(S)Legati

«Dai, ti porto al cinema!» Io e bruna andiamo d’accordo in questo periodo e così, venerdì scorso, le ho proposto di uscire e di andare un po’ a spasso. Ovviamente resto un “adorabile maschio sciovinista profondamente asociale e socipatico”, quindi il piano era portarla a Civenna alla presentazione di un documentario di montagna. Bruna aveva capito benissimo che era una “trappola” ma ha acconsentito lo stesso con entusiasmo.

Al teatro “Grigna” la sala era affollata di anziani, io e lei eravamo probabilmente i più giovani presenti. In un angolo due ragazzi si aggiustano dei microfoni di scena. Qualcosa non mi tornava: mi aspettavo un documentario, il classico filmino di qualche salita “esotica” da parte di qualche alpinista “semi-indigeno” o qualcosa del genere. Invece, inaspettatamente, ero ad una rappresentazione teatrale!

I due ragazzi salgono sul palco, completamente vuoto, ed iniziano a raccontare una storia aiutati da un unico attrezzo di scena: una corda da arrampicata.

L’inizio è divertente ed i due raccolgono la simpatia di tutti i presenti mentre duettano e danno forma alla storia. All’inizio i nomi dei due protagonisti non mi dicono molto. Quando menzionano Richard, “un tipo strano che venne con noi al campo base”, qualcosa si accende nella mia mente: “Fa che non sia quella storia, ti prego fa che non stiano raccontando quella storia!”

Poi, più si addentravano nel racconto, più appariva chiaro quello che stava per accadere:  Joe Simpson e Simon Yates sul Siula Grande, Touching the Void, la Morte Sospesa. Ero preoccupato, lo spettacolo era divertente ma non avevo idea di come avrebbe reagito Bruna quando la storia avrebbe mostrato la sua natura.

I due sul palco, Mattia Fabris e Jacopo Bicocchi, stanno ancora scherzando, stanno ancora divertendo il pubblico raccontando le prime difficoltà della salita alla vetta. La prima volta che vidi “touching the void” non riuscii a restare seduto e mi agitai inquieto per metà del film:  mi agitavo arrabbiato, sconvolto, felice, commosso, rassegnato. La prima volta che vidi il film ero in casa da solo, piansi lasciando che le lacrime cadessero senza freno sulle guance tese in un ringhio: “Cristo! Lasciati andare, lasciati andare… fermati, ti prego… smettila, non puoi spingerti oltre: arrenditi…”.

Sapevo cosa stava per accadere, ero preoccupato ma anche curioso di vedere come avrebbero fatto a raccontarlo. Finalmente siamo al punto di non ritorno: “Guardai la piccozza, volevo essere sicuro fosse ben piantata nel ghiaccio. La scossi per piantarla nuovamente quando all’improvviso…”.

Non vi racconterò nulla della storia. Mattia e Jacopo l’hanno raccontata anche a chi, come Bruna, non la conosceva. Ma il loro racconto non era semplice espressione dei fatti: i loro gesti, i loro movimenti quasi simbolici, raccontavano qualcosa di più profondo, di più intimo. Oltre agli eventi che caratterizzano quest’incredibile vicenda erano in scena su quel palco i sentimenti, tanto quelli nobili quanto quelli meschini, che corrono universali lungo la corda che unisce due esseri umani in lotta con la montagna.

Mattia e Jacopo avevano a disposizione solo la loro voce, la parola, il gesto ed un lungo spezzone di corda. Guardandoli ero stupido dalla straordinaria potenza narrativa ed emotiva con cui riuscivano ad investirci, con cui riuscivano a dischiudere il senso più profondo di questa avventura umana trascinando tutti noi al suo interno. “Dio mio! Riuscirò mai con la scrittura ad essere altrettanto potente?”

«Mentre gridavo pensavo: “Ecco, a questo punto il gioco è concluso. Non posso più andare oltre. Avevo sbagliato a farmi l’illusione che ci fosse ancora qualcuno. Quando chiamai e non venne nessuno, sentìi che ero finito. In quell’attimo, in cui nessuno mi rispondeva, in quell’attimo, io ho perso qualcosa. Ho perso me stesso!”»

La storia è al termine della sua catartica parabola, io completamente sudato, fisicamente stanco ed emotivamente scosso al pari di come appaiono i due sul palco mentre, in lacrime, si abbracciano. Poi le luci in sala si accendono, scatta un lungo ed intenso applauso, i due smettono di piangere, si abbracciano ancora una volta commossi e si concedono sorridenti al pubblico che li acclama.

“Questo è il teatro? Dannazione che viaggio!” Bruna mi sorride felice stringendomi un braccio, ha imparato a comprendere come siano la postura ed il respiro i “trucchi” con cui impedisco alle emozioni di emergere, di raggiungere la superfice. Sorride, sa che non è stato un viaggio semplice per me ed è felice di avermi accompagnato.

Mattia e Jacopo, seduti serenamente sul bordo del palco, raccontano di come abbiamo portato in scena il loro spettacolo anche nei rifugi e di come, negli ultimi tre anni, abbiano vagabondato tra le montagne raccontando la toccante storia di Joe e Simon.

Ci stringiamo la mano salutandoci: ci guardiamo negli occhi e per un attimo disperato vorrei essere capace di dirgli quanto sono grato per ciò che hanno saputo darci.

Se avete occasione di vedere il loro spettacolo legatevi in cordata con loro ed addentratevi in un’emozione straordinaria. Ancora grazie!

Davide “Birillo” Valsecchi

Per sapere di più sullo spettacolo e sulle prossime date consultate il sito:
http://slegati.wordpress.com/

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