Una birra con i Fratelli Rusconi

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Bruna smonta dal turno di notte e così lascio che dorma un po’. Di tanto in tanto mi infilo nel letto per rubare un po’ di caldo e sonnecchiare un po’ anche io. Alle tre pranziamo “al sacco” sul tavolo della cucina e decidiamo di fare una puntata ai Corni per godere dell’ultimo sole. Chiamo mio fratello ed arruolo anche lui: la “squadra mezze seghe”, così come i miei due compagni hanno scelto di chiamarsi, è al completo!

Sono le cinque quando saliamo da Oneda: tutti i gitanti hanno piacevolmente già liberato il campo e solo gli ultimi si attardano a scendere. Un oretta e siamo a Pianezzo, i prati sono invasi dal giallo dei fiori e la luce bassa sull’orizzonte disegna stupende ombre sulla sagoma delle Grigne.

“Bene squadra, scegliete: puntata veloce sulla cima del corno centrale o birra alla SEV”. Mio fratello, complice con Bruna, ride e risponde deciso: “Sei un pessimo motivatore! La birra vince sempre!” Insieme ci infiliamo dentro il rifugio ed ordino tre lattine di birra, tre gazzosini e tre boccali grandi: il necessario per la leggendaria Panaché dei Corni!

DSCF5382Nonostante l’ora il rifugio è affollato, una squadra del CAI di Porto Gruaro si ferma infatti per la notte. Tra loro una figura che mi pare nota: ad accompagnare il gruppo c’è infatti Giorgio Tessari di Valmadrera. Tessari, capelli bianchi ed acuti occhi azzurri, è uno dei protagonisti della leggendaria epopea alpinistica dei Fratelli Rusconi ed uno dei più eminenti veterani dei Corni.

Mentre siamo seduti al tavolo con le nostre birre in mano, Tessari accende il video e per la gioia dei suoi ospiti (ma anche nostra!!) mostra un magnifico documentario sulle salite Invernali dei fratelli Gianni ed Antonio Rusconi. Salite che per complessità ed importanza alpinistica portarono i veterani dei Corni alla notorietà nazionale ed internazionale. Percorsero prime ed importantissime salite invernali ma anche e soprattutto tracciarono nuove vie invernali di assoluto prestigio come la “Via dei cinque di Valmadrera” sulla Parete Sud del Cervino, la “Attilio Piacco” sulla Nord del Pizzo Cengalo o la meravigliosa “Via del Fratello” sulla parete Est-Nord-Est del Pizzo Badile.

Gianni e Antonio Rusconi, Gianbattista Crimella, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica, Gian Battista Villa, Elio Scarabelli. Se la leggenda vuole che “Chi arrampica ai Corni arrampica ovunque” è anche grazie a loro!

Pizzo Badile, Inverno 1970 — Antonio non risponde. “Cento metri e siamo in vetta!” Per superare quei cento metri, impiegheremo otto ore e mezzo. Salgo alla cieca. L’incrostazione di ghiaccio sul volto limita la visibilità. Ripulisco con la mano guantata l’occhio sinistro: sopracciglia e ciglia partono. Prima che riesca a ripulire l’occhio destro, quello sinistro è di nuovo ricoperto. Le slavine precipitano a valle, fra la tormenta; il vento turbinoso le ributta su dalla parete dentro l’imbuto nel quale lottiamo; la neve polverosa risale ribollendo fino a noi, ritorna a precipitare. Il vento crea continui vortici sibilanti. Tutto è in movimento; sembra che la parete non debba finire mai. Al termine di un primo tiro faccio sicurezza, recupero Antonio. Mentre salivo è dovuto rimanere fermo ed il ghiaccio l’ha foderato, sembra una bianca statua imbacuccata che si muove. Una maschera gelata gli ricopre completamente il volto. Non vede nulla. È salito seguendo la corda. L’aiuto a ripulirsi. “Non ce la faccio più”, geme, “non ce la faccio più, mi fa male il cuore”. Frugo in tasca, gli faccio inghiottire una delle pastiglie che portiamo sempre. “Dai che ce l’abbiamo fatta già altre volte”. Non mi risponde. “Pensa a Carlo. Era tutto d’un pezzo, lui. E noi gli dedichiamo questa via!”. Seguono un secondo, un terzo tiro. La tempesta acuisce la violenza. Le raffiche ci buttano addosso palate di neve. Ogni volta che Antonio mi raggiunge, devo scrostarlo dal ghiaccio. Il turbine fischia e ulula; per udire la voce del fratello devo accostare l’orecchio alla sua bocca. “Non ce la faccio più!” ripete. Non ho più nulla da dargli. Gli metto le corde sulle spalle; come un automa le prende e le manovra, per forza d’abitudine. Ho due possibilità. Proseguo diritto verso destra, con il rischio che se faccio un volo strappo via anche Antonio; oppure vado su verso sinistra, aggirando un becco di roccia e di neve che sporge e che, al caso, trattenendo la corda mi potrà fermare. Scelgo questa seconda soluzione e prima di arrivare alla forcella scorgo delle rocce nere. Punto verso esse, ma non faccio in tempo a raggiungerle, una slavina mi investe. “Volo!”, urlo ad Antonio, che non mi può sentire. Per non esser strappato via, faccio pressione sulla piccozza, punto i ramponi, dapprima sembra di essere sulla sabbia, poi di colpo, sento che le gambe lavorano, la punta della piccozza tiene, mi fermo, siamo salvi. Ripulisco la faccia dalla neve, scopro di essere trenta metri sotto il punto dove stavo. Riprendo a salire più cocciuto che mai. Nella sfortuna c’è anche un po’ di fortuna: la slavina che mi ha tirato giù ha posto allo scoperto due spuntoni di roccia. Assicuro ad essi due cordini, ricupero il fratello. Un’altra volta lo ripulisco, un’altra volta gli metto le corde in spalla. La vetta sta a trenta metri. Proseguo tastando con la piccozza, ad un certo momento sento il vuoto: sopra di me non c’è più nulla. Sono arrivato in cima. La “via del fratello” è compiuta. Mi inginocchio e prego. Prego con il pensiero, non con le parole. Il vortice delle nubi e della neve intorno a me non mi lascia aprire la bocca; attraverso la nuvolaglia squassata dal vento filtra un raggio di sole. È il momento indescrivibile del compimento di un’impresa, ma l’attimo sublime trascorre fulmineo, è già passato. La realtà mi chiama: noto una specie di cassa formata da due lastroni verticali e ci salto dentro; ricupero velocemente il fratello che viene su alla cieca. “Siamo in vetta”, urlo, “siamo in vetta!”

Questo è un passaggio tratto dal libro “Pareti d’inverno” scritto dal giornalista Aurelio Garobbio e che raccoglie molte delle avventure invernali del celebre gruppo di Valmadrera.

Ascoltare le parole di Gianni Rusconi è stato davvero affascinante: dal suo entusiasmo si capiva come tra le pareti dei Corni e della Grigna, le montagne di casa, avesse avuto la pazienza di creare un gruppo affiatato e solido in grado di affrontare, inarrestabile, straordinarie imprese sulle alpi e non solo (magnifica anche l’avventura in Alaska sul Sant’Elia).

Alla fine dei filmati abbiamo salutato il Signor Tessari e nella luce, resa intensa dalla pioggia, siamo tornati verso casa con la testa colma di magnifiche fantasie. Non male come pomeriggio una birretta ai Corni!

Davide “Birillo” Valsecchi

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