Month: June 2014

CIMA-ASSO.it > 2014 > June
Corni Vs Grigne

Corni Vs Grigne

Tramonto sulle Grigne e sui Corni di CanzoIl primo luglio è un giorno speciale: un anno fa Mattia ed io ripetevamo la via Fasana sulla Parete Fasana dei Corni di Canzo. Una delle primissime ed importanti tappe della nostra avventura tra le pareti di Corni.

Eugenio Fasana è davvero una figura leggendaria ed è di fatto il padre dell’Alpinismo ai Corni. Cercando di fare ordine nei miei appunti a proposito del “mito delle origini” mi sono ritrovato a compiere un parallelo davvero incredibile tra la storia dei Corni di Canzo e la storia delle Grigne. Ciò che ne è emerso mi ha lasciato davvero stupito perchè, per molti aspetti, i Corni sono stati precursori delle Grigne.

Ho sempre pensato che i “grandi” fossero giunti ai Corni per curiosità, spinti dal desiderio di trovare qualcosa di nuovo allontanandosi dalle Grigne. Tuttavia le date raccontano una storia davvero diversa!

L’alpinismo in Grigna ebbe inizio sopratutto per le contaminazioni dolomitiche che riuscivano a raggiungere il territorio lecchese. Sappiamo infatti che quando nel 1933 il leggendario Emilio Comici fece visita alle Grigne, incontrando Cassin, Boga e gli altri fortissimi locali, si ebbe una vera e propria rivoluzione epocale. Questi alpinisti, al tempo ancora giovanissimi, avevano tuttavia raccolto l’eredità della generazione che li aveva preceduto. Capostipiti di questo periodo furono Arturo Andreoletti e Carlo Prochownick che nel 1909 introdussero lo stile dolomitico sulle Grigne.

Queste due figure sono due “calibri pesanti”: Andreoletti era un capitano degli alpini e con il patrocinio delle autorità militari compieva esplorazioni alpinistiche sulla Marmolada, sul Catinaccio e sul Sella. Prochownick invece arrampicava in cordata niente meno che con Paul Preuss.

La cosa terribilmente curiosa è che il 20 Ottobre del 1908 Andreoletti e Procownick, dopo aver effettuato la prima ripetizione italiana della Bettega-Tomasson sulla sud della Marmolada, si avventurarono sui Corni di Canzo. La loro salita del versante Sud-Ovest del Corno Occidentale, il versante dove ora corre la ferrata, fu riportata persino sulla rivista mensile del Club Alpino Italiano. Un anno ed otto giorni dopo, il 28 Ottobre del 1909, fu Eugenio Fasana a compiere una nuova salita, in solitaria, sul Corno Occidentale.

Succesivamente Eugenio Fasana tornò altre volte sulle nostre montagne tracciando quattro vie fondamentali e che gli conferiscono il ruolo di padre fondatore. La cosa curiosa è che tale ruolo lo ricopre anche per le Grigne.Purtroppo non esiste una biografia di Fasana e così, stuzzicato dall’idea di elencare l’operato di Fasana in Grigna, ho cominciato a spulciare libri. Ecco cosa è emerso e l’elenco delle vie (probabilmente incompleto) che ha aperto nel nostro territorio:

  • Via Fasana Corno Occidentale, Corni di Canzo (28 Ottobre 1909)
  • Cresta D’ongadina, Zucco Pesciola (Fasana in solitaria inverno 1909-1910)
  • Via Fasana Corno Centrale, Parete Fasana, Corni di Canzo (30 Maggio 1910)
  • Via Fasana, parete Est secondo Maniaghi, Grignetta (18 Giugno 1911)
  • Direttissima, Grignetta (Ottobre 1911)
  • Canalino Albertini, primo Maniaghi, Grignetta (17 Maggio 1914)
  • Via Fasana (o Normale), la Torre, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via Fasana (o Normale), la Lancia, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via Fasana (o Normale), il Campaniletto, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via normale al Fungo, Grignetta (11 Ottobre 1914)
  • Normale al Sigaro Dones, Grignetta (8 Agosto 1915)
  • Normale al Pilastro Maggiore, Corni di Canzo (1 Ottobre 1922)
  • Via Fasana, pizzo della Pieve Parte Fasana (21 Giugno 1925)
  • Bramani-Fasana, Terza Torre Zucco Pesciola (1925)
  • Via Fasana, Pizzo d’Eghen (25 Luglio 1926)
  • Camino Fasana Omio, Torre Desio, Corni di Canzo (Maggio 1931)
  • Bramani-Fasana, Pilastri dei Campelli (31 Luglio 1932)

Quello che davvero colpisce sono le date: pare infatti che “dai Corni sia andato in Grigna” e non viceversa. Questo rende ancora più affascinante alcuni eventi successivi. Ad esempio quando il 15 Settembre 1934 la celebre guida Alpina Giovanni Gandini (Il Gandin), all’epoca già famosa per la sua via sulla parete Sud del Torrione del Cinquantenario, venne sui Corni per tracciare un via nel camino centrale del Corno Occidentale (Il camino Gandin).

Allo stesso modo il 6 Settembre del 1942 un’altro “piccolo gigante” lascia la Grigna per tracciare una via sulla Parete Fasana: Ercolino “Ruchin” Esposito, un nome che sulle Grigne marca le vie più ardite ed impegnative dell’epoca.

Nel 1944 Augusto Corti, compagno di Riccardo Cassin sul Pizzo della Pieve nel 1934 e di Vittorio Panzeri in Medale (stesso anno), traccia un’altra via sulla Parete Fasana.

Ancora più difficile è comprendere il flusso contrario, ossia quello degli alpinisti che distintisi sui Corni davano l’assalto alle Grigne. Superati gli anni quaranta le figure importanti e gli scambi diventano tali e tanti che diventa un impresa riuscire raccordali tutti.

“E’ venuto prima l’uovo o la gallina?” Confesso che per quanto riguarda Grigna e Corni le mie certezze sono ora traballanti. Quello che so è che queste due montagne, che si osservano fiere dalle opposte rive, condividono la stessa incredibile storia e gli stessi straordinari protagonisti.

Credo di essere davvero fortunato ad essere cresciuto in un luogo tanto speciale: posso essere felice ed orgoglioso di avere speso tempo ed energie per “addantrarmi” in tutto questo. Davvero una meraviglia!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: Complimenti a Giorgio Orsucci per la foto e per il suo sito: http://www.orsu.it

Due passi in Tacchi

Due passi in Tacchi

DSCF6475“Ci serve un po’ di relax!” Con questa idea Mattia ed io abbiamo disertato il consueto appuntamento del Venerdì con le pareti dei Corni di Canzo e, complice anche il mal tempo, ci siamo rifugiati in grotta.

Le grotte sono un ambiente davvero difficile ma, se affrontate nel giusto modo, offrono la possibilità di rilassarsi come in superficie non potreste fare. Quando si arrampica, nonostante si sia legati l’uno all’altro, si finisce per passare lunghe ore stando appesi e distanti, a parlarsi solo urlando i comandi o confrontandosi quando ci si da il cambio alle soste.

In grotta la progressione è diversa e più ravvicinata, nell’assoluta quiete si riesce a chiacchierare ed anche i pozzi, le calate o le risalite, diventano momento d’incontro in cui scherzare: nel buio la luce del compagno è qualcosa da cui non si allontana quasi mai. In grotta ci si rilassa ma di certo si riposa, anzi, si fa una fatica infame!

Molto “easy” siamo andati a fare una capatina alla Tacchi, una delle due grotte a cui si accede dal centro di Zelbio. La grotta si estende per nove chilometri ma, per via dei sifoni pieni d’acqua, è possibile addentrarsi per lo più solo per il primo chilometro.

La Tacchi è la prima grotta in cui entrai con il Corso dello Speleo Club CAI Erba (SCE) e da allora non ero più tornato a visitarla. Non è una grotta particolarmente impegnativa, nel suo sviluppo (almeno quello più comune) si affrontano pochi passaggi tecnici: due calate, un traverso ed un passaggio aereo su di una profonda forra. Con il corso impiegammo una giornata intera mentre ora, con un po’ più di pratica, è possibile esplorarla comodamente nello spazio di un pomeriggio (se la conoscete e siete allenati!).

Quest’inverno la grotta è stata tuttavia protagonista di un incidente che è costato la vita ad uno speleologo valdostano e che ha richiesto l’intervento del Soccorso Alpino Speleologico. La grotta, inevitabilemente, mostra ancora tutti i segni lasciati dalle operazioni di quello che tragicamente è stato un “recupero” e non un “salvataggio”.

Come tutti hanno potuto vedere nella recente azione di soccorso compiuta dalle squadre internazionali in Germania (Grotta Riesending-Schachthöhle, Baviera) gli interventi di soccorso in grotta sono tra i più complessi e lunghi a cui il soccorso alpino deve far fronte.

Durante la nostra discesa è stato infatti possibile osservare dove sono stati attrezzati nuovi armi e dove è stato necessario intervenire per permettere il passaggio della barella. Osservare la complessità del loro operato aiuta a capire come il Soccorso Alpino meriti tutta la nostra stima e gratitudine.

Purtroppo il luogo dell’incidente racconta una storia semplice e drammatica. In un ramo della grotta scorre un piccolo torrente sotterraneo. Al nostro passaggio l’acqua era tanto scarsa che se ne sentiva solo il rumore sotto i sassi. Tutto il passaggio, soffitto compreso, mostra i segni della violenza che in quel punto può sprigionare l’acqua quando la sua portata aumenta in seguito alle piogge. La tragedia è purtroppo nata da una banale scivolata che ha fatto cadere l’uomo in un turbine d’acqua in cui non poteva trovare scampo. Anche nei reami sotterranei la vita è spesso incomprensibile ed imprevedibile: amen.

Visto che il livello dell’acqua era decisamente scarso abbiamo proseguito fino al primo sifone. Sulle sponde del lago sotterraneo ci siamo seduti a chiacchierare osservando l’acqua cristallina che si perde tra le volte e che si inabissa diventando sempre più profonda.

Nel 2012 un freddo eccezionale portò la temperatura del San Primo a -30° e i cinque sifoni si vuotarono dall’acqua che normalmente li inonda. Un evento che era stato in parte osservato solo nel 2003. I gruppi speleo si diedero da fare per cogliere l’opportunità dando vita ad un’esplorazione storica che finalmente permise di collegare la Tacchi alla Stoppani. Anche Mattia in quei giorni aveva fatto visita a quei sifoni vuote e per questo ascoltavo il suo racconto di quell’evento eccezionale.

Sulla via di ritorno siamo stati a visitare anche il sifone posto a valle. Prima di superare la forra abbiamo iniziato a sentire delle voci e poi si sono intravvisti bagliori di luce: “C’è vita!”. Sulla via del ritorno abbiamo incontrato altri tre spleo che stavano scendendo. Quando in grotta parli con qualcuno devi spegnere la frontale oppure evitare di abbagliarlo guardandolo direttamente: per questo, quasi avvolti dalle tenebre, ci siamo fermati tutti insieme a chiacchierare per un po’.

Entrati alle tre siamo usciti alle sei e mezza: un giretto in relax…

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps:Qui trovate il racconto di uno dei protagonisti della storia congiunzione del 2012:
http://www.scintilena.com/giunzione-storica-sul-pian-del-tivano/02/12/

Vie Alpinistiche Corni di Canzo

Vie Alpinistiche Corni di Canzo

luigi_parediLa «Riconquista dei Corni», un avventuroso ed ambizioso progetto teso alla riscoperta alpinistica dei Corni di Canzo. Ancora una volta “due di asso” sono stati protagonisti delle storie di “Cima”: il fortissimo Mattia Ricci ed il casinista Davide “Birillo” Valsecchi, che è colui che scrive qui per voi.

Abbiamo fatto davvero tanta strada e la maggior parte di essa è stata verticale e strapiombante! In questo lungo viaggio abbiamo cercato di unire tutte le informazioni che riemergevano dal passato con ciò che siamo riusciti a raccogliere lanciandoci spesso nell’ignoto.

Fotografie, filmati, schizzi e racconti. Ecco il frutto di questo lungo viaggio, ecco la testimonianza che vogliamo lasciare a beneficio di chi affronterà nel futuro queste salite spesso dimenticate. Nella foto qui in alto appare mio nonno, Luigi Paredi. In un racconto degli anni ’70 scritto da Pietro Paredi, Guida Alpina emerita di Valbrona, si legge a proposito di mio nono: “Da lui ebbi l’incitamento ad iniziare questa mia attività. Da lui ebbi sostegno morale in ogni mia impresa.”  Spero che questa raccolta possa conservare il suo stesso spirito e continuare ad essere di incitamento e sostegno come lo fu lui per molti giovani.

Ora parliamoci chiaro: se cercate gloria e fama il mondo è pieno di montagne dal nome altisonante, andate altrove! Ai Corni di Canzo troverete solo rogne, pericoli e fastidi. Toccherà a voi ignorare le critiche e comprendere il valore di ogni piccolo passo in avanti che saprete compiere. Tuttavia, se vi troverete su quelle pareti appesi nel vuoto, a tenervi conforto ci sarà quella strana sensazione di essere parte di “qualcosa”, vi sentirete vicino quei pochi che prima di voi si sono avventurati nella vostra stessa ardimentosa ricerca attraverso quelle onde di roccia.

I Corni esigono prudenza e rispetto, se vi trovate nei guai perdete il rispetto ma mai la prudenza. Nascoste tra le piante, alla base delle pareti, ci sono vecchie lapidi che rimarcano un monito da non trascurare. Detto questo tenete la testa sulle spalle e godetevi la vostra meravigliosa avventura.

Davide “Birillo” Valsecchi

birillo_e_mattia
Davide “Birillo” Valsecchi e Mattia Ricci

Le vie ripercorse:

  • Parete Fasana:

via Longoni-Corti – 20 Giugno 2014
via Fasana – 1 Luglio 2013
– via Attilio Piacco: primo tentativo – 24 Luglio 2013
– via Attilio Piacco: secondo tentativo – 6 Settembre 2013
via Cris – 10 Luglio 2013

  • Corno Orientale

via Luigi Paredi – 4 Maggio 2014
via Stella Alpina – 11 Aprile 2014
via Dell’Oro – 15 Marzo 2014

  • Corno Centrale (Settore Desio)

Torre Desio: via Irma – 16 Aprile 2014
Torre Desio: Camino Fasana – 23 Giugno 2013
via Corvara – 16 Aprile 2014
– Torre Desio: Spigolo Palfieri – 8 Agosto 2014
via Paredi-Canali – 27 Settembre 2014

  • Corno Occidentale

via Valbrona ’89 – 28 marzo 2014
via Attenti a quei due (Prima ripetizione invernale) – 21 Dicembre 2013
via Attenti a quei due (Variante SEM) – 25 Ottobre 2013

  • Gruppo dei Pilastri

Via del Camino – 27 Giugno 2013
Normale al Pilastro Maggiore

A queste possono essere aggiunte le seguenti vie del nostro territorio e quelle effettuate nello stesso periodo:

Grignetta – Sigaro Dones e Maniaghi: Via fasana + via Spigolo Dorn + via Bartesaghi – 8 Novembre 2013
Medale: via Cassin – 29 Novembre 2013
Dito Dones – 15 Dicembre 2013
– Moregallo: Torre Floreanna – 10 Gennaio 2014
– Buco del Piombo: Molteni Valsecchi – 24 Gennaio 2014
– Buco del Piombo: Diedro Scarabelli – 14 Febbraio 2014
Medale: via Taveggia – 7 marzo 2014
Val di Mello: Il risveglio di Kundalini – 16 Maggio 2014
Val di Mello: Luna Nascente – 19 Luglio 2014

Parete Fasana: via Longoni-Corti

Parete Fasana: via Longoni-Corti

Il nome di Angelo Longoni compare tra gli apritori di numerose storiche vie sulla Grigna mentre Augusto Corti era niente meno che il compagno di Riccardo Cassin durante il suo attacco al Sasso Cavallo. Il loro nome si aggiunge a quelli di tanti altri grandi alpinisti che in passato hanno onorato i Corni di Canzo “firmando” sulla loro difficile roccia vie sempre più ardite. Da Fasana a Bonatti: i nostri “tre cucuzzoli” sono una biblioteca dimenticata affollata di piccoli segreti da riconquistare con pazienza ed una certa dose di coraggio.

Era il 6 Agosto 1944 quando Longoni e Corti diedero l’assalto alla Parete Fasana tracciando una nuova linea se risaliva sfiorando il grande tetto centrale. Settant’anni dopo Mattia ed Io eravamo di nuovo alla base della grande parete.

“In effetti a guardala dal sentiero fa una certa paura, se però ti posti di lato e la guardi di traverso fa sempre paura ma forse un po’ meno”. Ecco le nostre significative osservazioni tecniche mentre iniziavamo ad imbragarci. Prima dell’attacco due lapidi, una a memoria di Cesare Guerrini ed una per Carlo Claris, ci ricordano come la natura dei Corni sia tutt’altro che docile e perchè, dopo anni di gloria, le sue pareti siano via via andate dimenticate.

DSCF6374
L’attacco è su roccia a tratti fragile e spesso piena di terra ed erba. Il primo tratto del tiro è infatti insidioso e delicato, la seconda parte insegue delle fessure verticali (un primo passaggio VI+ ed un sucessivo VII ) ed attraversa verso sinistra fino a raggiungere la base del primo diedro. Piacevolmente la sosta è stata attrezzata con una coppia di spit, questo sopratutto perchè lungo tutta la via le protezione sono tutte a chiodi molti dei quali “originali” anni ’40.

Il successivo diedro risale verticale per poi diventare strapiombante prima dell’uscita. Il tiro è piuttosto “violento” sopratutto perchè l’interno del diedro è invaso dalla terra e per trovare i vecchi chiodi è necessario scavare e cercare tra l’erba.

Mattia, in piedi sopra la sosta, si è messo a cercare con la mazzetta il primo chiodo: “I vecchi mica erano bigoli: qui un chiodo devono avercelo messo per forza!” A furia di scavare nella terra un vecchio chiodo ad anello riemerge alla luce: “Vedi che te lo dicevo! Eccolo! Certo che non erano bigoli …e se lo abbiamo trovato forse tanto bigoli non lo siamo neppure noi!” Quando sei appeso nel vuoto a dei pezzi di ruggine trovi il modo di sghignazzare sopratutto delle piccole cose!

Più sopra la faccenda si fa magra e cerchiamo di integrare con friend e nat. Un dado abbandonato ed ancora saldamente incastrato nel diedro diventa la sola risorsa azzerabile lungo tutto il passaggio di VI+ che porta fino allo strapiombo.

Giorgio Tessari, uno dei grandi alpinisti di Valmadrera, nel 1979 descrisse la via aggiungendo come nota:“Per le parecchie ripetizioni presenta qualche chiodo di troppo”. Ho incontrato Tessari solo una volta senza però avere la possibilità di parlare di arrampicata o dei Corni. Guardando nei suoi profondi ed intensi occhi azzurri ho percepito quanto estrema fosse l’epopea alpinistica dei suoi tempi: ci siamo stretti la mano e senza nemmeno conoscerci sono volate scintille nei nostri sguardi.

“Presenta qualche chiodo di troppo”. Ho idea che i “grandi vecchi” conservino intatto il loro invdiabile spirito combattivo. Tessari ha in curriculum “prime invernali assolute” compiute negli anni ’70 sulla Nord del Cengalo, del Badile e del Civetta: non è assolutamente un alpinista con cui confrontarsi alla leggera!

Sulla nostra pelle abbiamo imparato a dare il giusto metro alle vecchie relazioni, sopratutto perchè la maggior parte di esse furono redatte da fuoriclasse ed ormai sono terribilmente datate. “Ma dove cazzo li avrà mai visti tutti ‘sti chiodi!?”: questo, in tutta onestà, è stato il motto della nostra salita…

Dopo il primo strapiombo sull’uscita del primo diedro (VI+) si attacca un’altro impegnativo passaggio verso sinistra (VII+) che porta alla sosta. In quel punto ci si trova praticamente alla base del grande tetto bianco e si può ammirare la “folle” fila di chiodi a pressione che contraddistingue l’ultimo tiro della via “Diretta Città di Cantù”. La parete Fasana assume una fisionomia davvero inaspettata: da quel particolare punto d’osservazione si scorgono guglie e fiamme che dal basso sono quasi impercettibili. Sul lato destro invece si può ammirare, e non vi è espressione più calzante, la straordinaria linea di “Fasanetica”, una via sportiva aperta dal basso nel 2004 da Giacomo Rusconi e Fabrizio Pina (8a, 6b+ obbl.)

Il terzo tiro è una rogna, o meglio, ha tutte le caratteristiche per esserlo ma, fortunatamente per noi, non lo è stato. Dalla sosta ci si deve spostare sulla sinistra aggirando una fiamma di roccia dall’aspetto tremendamente precario. Si riesce a rinviare oltre e poi si deve “abbracciare” questo monolite alto un metro e mezzo staccato dalla parete, traversare a sinistra per poi rimontarci sopra in piedi. Da lì ci si allungarsi verso un vecchio chiodo al centro di una strapiombante placca a ridosso del grande tetto.

La fiamma appare fragile e crepata, se vienisse a basso oltre a fare un vero disastro è probabile che la via non sia più ripetibile senza aggiungere altri ancoraggi per azzerare. Quel monolite fa davvero paura e lo conferma come, nella concitazione del momento, nè io nè Mattia abbiamo pensato di scattargli una foto.

DSCF6408

Nello spazio di tre chiodi si superano quasi sei metri di strapiombio (VIII-) guadagnando l’accesso al piccolo diedro successivo, anch’esso sormontato da un piccolo tetto. La via originale probabilmente puntava direttamente all’uscita ma qualche anima pia, alquanto avveduta, ha fortunatamente spezzato il lungo tiro piazzando una più che idonea sosta a spit (ottima scelta!!).

Il quarto tiro, quindi, affronta un diedro che conduce fino all’ultimo tetto sotto il quale si trova ancora la vecchia sosta a chiodi del tiro originale. Il diedro è un V+ ma le protezioni sono ormai andate perdute e vanno integrate: tutto ciò che è rimasto è un fittone ad anello che si piega in modo ragguardevole!

Giunti alla vecchia sosta si piega verso sinistra raggiungendo la pianticella visibile fin dal basso e raggiungendo finalmente la cresta. La sosta finale è un anello su un solo fix che Mattia ha opportunamente rinforzato con una fettuccia ed un cordino alla piantana del Soccorso Alpino posta poco più sotto. L’uscita è al fianco della grande clessidra che si scorge in contro luce da basso e che appare evidentissima quando il sole alle spalle lascia filtrare la luce.

Quattro tiri, 105 metri di parete e sei ore di battaglia! Non male per un’avventura ai Corni di Canzo che abbiamo davvero goduto!! Tessari la riporta come fattibile in tre ore e questo mi fa pensare che probabilmente non saremo mai “forti” come i grandi che ci hanno preceduto, tuttavia nella storia della nostra montagna credo che una piccola menzione ce la siamo meritata, quantomeno per impegno, dedizione ed affetto nei confronti di questi tre “cucuzzoli” a volte dimenticati.

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Longoni-Corti, Parete Fasana Corni di Canzo.
Ripetizione del 20 Giugno 2014.
Mattia Ricci (primo di cordata) e Davide “Birillo” Valsecchi

Sopraluogo Val Pesarina e Passo Crostis

Sopraluogo Val Pesarina e Passo Crostis

Una vecchia Panda 4×4 Trekking del 1999, blue. Questo piccolo gioiellino appartiene a mio padre: per oltre un anno è rimasto in una stalla ed per un altro anno nel garage di un meccanico a Comeglians. Mio padre mi ha spedito a riprenderlo e così, giusto per testarlo, abbiamo fatto il pieno e ci siamo messi in marcia.

“Bru, ti va di vedere le montagne dall’altro versante?” Come una coppietta di anziani su di una macchina d’epoca abbiamo dato inizio al nostro viaggio (Bruna aveva la persino la sciarpetta!). Il pandino ancora conserva il profumo della stalla ed il volante appare più simile al timone di una nave visto che in curva si deve agguantarlo a due mani per domarlo nella direzione giusta. I freni fischiano ma funzionano. La velocità massima non supera i 60km orari (80 se il rettilineo è in discesa) ma questo rende uno spasso d’atri tempi ogni metro conquistato!

Da Forni Avoltri su fino a Sappada e poi di nuovo giù, lungo il Piave, verso Santo Stefano di Cadore. Poi, costeggiando le montagne, abbiamo imboccato il Passo Campigotto risalendo su per la valle lungo una strada che ancora porta i segni del passato inverno. Una volta in val Pesarina eravamo alle spalle delle Montagne che sono di rimpetto rispetto a Forni Avoltri: il Sierra, la Creta Forata ed il Cimon.

Superato il passo si scende verso Prato Carnico e le montagne scompaiono inghiottite dal verde che avvolge le strade. Credo che ad Aprile il giro d’Italia sia passato di qui e che l’attività principale della valle siano gli orologi visto che ogni casa ne espone uno enorme sulla facciata.

Giunti a Comeglians, dopo quasi 90 km in panda su e giù per le valli, Bruna ha visto un cartello: “Monte Crostis, panorama delle vette”. Questo ha fatto sì che la nostra spedizione si inerpicasse su per il passo Crostis.

Questo passo è destinato a diventare una meta leggendaria per i ciclisti e, sebbene non sia amante di questa categoria, non posso che condividerne le ragioni: il passo parte da 650 metri di quota e raggiunge i 1980 metri attraverso tornanti e pendenze che sfiorano il 18%. Un viaggio infinito e terrificante che emerge dalle verdeggianti pinete fino ad un eccezionale terrazzo tra le vette. (Forse prima o poi tenterò il mio amico Cristian a farlo in tandem!)

Il passo era ancora ufficialmente e formalmente chiuso e questo faceva si che fossimo soli in quell’angolo di mondo. Lungo la strada si incontrano alberi abbattuti e massi che con un auto più grande della panda potrebbero essere un problema. Una volta raggiunta la cima ci si deve comunque arrendere perché il proseguo della strada è ancora invaso dalla neve.

Dalla cima si vedeva il Coglians ed il Volaia, sopra di loro nuvole minacciose scaricavano fulmini verso il basso. L’idea di essere sorpreso sul passo dal temporale non mi affascinava e così, dopo la foto di rito, abbiamo ingranato pazientemente la seconda ed abbiamo iniziato a scendere.

Tutto sommato direi che il vecchio pandino se la cava ancora egregiamente bene!

Davide “Birillo” Valsecchi

Sopraluogo alla Forra

Sopraluogo alla Forra

Visto il caldo imperante siamo andati al fiume dove, grazia al suo respiro fresco, abbiamo alleviato la calura: da queste parti l’acqua è viva, gelida ed impetuosa. Il Rio Bordaglia è il torrente che raccoglie le acque provenienti dai Monti Navagiust, Chiastronat, Creta di Bordaglia, Volaia, Ombladet e PizForchia. Il torrente nasce nei pressi del Passo Giramondo, un valico che unisce la valle del Degano a quella del Gail in Austria.

Il tempo e l’opera degli antichi ghiacciai hanno scavato profonde forre nella roccia calcarea che, come nelle nostre montagne lariane, ha origine dai sedimenti marini. Pensare che siano stati il mare ed il ghiaccio a formare le montagne è qualcosa che trascina la mente fuori dal tempo, fuori dallo spazio. Forse davvero le montagne sono vive e la loro storia, pluri-millenaria, è densa di eventi e trasformazioni pari a quelli delle creature più piccole, solo il ritmo del tempo è differente. Anche le montagne si muovono, si fondono con i propri simili, viaggiano: forse noi invidiamo la loro persistenza e loro la nostra velocità. Strane creature le montagne.

Davide “Birillo” Valsecchi

Sopraluogo al Coglians

Sopraluogo al Coglians

Alle quattro del mattino sgattaiolo fuori dal letto e mi fiondo in cucina: Bruna dorme, io ingollo un’abbondante colazione e con un sol gesto inforco lo zaino e la porta. Alle cinque sono al rifugio Tolazzi, quota 1350m. La luce già irrompe nella valle mentre a tutta forza risalgo verso la malga Morareto ed il Rifugio Marinelli, quota 2120m.

Alle sette sono finalmente alla base del nevaio e davanti a me scattano quattro camosci che si lanciano come fulmini sulla neve. Infilo il casco e l’imbrago, calzo i ramponi ed impugno la mitica “Grivel”, la picozza da combattimento che ho in dono da Simone.

Passo dopo passo mi alzo sulla neve. Il Coglians è tutto per me e la solitudine sulla montagna è assoluta. Non ero mai stato quassù con la neve e non sapevo bene cosa aspettarmi: oltre ad essere solo, ero immerso e concentrato nella scoperta.

La neve era buona, temevo fosse gelata al mattino e che mollasse all’arrivo del sole: per mia fortuna era compatta ma non dura. Dopo il primo lungo strappo segue un piccolo spiazzo che si allunga nuovamente verso l’alto fino all’attacco dello strappo finale.

L’ultimo tratto mi era stato descritto come molto ripido ed impegnativo, fortunatamente non era così duro come me l’ero immaginato sebbene la pendenza non sia affatto da sottovalutare. Traversando e risalendo in verticale ho puntato diretto alla cima raggiungendo la leggendaria campana che domina i 2780 metri del Coglians.

Alle 8:56 ero in cima, dopo quattro ore esatte e 1430 metri di dislivello: non male per una fuga all’alba!

Seduto sotto la campana mi sono abbuffato di fichi secchi godendomi il magnifico panorama. Le cornici sul lato nord erano ancora davvero considerevoli e potevano trarre pericolosamente in inganno chi non conosca la cima! (attenzione!!)

Lassù in vetta ho voluto dedicare un attimo di raccoglimento e due suoni di campana agli amici, soprattutto alpinisti, che quest’anno sono caduti inseguendo il proprio sogno: “Ogni morte d’uomo mi riduce, perché io faccio parte dell’umanità. E, dunque, non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te.”

I ramponi alla lunga mi danno impiccio, così li ho tolti ed ho iniziato la mia discesa inseguendo un crinale di roccia libero dalla neve. Giunto sul canalone sottostante ho iniziato a sciare pattinando allegramente sui mei scarponi lungo un’esclusiva pista di oltre un chilometro.

Finita la neve ho rinfagottato tutto il mio equipaggiamento nello zaino e sono sceso a perdifiato lungo i prati. Alle dieci una veloce telefonata: “Hey Bruna! Sono di ritorno! Facciamo colazione?”

Davide “Birillo” Valsecchi

Sopraluogo al Volaia

Sopraluogo al Volaia

DSCF6020

Bruna sembra avere la meglio visto che in nessuna “spedizione” seria si potrebbe smontare dalla branda alle undici del mattino! Tuttavia, nonostante le difficoltà di fuso orario, sono riuscito a mettere la nostra piccola squadra in moto e a puntare verso il versante Ovest del Coglians ed il Passo Volaia.

L’inverno quest’anno è stato davvero eccezionale ed i segni del suo passaggio sono ancora ben visibili nella quantità di neve che ancora è ammassata e nella quantità di disastrii che si è lasciata alle spalle.

Per salire al passo abbiamo seguito la mulattiera che, sgombra dalla neve, ci ha permesso di raggiungere in fretta il confine con l’Austria. Il rifugio Lambertenghi, posto poco sotto il passo, ha preso parecchi “schiaffi” quest’anno. Ancora circondato dalla neve ha subito davvero parecchi danni. In alcuni punti lo spiovente del tetto è stato letteralmente piegato dalla neve mentre una parte della copertura è stata strappata e trascinata nella valle sottostante. Oltre a questo inconvenienti minori come pali o ringhiere completamente divelte.

Avevo promesso a Bruna l’azzurro del lago Volaia ma la neve ed il ghiaccio la facevano ancora da padroni stingendolo in una morsa bianca. Il lago è a 2470 metri di quota: immaginatevi una massa azzurra d’acqua posta all’altezza del Rifugio Brioschi sul Grignone e stretta tra due pareti rocciose che si innalzano per altri cinquecento metri. Ecco due foto a confronto: una scattata la scorsa estate ed una ora.

1

DSCF6043

Anche il rifugio Austriaco era chiuso e così, dove aver goduto dell’inconsueto sole di questi giorni, abbiamo fatto ritorno verso valle. Lingue di neve invadono in ogni dove il sentiero, la quantità di alberi spezzati e travolti è davvero impressionante. Credo che la neve qui abbia davvero passato i dieci metri senza alcuna difficoltà!

Le cime sono ancora imbiancate di neve e le vie di salita normali hanno ancora caratteristiche invernali: un vero spettacolo!

Davide “Birillo” Valsecchi

 

Theme: Overlay by Kaira