Diedro Scarabelli: Happy Valentine!

Lupercalia, un tempo era questa la festività romana che veniva celebrata tra il 14 ed il 15 Febbraio. Un rito di purificazione che invocava il Dio Fauno chiedendo protezione dai lupi per gli animali da pascolo e fertilità per le donne. Poi, più o meno nel 500 dopo  Cristo, tale papa Gelasio bandì questo culto pagano introducendo la festa di San Valentino e trasformando la celebrazione del risveglio della primavera nell’attuale festa degli innamorati. Una gran bella festa incentrata su “Lupi e Gnocca” è stata snaturata in un ignobile baraccone intriso di cioccolati e scempiaggine melense: davvero un bel lavoro Gelasio,  bravo!!

Così il giorno di San Valentino, mentre la radio ed internet trasudano di smielati messaggi di marketing, diamo un nuovo assalto alla parete del Buco del Piombo. Mattia la mattina aveva il turno in Croce Rossa e quindi attacchiamo abbastanza tardi. Alle due e mezza ci ritroviamo ad Albavilla ed alle tre passate siamo sotto la parete. Nonostante la pioggia del giorno precedente la roccia è abbastanza asciutta. Arrampichiamo all’ombra e quando qui tira il vento è davvero dura per le dita, fortunatamente il sole del mattino ha scaldato abbastanza l’aria e la temperatura è accettabile (ci saranno cinque o sei gradi).

La via è il “Diedro Scarabelli”, una classica riattrezzata che segue in tutta la sua lunghezza l’evidente ed omonimo diedro. I sempre ottimi “SassBaloss” riportano questi cenni storici: «Il diedro Scarabelli venne salito nell’ottobre del 1957 da Elio Scarabelli e Enzo Galante ma per anni venne completamente dimenticato. I motivi di un destino così crudele son presto detti… chiodatura malsicura e roccia terribilmente marcia. Nel 1973 Graziano Bianchi e F. Robecchi misero mano all’itinerario dando una bella ripulita alla roccia e posizionando chiodi nuovi e decisamente più sicuri. Il momento di gloria per questa elettrizzante linea di salita venne solamente nel 1981 quando Alessandro Gogna decise d’inserirla nel suo libro “Cento Nuovi Mattini”, pubblicazione considerata oggi testimonianza di quel passaggio tra l’alpinismo e l’arrampicata libera che oggi è stata brutalmente trasformata in sportiva!.Ora la via è decisamente pulita, ben protetta: i chiodi sono ancora presenti… ma ormai ci sono brillanti spit e soste con catena  (leggermente unta).»

Mattia l’aveva già percorsa in estate con Serena ed io mi aspettavo una salita d’allenamento invernale con passaggi impegnativi ma comunque non troppo difficoltosa. Sebbene l’idea della “Strage di San Valentino” continuasse a passarmi per la testa ero abbastanza sereno: forse è per questo, perché avevo la guardia bassa, che i cazzotti sono arrivati diritti e durissimi!!

Il primo tiro è stato di riscaldamento, abbastanza divertente, corto, e non troppo difficile. Mattia, che è il vero protagonista delle nostre arrampicate, attacca con destrezza il secondo tiro superando con leggerezza l’impegnativo passaggio di 6a che lo contraddistingue. Quando arriva alla sosta mi urla “La sosta è uno spit ed un chiodo. Non è il massimo. Vedo se arrivo a quella successiva!”. Il torrente che esce dal buco del piombo è impetuoso ed il suo rumore rende quasi impossibile comunicare tra di noi. Avrei voluto protestare ma non ho potuto far altro che continuare a fare sicura al mio socio mentre risaliva di slancio anche il terzo tiro.

Quando ormai le corde sono quasi completamente stese sento tre bruschi strappi mentre nella valle risuonano urla indecifrabili. Quello è il segnale. Urlo “Mattia: libera!” e libero il mio reverso: ormai non era rimasto poi molto da far scorrere! Quando sento le corde mettersi in tiro urlo di nuovo “Mattia: vengo!” iniziando ad arrampicare nel diedro.

I due tiri uniti formano una lunghezza di 45 metri in cui la difficoltà resta costante senza mai mollare. Lavoro in spaccata guadagnando a volte solo i centimetri che servono a migliorare l’equilibrio o a raddrizzare la posizione. Dove la roccia si fa aggettante lavoro di forza mentre le braccia e le spalle cominciano ad urlare e gli avambracci a farsi rigidi. Non c’è modo di vedere o sentire il mio socio e tutto si riduce al metro quadrato di roccia in cui cerco di dare battaglia senza prenderne troppe.

Mi serve una presa, mi serve qualcosa per la mano destra, qualcosa che mi dia la possibilità di sollevarmi e spostare i piedi. La mano sinistra è in opposizione nel dietro e spinge affinché sia il mio fianco destro a creare il magico incastro che mi sostiene. Allungo verso l’alto il braccio destro cercando di sentire qualcosa che vada bene. Poi trovo qualcosa. Nella mia testa è come lo scoppio di un petardo o di un fuoco d’artificio: “Va bene! Va bene!” Qualche vocina nel coro obbietta qualcosa ma tutto me stesso sembra scommettere su quella presa. Per un istante quel piccolo appiglio in cui riesco ad infilare le falangi delle dita è il cuore pulsante del mio intero universo. Lavoro, bollette, donne, auto, futuro, pensione, politica. Niente, non esiste niente se non quell’appiglio. Forzo sulle gambe perché devo ruotare il bacino, alleggerire il fianco e potermi girare, almeno un poco, prima di potere tirare. Poi tiro, le gambe seguono il movimento ed anche la mano sinistra trova un nuovo appoggio in cui riprendere a spingere.

Di nuovo in equilibrio riprendo fiato: mi sono alzato di 50 centimetri. La vita è fatta di piccoli successi e gigantesche soddisfazioni. A volte però credo che la fisica mi faccia qualche sconto perché davvero non ho idea di come faccia a passare!!

La fine del terzo tiro è caratterizzata da una grossa radice che attraversa su una placca. Mi ci attacco a due mani traversando verso sinistra e raggiungendo la catena fissa che è posta a protezione di un tratto sdrucciolevole di terra ed erba.

Mattia ride, io sono a pezzi. Ho speso probabilmente troppo, ho corso e sbagliato ritmo. Avrei forse dovuto essere più paziente, studiare meglio i passaggi e ponderare gli sforzi. In realtà ho dato tutto perché non credevo di passare e cercavo di non essere lento. “Troppo violenta per me! Troppo violenta!”

Mattia ride di nuovo “Tranquillo, il prossimo tiro è quieto”. In realtà è un 5c ed è lungo altri 40 metri. Mattia si diverte, io ravano e cerco di arrampicare come si deve. Quando arrivo alla quarta sosta sono definitivamente e completamente scarico. Davanti a noi rimane solo il breve tratto dove la roccia strapiomba in un piccolo tetto ed in un passaggio di 6b azzerabile. Questa volta sono io ridere: “Io davvero non ne ho abbastanza per passare di lì: a meno che tu non voglia parancarmi al buio conviene prestare attenzione anche al sole che sta tramontando!!”.

Far cambiare idea a Mattia è sempre un impresa: è tanto forte quanto caparbio! Sono però quasi le sei ed il Sole comincia a salutare la valle. Fortunatamente è San Valentino e Mattia ha preparato a Serena una torta e promesso di rientrare presto: forse è davvero il Santo a salvarmi!!

Dalla sosta buttiamo giù la prima delle due doppie che servono per calarsi fino alla base. Al frazionamento, mentre attrezziamo la seconda calata, siamo già avvolti dall’oscurità e lavoriamo sfruttando la luce delle frontali. Altri 60 metri nel vuoto e siamo finalmente a terra. Tiro un respiro di sollievo ed imbraccio lo zaino: per oggi è fatta!

Al buio torniamo alle macchine e via di nuovo verso casa. Io scrocco la cena alla Zia Cesy e a mio padre prima di correre alla Sede del Cai dove sono di turno per la consueta apertura del Venerdì. Cammino un po’ sbandando ed sono ancora vestito da montagna (fango e sudore inclusi!!) ma gli amici sono contenti di ascoltare il racconto della salita. “Gente, io però ora scappo verso casa che sono a pezzi! Chiudete voi qui per favore!” Renzo, Alberto e Franco mi salutano ridendo mentre mi avvio traballante verso la coronazione del mio più impellente sogno: una vasca da bagno!

L’acqua calda mi resuscita giusto il tempo sufficiente per crollare nel letto. Mi abbandono tra le lenzuola: senza peso, senza pensieri. Poi nel cuore della notte, verso le due e mezza, squilla il telefono. Allungo la mano e cerco l’aggeggio con la stessa disperata insistenza con cui cercavo la presa ore prima: “Hey Ciao! Sto arrivando! Festeggiamo San Valentino!?”. Ancora addormentato rispondo ridendo, forse con una sottile punta di isteria. Ruoto le mie povere ossa sul materasso, apro gli occhi guardando il soffitto mentre pompo aria nei polmoni: “Hai voluto essere Ulisse? Allora Birillo non lamentarti della tua Odissea!!”

Davide “Birillo” Valsecchi

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