Corno Orientale: Via Dell’Oro

Settembre 1939: Darvini e Pierino dell’Oro  (che non sono fratelli ma solo compaesani) attaccano il Corno Orientale, Primo Corno di Valmadrera, tracciando una via che diverrà una delle scalate classiche dell’intero gruppo avventurandosi attraverso il grande diedro che prende ora il loro nome. L’anno successivo, nel maggio del 1940, tracciamo un nuovo attacco che allunga la via e  permette di accedere direttamente alla roccia senza tagliare da ovest attraverso cenge e prati.

Sabato 15 Marzo 2014, tocca ai due assesi il nuovo assalto al Corno Orientale. Il giorno prima, per guadagnare tempo ed essere più riposati, Mattia ed io abbiamo portato tutto il materiale d’arrampicata sotto la parete. La giornata, contrariamente alle aspettative, è cupa e soffia un fastidioso vento freddo.

L’attacco della via è posto al interno di una stretta gola di roccia che vi è tra la parete ed un’evidente scogliera sormontata da un’inconfondibile “pietra pendula” in equilibrio sulla sua sommità. La via parte dura e si risale in spaccata tra le due pareti fino a rimontare un piccolo strapiombo che porta al prato sottostante. Sosta su una pianta e proseguiamo tra rocce ed erba rimontando fino al successivo terrazzo erboso, la grande cengia da cui si attacca la via del ’39 (è presente infatti  una seconda targhetta).

La terza sosta è una catena con fix artigianali ma, nonostante l’età, è ancora buona: è la roccia ad essere marcia! Il primo tratto rimonta verso destra seguendo una fessura svasata.  Un tiro abbastanza appoggiato ma poco protetto (1 chiodo) e caratterizzato da roccia instabile e precaria che porta fino ad una grossa nicchia.

La quarta sosta è buona, un fix artigianale ed uno spit a brugola. Il passaggio successivo è un traverso a sinistra abbastanza lungo, dapprima si abbassa sotto la sosta per poi tornare ad alzarsi verso l’alto oltre il traverso. Non è un passaggio difficile ma è particolarmente delicato perché il rischio di cadere in un ampio pendolo è concreto, l’unica protezione è un vecchio chiodo ad anello che è posto all’altezza dei piedi.

Anche nella parte successiva il quinto tiro si dimostra rognoso, caratterizzato da roccia rotta e da un passaggio su quello che sembra una frana appoggiata. Mattia, che ha tirato da primo tutta la via, ha dovuto lavorare molto per proteggere quel tratto. In particolare  è costretto a piazzare un paio di friend cambiando il giro delle corde proprio per evitare che possano essere investite da un eventuale crollo.

Dulcis in fundo la sesta sosta è composta da due chiodi ed un fittone ad anello probabilmente originale dei primi ripetitori. Il tiro più rognoso si è dimostrato anche quello con la sosta peggiore. Mattia ha lavorato per rinforzarla e per far lavorare il carico nel modo migliore: “Hey! Io te lo dico, l’elemento più solido della sosta avrà più di settant’anni: vedi di salire leggero ed occhio alla roccia che si muove!”

Con i “santi in saccoccia” risalgo leggero  il tiro recuperando i friend e la coppia di chiodi piazzati a protezione: finalmente siamo nel grande diedro!

La roccia sembra trasformarsi diventando ottima, compatta e ricca di elaborati appigli: dopo aver tanto ravanato siamo giunti al cuore della via. Restano solo due tiri all’uscita, 60 o 70 metri di roccia verticale, ma questo è probabilmente uno dei tratti più belli dei Corni di Canzo per arrampicare.

Il sesto tiro risale del dietro sfruttando uno stretto camino che corre nella sua parte più interna.  Mattia risale con un’elegante spaccata, io letteralmente strisciando in verticale ed avanzando ad incastro stando a cavalcioni dello spigolo sinistro del camino. Alla fine del tiro una grossa clessidra anticipa un traverso su placca verso sinistra che porta alla sosta. “Ma sei fuori! E come la mollo ‘sta clessidra?! Se parto sulla placca ti finisco due metri sotto i piedi!!” Mattia ride, mi sfotte un po’ ma alla fine tolgo la fettuccia dalla clessidra e passo il traverso.

Sulla sesta sosta sono ancora presenti i vecchissimi chiodi originali, un fix artigianale ed uno spit a brugola che, in modo piuttosto inquietante, appare mezzo fuori. “Bhe, è mezzo fuori ma cara grazia che c’è. Sai che ridere se dovevamo fare sosta su quei due vecchi chiodi? Certo, se salta fuori ce la facciamo sotto per davvero!!” Mattia è quello che vede il bicchiere sempre mezzo pieno, io quello perennemente pentito di aver lasciato a casa il trapano!

Per rimontare lo strapiombo tocca tirare due vecchi fittoni ad anello e spaccare sul fianco destro del diedro prima di risale a sinistra. Nella lunghezza c’è solo un successivo chiodo a protezione e per questo abbiamo piazzato un paio di friend e un chiodo alla base del passaggio aggettante sulla sinistra: è possibile infatti uscire a destra su rocce rotte oppure attaccare a sinistra in una spaccatura non banale ed impegnativa che risale a camino. “Su, su! Non ti lamentare, è la via originale!” Potete ben immaginare quale sia stata la scelta di Mattia…

L’ultima sosta è un fittone arancione da cui si vede la Croce del Corno Orientale. Una stretta di mano ed un autoscatto insieme sulla croce. Finalmente anche il terzo corno ci ha regalato il privilegio di ripercorrere una delle sue storiche, e probabilmente dimenticate, vie d’arrampicata. Una grandissima soddisfazione!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Corno Orientale: Via Dell’Oro
Ripetizione: 15 Marzo 2014
Mattia Ricci, primo di cordata, e Davide “Birillo” Valsecchi

via dell'oro

All’uscita dalla via, mentre mi avviavo a recuperare tutto il resto del nostro materiale, ho notato una vecchia bottiglia semi nascosta nel sottobosco. Con delicatezza l’ho dissotterrata e, guardando l’etichetta, ho sorriso. L’etichetta recitava “Anghileri” e così ho scattato qualche foto. Nessuno di noi ancora sapeva quello che era accaduto al “Butch” al Bianco solo qualche ora prima. A volte la vita è davvero un mistero.

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