Moregallo: Torre Floranna

Lasciamo la macchina nella ridente frazione di “GianVacca” ed iniziamo a salire verso il canalone Belasa ed il gruppo dei Pilastri del Moregallo. Dopo una sgroppata di un ora e passa, Mattia ed io, ci ritroviamo seduti su di una roccia. Con il naso all’insù studiamo le frastagliate creste che corrono parallele separate solo da altrettanti squadrati canali.

Il “Belasa” è territorio selvaggio, uno spazio fatto di meraviglia e guglie ancora tutte da scoprire. A destra la “via del Grissino”, forse la più nota del gruppo dei pilastri,  e a sinistra la torre Piacco e la “via spirito del Barba”, anch’essa abbastanza nota. Questo se consideriamo come “nota” una via con uno o due ripetizioni nell’arco di un lustro (forse).

In mezzo la Torre Floranna, la via per cui siamo qui. Il nome è palesemente l’unione di “Flora” e “Anna”, rispettivamente le mogli di Giorgio ed Angelo, gli apritori della via negli anni ’80. Giorgio ed Angelo sono stati miei istruttori alla Scuola di Roccia Alto Lario ed Angelo è stato anche il capo della spedizione “Cima-Asso” in Pakistan: c’è un che “di famiglia” nella via.

«Qualcosa non mi torna…» Abbiamo con noi una fotocopia dello schizzo di via presa dalla guida “L’isola senza nome” ma, curiosamente, quello che vediamo non sembra avere niente a che fare con la via che stiamo osservando. «Aspetta! Prova a girarla!». Giriamo la fotocopia lasciando che la luce attraversi il foglio mentre traguardiamo la roccia: «E’ al contrario! E’ stampata al contrario!» Ridiamo, ora tutto concide: anche questo fa parte della nostra strana avventura fatta di Archeologia Alpinistica.

E’ l’11 Gennaio, il cielo è nuvoloso ma ci sono otto o nove gradi: probabilmente troppi per affrontare una salita su neve ma sufficientemente pochi perché la roccia fredda morda le dita. In alcuni punti è anche bagnata e l’attacco si fa subito interessante.

La relazione riporta il primo diedro come un IV:  il sospetto è che anche la gradazione in numeri romani sia stata stampata al contrario perché quel diedro è tutto tranne un addomesticato passaggio di quarto! Sulla placca sotto il diedro c’è un vecchio spit, Mattia ribatte i tre chiodi presenti ed aggiunge a protezione un altro chiodo ad “U”. Poi passa su e risale fino alla sosta.

Nel diedro ancora una volta rimango stupito di quanto sia “tosto” Mattia e di quanta confidenza e sicurezza abbia mostrato in quel passaggio “ostioso” dove me la cavo tirando anche ciò che “balla”! La roccia oltre il diedro si fa invece estremamente godibile, densa di clessidre e meravigliosi appigli.

Il secondo tiro sembrava morbido ma verso la parte finale gira verso destra rimontando poi verso sinistra. Mattia raggiunge il passaggio e si ferma un istante. «Qui è un macello! Praticamente qui è una frana appoggiata. Si è scollato tutto. Non ci capisce cosa resti attaccato e cosa no». Anche dal basso inizio a vedere quello che lui vede più da vicino. Una parte dello spigolo sembra traslato di dieci centimetri verso il basso e verso destra. Sono quasi quattro metri di roccia che per qualche curiosa ragione fisica sfidano la gravità. La domanda è: ”che succede se aggiungiamo 80 kili?”.

Mattia passa morbido e leggero rimontando e raggiungendo la sosta. Lo sento tirare un liberatorio sospiro di sollievo denso di adrenalina: il peggiore dei campanelli d’allarme!

Risalgo comodo fino alla “frana” e studio il passaggio. Devo sforzarmi di passare sulla sinistra, di lavorare tutto su di una lama che sale obliqua, di non toccare nemmeno la polvere di quell’ammasso roccioso. Mi muovo leggero trattenendo i respiri. Sopra di me Mattia ha piazzato un friend per proteggere la sua salita. Non aveva altra soluzione che infilarlo nella “scollatura” ma ora, per me, quel rinvio è una specie di ancora aggrappata a quella massa di “skifo precipitevole”. Quando arrivo a staccare il friend e a superare la frana il mio pensiero è chiaro ed inappellabile: ”Siamo davvero due fuori di testa a fare cose simili!”

Fuori due tiri, tre ancora da fare. La sosta è buona e questa è una consolazione perché il terzo tiro è scoppiettante. Mattia raggiunge il primo chiodo attraversando verso una pianta. Lo guarda, lo afferra, lo estrare ridendo, me lo mostra e lo rinfila. «Forse è il caso che integriamo con qualcosa!». Il tiro affronta una placca che piega verso destra in un piccolo diedro obliquo. «Davide, occhio che provo!» Mattia, che fino a qualche attimo prima era letteralmente in piedi sulla pianta, è ora sulla placca verticale. C’è uno spit, ma non è dato sapere se davvero tenga. Poi c’è un chiodo ed un secondo spit, questo è sicuro che “gira”. Mattia pianta un chiodo che, fortunatamente, canta come si deve. Poi passa oltre. «Qui è un po’ una merda, provo ad uscire diretto. Se mi fermo a metter dentro qualcosa è anche peggio. Passo così, occhio!»

Lascio che la corda scorra morbida attraverso il mio reverso sperando che basti questo ad aiutare il mio socio a restare lassù. Poi finalmente: «Davide, Sosta!» seguito da un liberatorio «Mattia, Libera!».

In piedi alla pianta cerco di capire come passare. La corda dall’alto rende tutto più facile ma è comunque pieno di roba da “non toccare”. Arrampico come sarebbe stato impensabile mesi fa ma, ancora una volta, sono al mio limite. I miei appoggi sono piacevolmente più solidi, le mie prese più salde ed i movimenti più morbidi e pieni: nonostante questo devo sputare l’anima per passare! (ma con soddisfazione)

Fuori tre tiri, due ancora da fare. La sosta è a catena ma uno dei due spit gira allegramente. Guardo il tiro successivo ed ormai sono serenamente rassegnato: dobbiamo infatti rimontare per otto/dieci metri un diedro nero completamente fradicio prima di scavalcare una piccola cresta e passare sul lato destro. «Sembra di essere in grotta, è tutto bagnato…»

Mattia inizia a passare. Sullo spigolo dove mi trovo inizia a tirare un arietta gelida e quando le gambe iniziano a tremare non ci faccio più nemmeno caso. Lavoro sulla mia corda e tengo d’occhio il mio socio che saggia a cazzotti la roccia. In camino Mattia è un animale e quando riesce a “spaccare” sul viscido comincio a convincermi che davvero riesca a passare. Trova uno spit, poi un chiodo e piazza un friend: asciutto sarebbe un passaggio divertente, così più che altro è un brivido.

Finalmente riesce a passare e si piazza a cavalcioni di una roccia. «Tiro fiato perché poi qui è anche peggio! Si scende in un canale invaso dal paglione…» In spaccata tra le due pareti di roccia lo vedo scomparire mentre supera l’erba secca: infida e traditrice minaccia. Poi, finalmente, “SOSTA!”.

Orami ci sto facendo l’abitudine ad arrampicare sul bagnato: tutto diventa più faticoso, più duro ma è probabilmente nulla rispetto alla forza e solidità mentale che deve avere il primo per passare di qui.  Se fossi stato io il primo di cordata saremmo stati da tempo a bere birra a San Tomaso, questo è certo!

Con il respiro affannato raggiungo la sosta. «Falla lavorare in tensione verso il basso che non so quanto ci sia da fidarsi a tirare questi due spit» Ormai però ridiamo, alla fine ci si abitua a tutto. Mi piazzo in spaccata  e comincio a dare corda per l’ultimo tiro attraverso il canale erboso.

Quando mi recupera siamo in cima ai Pilastri del Moregallo, nel cuore di un territorio selvatico, selvaggio e  lontano, magnificamente lontano, da ogni umanità …salvo la nostra.

Davide “Birillo” Valsecchi

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