Il giardino proibito

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Esistono luoghi in cui non sono mai stato sebbene li abbia a lungo osservati da lontano: alcuni di questi sono inaccessibili, altri invece mi sono preclusi perché incompatibili alla mia natura. Tuttavia la mia inquietudine esigeva attenzione ed il tempo incerto, minacciando temporale,  favoriva una sortita in completa solitudine.

Come un penitente mi sono incamminato verso San Miro e l’ignoto:“Non c’è nulla di fattibile lassù” è quello che mi hanno ripetuto più volte. Risalivo il crinale dopo aver attraversato il fiume e ripetevo a me stesso: “Smettila di mugugnare, te lo sei guadagnato sui Corni il diritto di venire a curiosare qui”. Mi sentivo come quando da bambino sfidavo i ragazzi più grandi: sapevo che era sbagliato, sapevo che non potevo vincere, ma sapevo anche che non avrei perso e che non mi sarei arreso.

“E’ tutto nella tua mente, ragazzo: è lì che nascono e crollano i tuoi limiti” Nella mia ingenuità  non conoscevo nemmeno il sentiero ed arrancavo tra la boscaglia inseguendo un miraggio che si sollevava oltre la cima degli alberi. Dove stavo andando? Ero diretto nella grande arena, nel giardino proibito.

Nella più assolta solitudine emergo dal bosco e davanti a me esplode la grande parete di roccia ed i suoi tetti strapiombanti. Sono nel “Giardin di Fraà”, non avevo mai neppure osato avventurarmi fin quassù.

Sulla parete brillano i fix, i rinvii e le corde fisse lasciate sulla parete. Davanti a me ci sono 29 vie: la maggior parte di esse sono 7c, 8a e 8b, tutte a strapiombo. Gradi di difficoltà assurdi che rimarcano in modo netto l’assoluta differenza tra alpinismo ed arrampicata. Le protezioni sono ottime ed il rischio, se si opera correttamente, è minimo. Non vi è neppure la tensione della salita, l’ansia per il tempo, la roccia friabile o l’imprevisto. La via è chiara, non puoi sbagliare o perderti tra la roccia. Venti metri in salita e venti in discesa mentre il compagno ti cala. Non devi dare “battaglia senza quartire” per tornare a casa, per la tua vita o quella del tuo compagno. Puoi smettere quando vuoi, restare appeso a riprendere fiato, studiare il passaggio: basta dare voce al compagno e tutto finisce fino alla prossima volta.

Non c’è nulla di eroico o di drammatico, ma guardando quella roccia ti rendi conto che non c’è neppure nulla di semplice. Per superare quell’assurdamente incredibile si deve cercare una profondità nuova, un’assoluta intensità del gesto ed equilibrio del movimento. Il destino ha voluto che nella val Ravella, nel centro dei Corni di Canzo, nel cuore del mio mondo, si innalzi una tale magnificente mostruosità. Potrei davvero fare finta di non averla vista?

Se il tempo non fosse tanto incerto ai piedi delle pareti avrei trovato i “fortissimi”, quelli con le scarpette strette, a dorso nudo, con le mani inbiancate di magnesite ed il fastidioso accento milanese di chi crede di saperla lunga. Ci saremmo salutati, forse avremmo scambiato due parole o forse mi avrebbero semplicemente guardato come un forestiero. Credo di non avere niente in comune con loro: è come se fossimo di due tribù differenti, di due nazioni in lotta. Oppure è solo la paura che alimenta la diffidenza?

Mattia ed io abbiamo riconquistato i Corni, ci siamo avventurati là dove pochissimi, se assennati, si spingono ancora. Dubito che chi arrampica su questa falesia possa fare lo stesso, tuttavia è altrettanto vero che al momento non ho modo di vincere quei tetti strapiombanti così come fanno loro. Troverò l’umiltà e la pazienza per imparare?

Dicono si debba accettare la sconfitta se si vuole ottenere la vittoria: per vincere qui dovrei ricominciare da capo, ricominciare dalla basi ed avventurarmi in un mondo quasi sconosciuto. Ma la domanda a cui cerco di dare risposta è semplice: “Come puoi cercare altrove se i mostri da battere sono ancora tutti qui?”.

Osservo la roccia, il pittoresco riparo di sasso ricavato sotto una sporgenza conca. Osservo dove hanno bivaccato, dove hanno fatto fuoco o dove riposano probabilmente chiacchierando. Mi aggiro nel cuore di un accampamento che non è il mio cercando di imparare.

Alzo lo sguardo: “Quei tetti non posso superarli ma una via normale la trovo di certo per arrivare là in cima!” Mi avventuro nel bosco risalendo lungo il crinale destro e visito il grande terrazzo erboso che attraversa la parete. Davanti ad una corda fissa mi devo fermare: è l’uscita delle vie ma i quaranta metri di vuoto sotto di me sconsigliano di tentare la traversata da solo.

Mi sporgo in fuori e mi chiedo se esista una via, magari alpinistica, che risalga fino alla cima. Una linea che superato il primo tetto attacchi il secondo ed esca oltre la parete. Deciso a scoprilo torno ad arrampicare a destra uscendo tra le roccette ed i canali fino al grande piano erboso che sovrasta l’anfiteatro roccioso.

Con molta prudenza mi avvicino al ciglio e curioso di sotto. La roccia si fa meno compatta, e gli sfasciumi riempiono tutti i terrazzi ed i passaggi. “Dubito che chi arrampica senza casco si avventuri lì in mezzo a quei sassi appoggiati. Forse solo sulla parte a sinistra: là la roccia sarebbe abbastanza compatta fino all’uscita”.

Oltre la parete, minuscolo, spicca il tetto della chiesetta di San Miro. Mi siedo e guardo l’orizzonte. Davanti al me, oltre la valle, il Prim’Alpe. Alle mie spalle, tra la nebbia, i Corni di Canzo. Sotto i miei piedi un vuoto tutto da vincere. Sospiro riflettendo mentre scuoto la testa: “Potrebbero volerci anni per riuscire a chiudere forse una sola di queste vie. Devi trasformare di nuovo il tuo corpo, riallineare la tua mente. Non sei più così giovane: ti costerà fatica e dolore cambiare ancora.” Tuttavia qual’è il senso di un sfida se non il cambiamento stesso?

Chi arrampica ai Corni arrampica ovunque, ma chi ai Corni arrampica ovunque ha bisogno di arrampicare altrove? Seduto nella mia follia non potevo che pensare a tutte le volte che ho osservato dal basso la grande parete Fasana: sembrava impossibile anche allora ma in qualche modo è stata trasformata in realtà. Il “giardino proibito” resterà per me una chimera inarrivabile o un giorno, seduto di nuovo sul ciglio, sorriderò di ciò che è stato? “E’ tutto nella tua mente, ragazzo: è lì che nascono e crollano i tuoi limiti” E’ ora di ricominciare a cambiare.

Davide “Birillo” Valsecchi

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