Corni: le inviolate inviolabili

La Valle delle Moregge, il grande vallone che separa i Corni di Canzo dal Moregallo, è un territorio di confine, uno spazio denso di misteri noto solo a pochissime persone. Il perché di questa sua natura selvaggia e sconosciuta è presto detto: è un postaccio terribilmente pericoloso!

Il Moregallo è una montagna dal carattere davvero straordinario, una montagna dura ed indomabile che, a seconda delle opinioni, può essere magnifica o tremendamente brutta. Una volta mio padre e mia mamma provarono ad avventurarvisi passando da Oneda. Mio padre me lo ripete sempre: “Tua madre non si è mai tirata indietro ma quel giorno me lo disse chiaramente: quella montagna le faceva paura”.

Canali strapiombanti di erba paglione che si alternano in creste e salti rocciosi nel nulla più assoluto. Se sbagli rischi di precipitare a valle e di rimanere, probabilmente per sempre, sul fondo dell’orrido sottostante. Non a caso, ogni volta che facciamo canyoning, troviamo lassotto carcasse di caprioli e mufloni a conferma di quanto il posto non sia uno scherzo neppure per loro.

Al Moregallo, almeno in quei versanti, si sperimenta la solitudine, la precarietà, la lontananza da tutto. A conferma della sua natura straordinaria raggiungere la cima offre invece una sensazione totalmente opposta: sulla vetta sei accolto da un oasi verde, un pianeggiante prato affiancato da un placido bosco di faggi e betulle. Sono davvero pochi i luoghi che sappiano racchiudere tanta  pace e bellezza come la vetta del Moregallo, ma è un premio che va conquistato con fatica, qualsiasi sia il versante da cui si sale.

Forse è per questo, per la vicinanza con il Moregallo, che anche i Corni celano qui alcune delle pareti più imponenti e più nascote di tutto il gruppo. Per andare a dare un occhiata da Oneda mi sono alzato a mezza costa seguendo i piloni della corrente ed addentrandomi poi nella valle seguendo sentieri tracciati dalle bestie.

Seguire i sentieri degli animali significa due cose: prendere le pulci in estate e rischiare la pelle tutto l’anno. Le tracce infatti si addentrano superando i balzi erbosi e i canali seguendo una logica “animale” tutta da interpretare. “Qui davvero non ti ritrova più nessuno”. Ma ormai ero lì e la curiosità mi spingeva oltre ogni cresta.

Poi, sulla soglia del punto di non ritorno, ho dovuto fermarmi. Avanzare significava costeggiare la base del Ceppo della Bella Donna e l’unica via d’uscita possibile sarebbe stata risalire fino alla bocchetta. Tradotto: un altro paio d’ore “disperso” nel nulla.

Quello che mi serviva però era lì: uno scorcio chiaro delle due pareti dove poter scattare qualche foto. Credo siano davvero poche le persone che vi abbiano dato un’occhiata approfondita. La luce non era il massimo ma credo possano rendere l’idea e mostrare un angolo segreto dei Corni di Canzo.

I vecchi hanno affrontato tutte le pareti del Gruppo, tracciato vie ovunque ad eccezione di qui. Il perché è facile capirlo: l’avvicinamento è difficoltoso, l’ambiente è ostile in ogni aspetto, le pareti sono marce, fragili e spazzate dal vento. Slanci strapiombati densi di tetti e cenge pietrose. Vie impossibili, lunghe, pericolose e difficili che terminano tutte nei prati di Pianezzo ai piedi di rifugio. Credo che mai nessuno salirà da quelle parti e mi piace pensare che nel cuore dei Corni di Canzo vi sia un segreto inviolabile, un monito di roccia ad ogni vanità.

Certo, forse sulla prima parete si potrebbe tracciare una ferrata ma il livello di difficoltà sarebbe altissimo ed oltre alle problematiche tecniche per realizzarla rischierebbe di diventare un “ammazza cristiani” di prima qualità.

No, meglio restino così. Meglio resti un posto magico sopra cui portare la morosa a prendere il sole, una passeggiata pianeggiante dal vicino rifugio senza che possa comprendere  la mostruosità alpinistica su cui si è placidamente sdraiata.

Dopo le foto ho dato battaglia in salita lungo un canale emergendo finalmente sulla strada cementata che porta alla SEV:  due ore di fatiche per ritrovarmi tra i gitanti che, a passo lento, andavano a pranzo al rifugio. Non proprio avventuroso in effetti, eheh…

Il mio giro però non era ancora finito. Venerdì avevo infatti perso il “chiodo verde ad U” di Mattia e se non volevo incorrere nelle ire del socio conveniva ritrovarlo!! Avevo il sospetto di averlo perduto nel tratto in cui la via Valbrona89 incrocia la ferrate del Ventinquennale: così ho dapprima risalito la cresta del Passo della Vacca per poi infilarmi lungo sentieri segreti che portano a metà della ferrata.

La scena è stata divertente. Io ero vestito praticamente come un pastore di capre impugnando le mie racchette rigide mentre gli escursionisti, giustamente attrezzati con casco, imbrago, fettucce e moschettoni, riemergevano dalla lunga e strapiombante scala a pioli della ferrata.

Credo davvero di avere purtroppo spento il loro “momento eroico”. Io ero in piedi ad un sasso cercando il mio chiodo ed ho salutato il primo della comitiva che, palesemente stupito, non capiva come fossi arrivato lì. “Ma la ferrata è finita?” “No, no. Ne avete ancora un bel pezzo e tutto verticale. Forse la parte più dura” “Ma tu hai fatto la ferrata?” “No, no …sono passato un po’ qui, un po’ là. Comunque io sono indigeno, non fate caso a me: sto solo cercando un chiodino…”. Il tipo non mi ha più parlato: ai Corni si incontra un sacco di gente strana!!

Finalmente ho ritrovato il fantomatico chiodo (Hurra!!) e dalla ferrata sono emersi anche due amici: Pietro e “il Tigre”. Loro non erano affatto stupiti di trovarmi a zonzo. Abbiamo chiacchierato un po’ facendo un po’ di rumosorsa “caciara” e, dopo esserci salutati, ognuno ha continuato per la sua strada. La vetta del Corno Occidentale era un po’ troppo affollata, così ho tagliato per un canale e sono tornato verso casa. In fondo ho ritrovato il chiodo e scattato qualche foto senza ammazzarmi: ho di che essere soddisfatto!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ecco alcune foto non bellissime ma piuttosto insolite…