Medale, via Taveggia

«Tiziano Nardella, spirito libero e personaggio molto vivace, celebre anche per la sua progressione sempre ricca di grida e in un certo modo rumorosa, riunì due compagni volto validi come l’amico Giorgio Marini e Carlo Pedroni, promettente giovane che avrà un grande avvenire alpinistico ma che purtroppo perirà negli anni ’80 sul Canale del Cengalo.» Questa è la squadra che nel dicembre del 1968 diede l’assalto al Medale tracciando la via Taveggia, una linea di 260 metri oggi considerata un “classico” dell’imponente parete.

Alle nove del mattino, giungendo da Laorca, Mattia ed io ci ritroviamo ai piedi dell’immane muraglia: «Porca vacca! E’ sempre più grande di quanto la ricordi!!». Per  “I Ragazzi dei Corni” questo è il secondo appuntamento con il Medale nel giro di pochi mesi: a Dicembre avevamo ripercorso la Via Cassin, che per il Medale è la madre di tutte le vie classiche.

Dieci tiri sui trenta metri ed un paio di passaggi chiave tutti da scoprire. I primi cinque tiri risalgono fino alla “Cengia Martini”**, un angusto traverso che permette di lasciare la via. Superato quel passaggio non resta che arrivare in fondo superando difficoltà alpinistiche di VII°+.

Fino al quinto tiro la via è qua e là unta mantenendo un grado che si aggira sul 4a con un passaggio in un diedro di 6a. Alla fine del quinto tiro ci fermiamo a mangiare un boccone. Il sole splende intenso, entrambi abbiamo già fatto fuori mezzo litro d’acqua ed iniziamo ad essere scottati sul collo, sulle braccia e sui polpacci: è Marzo ma fa un caldo terribile e solo qualche folata di vento riesce a rinfrescare un po’.

«Va bene, so che me ne pentirò: andiamo avanti!». Il sesto tiro è godibile, rinfrancato dal cibo non me la cavo neppure male. Sul settimo si inizia ballare, ballare duro!

Il passaggio chiave è un 6b+ che rimonta da una nicchia oltre un tetto strapiombante. Fortunatamente il primo ed il secondo di cordata riescono a vedersi lungo tutto il tiro e questo ci permette di lavorare dando corda e recuperando in piena coordinazione. Mattia, con il suo solito stile impeccabile, passa oltre lasciando qualche cordino a darmi supporto.

Quando è il mio turno attacco diretto. Via il dente via il dolore. Entro di forza cercando di passare in artificiale ma lo slancio naufraga in un oceano di fatica che quasi mi travolge. Con la gola secca e le braccia rigide cerco di coordinarmi con Mattia. Esaurita la forza non resta che la pazienza e centimetro dopo centimetro guadagno la sosta.

«Porca, porca, porca… vacca!» Il mio socio ride mentre io cerco di riprendere fiato. Il tratto successivo è un 6a+, non posso subirlo come ho fatto con il precedente, devo cambiare marcia e metterci un po’ di stile. Dalla Sosta il tiro traversa verso destra supera una cornice e prosegue lungo un camino sull’altro lato. La parete ci nasconde l’un l’altro, possiamo solo manovrare alla cieca cercando di urlarci in lontananza i comandi.

Ascolto la corda e confido in Mattia mentre, quasi in solitudine, risale tutto il tiro. Quando finalmente dall’alto sento giungere in lontananza un “Davide, SOSTA!” capisco che sta per toccare a me. Affronto il traverso ed il camino trascurando tutto ciò che non sia la roccia. Prendo finalmente il ritmo e l’ottavo tiro diventa il più bello ed il migliore della giornata. «Il settimo mi ha spaccato ma te lo devo confessare, l’ottavo è stato magnifico: sono contento di aver continuato!»

La montagna dà, la montagna toglie. Il nono tiro doveva essere l’ultimo impegnativo e sebbene il suo grado fosse sul 5b non doveva rappresentare una grossa difficoltà. Le cose però non vanno mai come dovrebbero, specie negli ultimi tiri.

Mattia parte, risale un diedro sulla sinistra ed attraversa una placca portandosi alla base di uno spigolo ai lati del quale corrono due diedri. «Quale prendiamo?» Da sotto la linea più elegante sembra quella a destra ma a sinistra spunta un vecchio chiodo ed è più diretta. Mattia cerca di capire sporgendosi da entrambi i lati. In alto a destra c’è un fittone ma è lontano e non sembra esserci nessuna protezione fin lassù. Il vecchio chiodo è più vicino e la roccia sembra più lavorata. «Bha.. proviamo a sinistra».

La risposta era quella sbagliata. Mattia si alza, supera il chiodo e cerca di rimontare oltre l’uscita del diedro ma in quel punto non trova nulla su cui lavorare. Sconsolato allunga le mani senza trovare nulla. Lega una fettuccia ad uno spigolo di roccia e piazza un dado ed un friend. «Non c’è nulla qui, non trovo nulla per le mani e butta in fuori». L’ultimo chiodo è sotto di lui un paio di metri e la situazione si fa scabrosa.

Cambio la posizione dei piedi ed il peso sulla sosta: dannazione, questa volta ho idea che ci siamo. Un nat, un friend ed una fettuccia:  chissà come va sto giro… Il mio socio non può salire e decide di traversare oltre lo spigolo puntando dritto al fittone nel dietro opposto. Un nat, un friend, una fettuccia ed un pendolo di un paio di metri buoni:  chissà come va sto giro… Mattia, ansima, per la prima volta lo sento ringhiare. Dopo istanti infiniti finalmente infila il rinvio nel fittone. Entrambi tiriamo il fiato.

«Dov’è sta cazzo di sosta? Dovrebbe esserci ormai?!» chiedo da sotto. Purtroppo però siamo ad un nuovo bivio e le nostre corde fanno pericolosamente a zic-zac. Mattia si sporge a destra ma non vede nulla, stessa cosa a sinistra. Il sole è ormai dietro la parete ed il vento si è fatto freddo mentre siamo all’ombra: mentre Mattia è fermo infilo la giacca ed un poco smetto di tremare.

«Proviamo a sinistra» Mattia riparte. Abbiamo alle spalle i passaggi chiave, quelli più difficili, e ci stiamo incasinando nell’ultimo tiro. Si alza, fissa friend e fettucce ma della sosta neppure l’ombra. Dal basso vedo una pianta scuotersi e capisco cosa sta combinando ancor prima che urli “sosta”.

«Ma Regge?» Chiedo dal basso. «Bhè, è un bell’arbusto, non è proprio un alberello ma questo c’è…» Andiamo bene. «Fai attenzione che le corde passano su di un sacco di lame, cerca di non appenderti troppo». Sempre meglio…

Dove vanno le corde devo passare anche io e quindi anche a me tocca la deviazione a sinistra ed il traverso a destra: “Vieni ad arrampicare, dicevano. Vedrai che ti diverti, dicevano!” Se tutto va storto e precipito verso terra ci vorranno 10 o 15 secondi prima che mi schianti: davvero una quantità imbarazzante di tempo!

In realtà il mio socio aveva diligentemente rafforzato la sosta sulla pianta con un dado ed un friend ed insieme abbiamo manovrato come si deve per far lavorare correttamente le corde: il pericolo, sebbene inequivocabilmente presente, era soprattutto nella testa. Quando finalmente siamo entrambi alla nostra arborea sosta abbiamo il peggio alle spalle e non ci resta che una decina di metri tra lo sfasciume per uscire in cresta: «Tocca inventarsela qui: chissà dove diavolo sarà la sosta e l’ultimo tiro!»

Finalmente fuori ci stringiamo la mano riempiendoci di pacche: è stata una magnifica salita, spaventosamente bella.

Davide “Birillo” Valsecchi

**”Cengia Martini” non è il vero nome del passaggio ma un riferimento alla storica cengia sul Lagazuoi

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