Il Trono di Peter Pan

Quando ero giovane prima di uscire la sera compravo una bottiglia di due litri di coca-cola, una di rum e mischiavo il tutto insieme: questo mi permetteva di avere la mia personalissima scorta di Cuba-Libre per la serata. Oggi probabilmente mi arresterebbero  a vista… Eravamo giovani, tutto quello che volevamo era vivere un’intensa ed ineguagliabile avventura. Onestamente eravamo come ranocchi sul fondo di un pozzo, affrontavamo ogni viaggio come una rocambolesca impresa scrivendo storiche pagine di epica moderna, storie  troppo confuse e controverse per essere raccontate. Già, la giovinezza può essere piacevolmente ricordata ma rigorosamente taciuta!

Il risultato di quelle avventure era sempre lo stesso. Ti svegliavi la mattina con un persistente fischio nelle orecchie, un vago senso di nausea ed un precario senso dell’equilibrio. Con i movimenti rallentati cercavi di capire perché ogni dannata parte del tuo corpo fosse dolorante ed ammaccata. Accendevi lo stereo nel tentativo di azzittire il fischio e facevi l’unica cosa sensata possibile: ti sedevi sul cesso.

Già, il cesso. Seduto con le braghe calate mentre l’alluce salutava attraverso i buchi nei calzini, con cui avevi ovviamente dormito. Piegato in avanti, gomiti sulle ginocchia e testa tra le mani. “Che diavolo è successo ieri?” E mentre cercavi di dare una spiegazione ai graffi ed ai tagli rivivevi confuso il film della tua vita.

Siamo onesti, il cesso è chiamato “trono” proprio perché è questo il solo momento in cui ti puoi  davvero sentire il Re del Mondo, padrone della tua vita. Mentre il film scorreva nella tua testa non potevi far altro che sorridere perché, qualsiasi cosa fosse accaduto, eri ancora sul tuo cesso e questo era quanto di meglio potesse esserci per apprezzare la vita.

Così, parecchi anni dopo, mi ritrovo ancora seduto sul mio cesso con la testa tra le mani, i gomiti sulle ginocchia, i calzini bucati, dolore e graffi in tutto il corpo. Lo stereo passa gli AC-DC mentre nella mia testa scorre di nuovo il film della mia vita: “Che diavolo è successo ieri?”

Diciamolo chiaramente: gli adolescenti non maturano, non diventano adulti, semplicemente evolvono, affinano la propria epica, la propria dialettica trasformando le proprie follie in qualcosa di socialmente accettabile ed intrinsecamente più folle.

Cosa hai fatto ieri, Birillo? Sei stato otto ore in parete, trecento metri di strapiombante calcare a “rebattone” di sole. Hai i polpacci, le spalle ed il coppino scottati dal sole di Marzo e gli occhi incrostati dal riflesso. Ti sei appeso ed hai ciondolato nel vuoto, nel vuoto vero, quello senza fine! Hai pompato e spinto, sbattuto e strisciato: in certi momenti hai perso anche la dignità ed in altri ti sei sentito il Re della Montagna. Hai goduto e sofferto, cercando di farcela, cercando di passare o semplicemente di restare lì, incastrato da qualche parte nella roccia. Sei stato dritto ed eccitato compiacendoti di ogni tuo gesto quando la paura non faceva tremare la gambe.

Bhe, ora sono tutto rotto. Le dita sono scassate, fanno fatica a chiudersi e le abrasioni cominciano a cicatrizzarsi tirando la pelle. Gli avambracci sono pieni di graffi come se avessi litigato con il gatto. I muscoli sono gonfi, ti fanno sentire “grosso” anche se a mala pena sono riusciti a tirarti fuori dal letto. Braccia, schiena e gambe sono poco più che un sibilo acuto nella testa.

Seduto sul mio trono non posso che sorridere, quasi scoppio a ridere “Sono ancora qui, seduto sul mio cesso: figata!!”. Il tempo passa ma le persone non cambiano, evolvono ma restano sempre le stesse.

Davide “Birillo” Valsecchi

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