Orobie: Pizzo Arera

“Arva, Pala e Sonda!” Come un mantra ormai i miei soci sembrano non parlare d’altro. In effetti, essendo loro in buona parte membri del Soccorso Alpino, non posso dargli torto: la neve è davvero strana e pericolosa in questo anomalo inverno. Qualcuno, forse esagerando, si è pure spinto oltre: “Birillo lascia stare la neve: resta sul divano che è meglio!”

Settimana scorsa il rischio valanghe era “cinque su cinque”, la situazione ora sta migliorando ma è davvero difficile fare progetti: sotto una certa quota è pressoché impossibile puntare a qualcosa di ambizioso ed è ragguardevole anche l’attenzione che si deve prestare per gli obbiettivi normalmente meno impegnativi. Una vera tragedia per me che volevo gustarmi le Grigne!!

Così domenica mi sono aggregato al CAI di Caslino e Merone che organizzavano una salita al Pizzo Arera nelle valli bergamasche. L’Arera è un montagnone di 2512 metri che svetta luminoso ed imbiancato ogni volta che d’inverno salgo in cima al Moregallo: una montagna che da tempo mi incuriosiva ed un occasione per conoscere meglio gli amici dei CAI vicini. Le possibilità di salire alla vetta erano davvero scarse ma l’idea di “esplorare” e di  un po’ di “cagnara” non mi dispiaceva: la “squadra” mordeva il freno ed i miei giovani avevano bisogno di un po’ di azione!

Riempiamo cinque macchine e partiamo alla volte della val Serina. Io non ero mai stato da quelle parti e sono rimasto piuttosto sorpreso di ritrovarmi, con la picca nello zaino, a camminare su una strada asfaltata coperta dalla neve. La salita alla “Capanna2000” è infatti un camminatone che in buona parte ripercorre una carrozzabile per poi proseguire lungo quelli che un tempo erano piste da sci. Lungo il cammino umanità di tutti i generi armata di ciaspole, sci, pelli di foca e tutine aderenti: piuttosto buffo in verità.

Il tempo era plumbeo e sembrava intenzionato a non aprirsi. Sui fianchi della montagne erano visibili un po’ ovunque scariche di neve e slavine. La neve è infatti compatta e spesso ghiacciata in superfice, tuttavia appoggia su un fondo pressoché inesistente e  per questo tende a staccarsi senza preavviso ed in grossi blocchi lasciando scoperte grandi porzioni di prato.

Affianco al rifugio, alla base dell’attacco della normale alla cima dell’Arera, un grosso distacco di questo tipo sembrava ricordare a tutti quale fosse la particolarità della situazione. A peggiorare la situazione un vento forte ed improvviso che gelido soffiava da nord spazzando ogni cosa. Infilata la giacca a vento avanzavo tra le raffiche che facevano vela sullo zaino cercando di guadagnarmi una birra tra le calde pareti della Capanna 2000.

I ragazzi della Squadra, che mi precedevano, erano già placidamente bivaccati all’interno ed anche io ero quasi completamente convinto che la mia traccia fosse ormai conclusa. Buona parte del nostro gruppo erà già allegramente al caldo quando all’ingresso del rifugio trovo Gianni, Claudia ed Angelo che mi aspettano: “Davide, vieni con noi? Proviamo a salire”. Io li guardo dubbioso titubando sulla risposta. Andrea, uno dei giovani, mi guarda incredulo: “Birillo? Ma vai con questo vento?”

Il trio inizia ad incamminarsi mentre Andrea aspetta una risposta. Una parte di me è davvero soddisfatta della sua valutazione ma un’altra mal digerisce che i tre tentino da soli.“Naaa, non ti preoccupare, voi restate qui. Io dò un occhiata oltre la collinetta e torno a bere la birra con voi”. Gli strizzo l’occhio ed infilo i ramponi. Mentre lui e gli altri si rintanano nel rifugio allungo il passo tra le folate di neve che pungenti spazzano la collinetta.

Il vento è il peggior nemico con cui confrontarsi eppure spesso accende un fuoco nell’animo degli alpinisti (…almeno con me funziona così!!). Raggiungo i tre prima che inizi la salita. Il vento è ancora forte e freddo: Angelo si ferma, a causa di un guaio al ginocchio è ancora fuori forma e il freddo gli ha preso le dita. Nonostante i guanti non riesce a scaldare la mani: ci saluta e ripiega rapido verso il rifugio. Restiamo in tre: Gianni che tira il gruppo, Claudia ed io  in coda.

La traccia è chiara, un sacco di gente era salita in mattinata. Io però sono un sociopatico cronico e, forse anche per orgoglio, diffido delle scelte della massa. Il primo tratto è secondo me quello più preoccupante. A poche decine di metri c’era un grosso distacco ed in quel punto la pendenza e l’accumulo della neve mostravano tutti i segni sbagliati. Appena sopra, nonostante le grosse ed ampie cornici sulla sinistra, la pendenza diminuiva e la neve era stata spazzata dal vento lasciando affiorare spuntoni di roccia che, per lo meno, sembravano offrire qualche garanzia in più. “Mettersi nei guai su un pratone sarebbe un po’ da pirla ma vediamo come va a finire…” Questa era la sintesi del mio pensiero.

Superato il primo tratto la situazione era molto migliore e così, senza troppi pensieri, guadagniamo quota mentre il vento cala ed attorno a noi si apre un palcoscenico di montagne illuminate dal sole e coronate dall’azzurro del cielo. All’orizzonte spuntano Il Resegone, la Grigna ed il Brioschi, il Legnone e più ad Occidente il Rosa. Ad est invece montagne tutte da scoprire e conoscere. Il colpo d’occhio ripaga dalle incertezze ed un po’ di cioccolato compensa la fatica.

Nonostante il sole sembri caldo il vento ha fatto ghiacciare l’acqua nella bottiglietta che tengo appesa allo zaino: sarà un buono o un cattivo segnale? Chi può dirlo con questa neve…

Continuando a salire raggiungiamo l’ultimo tratto dove un po’ di accumulo porta all’anticima. Da qui il tracciato effettua un breve traverso e scende in un canale per risalire sul lato opposto lungo la cresta finale che porta alla croce di cima. Tolto il dislivello della discesa nel canale mancano un centinaio di metri di dislivello alla vetta.

Metto via una delle racchetta e metto mano alla piccozza: è tutto il giorno che me la porto in giro, sarebbe sciocco non averla comoda. Prima del traverso Giovanni e Claudia si fermano a studiare il passaggio, io più indietro guardo il tutto con occhio critico. “Davide, che dici? Passiamo?”

DSCF3953Scendere e risalire nel canale richiedeva un po’ di tecnica e passo fermo ma non rappresentava una grande problema. Ma la neve? Ci si poteva fidare? Avrebbe retto? In cento erano già passati: cosa sarebbe successo al centouno? Che fastidio questa neve infida!!

Ciò che mi infastidiva era il traverso e la pendenza che in quel punto aumentava notevolmente. Da bambino una volta ero saltato a piè pari sullo skateboard, la tavola era partita di botto scaraventandomi a terra e centrando in pieno il vaso preferito di mia madre. La sensazione che avevo in quel momento era la stessa: Birillo, se carichi quella neve magari non succede nulla, se però parte questa volta non basterà la colla per rimettere insieme i pezzi.

Gli asiatici credono che una decisione vada presa nello spazio di sette respiri: in montagna però non c’è tutto questo tempo da buttar via. “Non mi piace molto, sai. Piuttosto: che ore sono?”. Gianni guarda l’orologio e mi risponde: “la una e dieci”. Io scoppio a ridere, punto la picca e mi giro: “Bagai! Andiamo a bere una birra!”

In fila indiana e ben distanziati guido l’allegra ritirata mentre ci godiamo lo strepitoso panorama. Incredibile, all’incosciente tocca fare il guasta feste: davvero una situazione strana!

Sabato avevo fatto una lunga ed interessante chiacchierata con un ragazzo di Lecco, uno degli AsenPark. Avevamo parlato di Cassin, di Messner e della libertà, anche di rischiare, che contraddistingueva l’alpinismo classico dei tempi andati. Tutto il giorno ho rimuginato su quanto ci eravamo detti ed alla fine, dopo un nuovo “battuti e respinti (B&R)”, ho trovato la mia risposta.

“Il rischio è accettabile nella misura in cui è intenso, ma soprattutto onesto, il nostro desiderio di raggiungere un obbiettivo. Solo questo può permetterci di superare le critiche, le chiacchiere ed i professori che in questo nostro antropizzato alpinismo ci separano spesso dal confronto autentico con la montagna. Solo questo può darci la libertà che andiamo cercando.”

Io credo che se davvero vuoi qualcosa puoi affrontare qualsiasi rischio, al di là di ogni critica. Tuttavia se davvero vuoi raggiungere consapevolmente ed onestamente un obbiettivo credo che difficilmente ti comporterai come un pirla.

Davide “Birillo” Valsecchi

“…proprio vero che si inizia a dare consigli quando non si può più dare il cattivo esempio…”

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