccia. Il freddo però  ci costringe ad arrampicare lavorando bene di gambe e non dando troppo fiducia alle mani che, spesso insensibili, si chiudono a morsa quasi alla cieca.

«Porca vacca!! Che freddo alle dita!! Mica è divertente arrampicare in sta maniera. Possibile che riusciamo a complicarci anche le cose semplici?» Protesto allegro con Mattia che mi risponde sornione mentre recupera la corda. «Sono i Milanesi che ci vengono d’estate: qui di solito c’è la coda per salire. Oggi la montagna è tutta per noi».  Già,  guardandosi intorno in questa spettrale cattedrale gotica di guglie e nebbia si capisce anche perché siamo soli e perché la Grigna sia terra di confine tra il mondo degli uomini e qualcos’altro…

“Al sergente Alpino Angelo Vassalli, che amò i monti d’Italia e prode cadde sul Pertica. Il 1°dicembre 1917 l’amico e compagno di guerra e di gite alpine Erminio Dones in memoria pose 16-6-1924” Questo recita la targa posta sulla grande croce dipinta di rossa che sovrasta la punta del Sigaro. La montagna è un tempio ed un mausoleo, un dojo in cui gli allievi fanno l’inchino ai maestri prima di entrare. Forse non avrebbe neppure senso avventurarsi tra queste rocce senza rendere omaggio a chi ci ha preceduto: loro erano i “più forti anche della tempesta”, noi siamo solo i “figli del tuono”.

Dalla cima attrezziamo la doppia che scende per sessanta metri nel vuoto. Assicurato il discensore ed il Machard si fanno quattro passi all’indietro prima di essere completamente preda della gravità, prima di iniziare a mulinare tra le due grandi pareti di roccia verticale.  Incredibile pensare che i “vecchi” scendevano da qui alla “marinara” con le corde di cotone. Quando tocco di nuovo terra alzo lo sguardo verso l’alto: le corde si innalzano verticali verso il cielo ed inghiottite dalla nebbia sembrano sostenute da una strana magia, la magia del “Fachiro Birillo”.

Dopo aver reso omaggio a Fasana Sensei, attacchiamo i Magnaghi.  La via “Spigolo Dorn” risale lungo lo spigolo sud del Torrione dei Magnaghi Meridionale per poi infilarsi nel diedro della via “Canalino Albertini” e raggiungere la cima del torrione. Una vecchia croce, abbattuta ed accartocciata per terra, segna la vetta prima iniziare la discesa verso il “traversino” che permette di passare da un torrione al successive. Superato un passaggio obbligato aggettante si risale la cresta fina alla cima del torrione centrale.

Dalla cima del secondo torrione ci si abbassa arrampicando ancora in discesa e taagliando prima a destra e poi nuovamente a sinistra sulla piccola ferrata che porta alla Forcella Glasg (Gruppo Lombardo Alpinisti Senza Guida – altra scheggia di storia!).

Tralasciamo la via “Lecco” che, nonostante quanto fortemente credettero i nostri soci Luca e Stefano, non è affatto crollata in una nebbiosa giornata invernale di alcuni anni fa 😉

Attacchiamo invece la Bartesaghi. Lo storico riporta che «la via fu salita per la prima volta il 29 settembre 1957 da Angelo Longoni e Nino Bartesaghi. Per anni l’itinerario fu considerato privo di interesse e fu scarsamente ripetuto. Nel 2000 le guide alpine di Lecco in corrispondenza di un progetto di sistemazione delle vie classiche hanno provveduto ad aprire una variante d’uscita (Variante delle Guide) allungando così la “Bartesaghi”, che vantava uno sviluppo di soli 70 metri, di altre due lunghezze. Ora questa via è una valida alternativa all’adiacente “Via Lecco”.» (Sassbaloss)

Attraverso la spaccatura tra i due torrioni intravvedo i Corni di Canzo e la parete Fasana. Da quella angolazione quasi stento a riconoscerla ed il corno Centrale appare come un grande panettone verde solcato da questa strana e piatta conformazione rocciosa. Ero contento di vedere “casa” ma sospetto che ci fosse una punta di gelosia: attraverso la spaccatura tirava infatti un vento gelido e pungente!! La roccia era di nuovo tremendamente fredda e dovevo continuamente muovere le gambe per scaldarmi mentre facevo sicura. Anche Mattia era costretto a fermarsi spesso per scaldarsi le dita.

Quando è il mio turno risalgo fidandomi come non mai delle scarpette. Le mani sono andate, tengono ma onestamente non so perché, non sempre mi è chiaro come facciano presa sulla roccia. Sul passaggio chiave della via, un piccolo dietro con tettino, non c’è modo che le dita mi tengono per superare la pancia di roccia. Dovrei fermarmi, scaldarle e riprovare. Ma il tempo corre ed il freddo incalza. “Quando il gioco si fa duro anche i duri cominciano ad azzerare”.

Infilo una fettuccia in un chiodo ed urlo al socio «Blocca la gialla!». Tutto in opposizione con le gambe pendolo di un metro sulla destra e rimonto il tratto strapiombante a destra della pancia di roccia. La luce nella nebbia è cambiata, ora non è più bianca ma cupa e tetra: fa un freddo becco ed è tempo di mettere le ali al culo!

Sono un baro di professione ma il mio ruolo da secondo è quello principalmente di essere veloce. La scelta si dimostrata azzeccata: superato il tiro successivo siamo in cima al terzo Magnaghi, giusto in tempo perché finalmente inizi a piovere. Infiliamo le corde nello zaino, indossiamo la mantellina e ci concediamo qualche foto ricordo prima di darcela a gambe. Saltino del gatto e giù verso valle nel più classico degli scenari della Grignetta: buio, frontali, nebbia e pioggia.

La sentinella della Grigna ce l’ha fatta buona anche questa volta. Montagna bella ed assai crudele, ancora grazie, ora torniamo a “casa”

Davide “Birillo” Valsecchi

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