Monte Rosa: Vecchio Scarpone

Se il Signor Koflach volesse omaggiarmi di un nuovo paio di scarponi d’alta quota, in sostituzione a quelli che sono esplosi sabato, gliene sarei davvero molto grato. Comunque sia non posso certo volergliene se mi hanno mollato con i piedi nella neve nel bel mezzo di una salita sul gruppo del Rosa. Un alpinista è responsabile della scelta e dello stato del proprio equipaggiamento: quindi quello che è successo è ineluttabilmente colpa mia.

Quegli scarponi me li aveva regalati mio padre e all’epoca gli erano costati la bellezza di trecentomila lire. Avevo la sensazione di non averli sfruttati a sufficienza sebbene si possa sospettare che un paio di scarponi acquistati nel 1999 (un secolo ed un millennio fa) possano avere qualche difficoltà nel 2014 😉

Scherzi a parte: sapevo si sarebbero rotti e quello era, come lo è stato a tutti gli effetti, il loro ultimo viaggio. Quello che non mi aspettavo è che “schiantassero” così di botto!

Quest’anno in alta quota ho fatto praticamente nulla e così, Sabato, ho colto l’occasione di aggregarmi all’ultima uscita del Corso di Alta Montagna della Scuola Alto Lario. Conosco gli istruttori da quando sono pischello e la salita al Castore era un’ottima occasione per trascorrere in compagnia il week-end.

Visto che non era una salita tecnica e che le previsioni erano incerte ho scartato i miei soliti scarponi optando invece per i più caldi Koflach: «Dai, facciamogli fare un ultimo viaggio prima di cambiarli!». Mai pensiero fu più profetico!!

I Koflach ricordano molto gli scarponi da sci, sono uno scafo di plastica all’interno del quale si infila una scarpetta morbida ed impermeabile. Mentre camminavo, a metà del percorso che porta dal Bettaforca (2227m) al Rifugio Quintino Sella (3585m), ho avuto la sensazione come di inciampare. Mi sono fermato e sconsolato ho osservato il mio scarpone: la base dello scafo in plastica era saltata, la suola era staccata e la scarpetta appoggiava ormai direttamente a terra. «Opps… Ho idea che la mia gita sia finita!!».

Più che arrabbiato ero diverto. Qualche settimana fa al Monte Bianco un alpinista era stato soccorso con l’elicottero perchè al rifugio, durante la notte, gli avevano rubato gli scarponi. La stessa sorte sarebbe toccata anche a me?

Le opzioni erano due: tornare indietro cercando un posto dove dormire a valle (sperando di raggiungere la funivia in tempo), oppure tentare di raggiungere il rifugio (con il rischio di ritrovarsi bloccato prima di arrivarci o di non essere poi in grado di ridiscendere il giorno dopo).

«Vabbè, ormai siam qui…» Con un cordino ed ho cercato di bloccare la suola ed ho indossato i ramponi in modo che imbraghassero lo scarpone tenendolo insieme «Speriamo almeno ci sia tanta neve…». Il lungo tratto su nevaio non si è rivelato infatti un grosso problema, diversamente il tratto sulle roccette, lungo la cresta attrezzata, è stato una manata! Passo dopo passo ho arrampicato sulla cresta lavorando due ore con le punte dei ramponi sulla roccia: una ravanata infinita!

Luca, sempre gentile, insieme a Francesca si era attardato a farmi compagnia mentre arrancavo sulle roccette. Alla fine, ultimo della comitiva, sono finalmente arrivato al rifugio ormai avvolto da una nebbia densa.

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«Birillo! Te l’aveva detto Montezuma che sarebbero andati in pezzi!» La mia prima preoccupazione lungo la salita era la lavata di testa che mi aspettavo da parte degli istruttori: fortunatamente ormai mi conoscono da quasi vent’anni e si sono limitati a prendermi in giro (come è giusto che fosse!!).

Il tempo era incerto e non era affatto scontata la salita del giorno successivo, tuttavia mentre li ascoltavo discutere sul da farsi sapevo benissimo che a me non restava altra alternativa se non quella di tornare indietro. Anzi, il mio ritorno rischiava di essere più problematico della loro salita.

Come di consueto tutti insieme abbiamo cenato e fatto festa prima di buttarci in branda. La sveglia il giorno successivo è suonata alle quattro ed anche io mi sono alzato a salutare i compagni che si apprestavano a partire. Le luci dell’alba mostravano un cielo terso e sgombro di nuvole, le giuste condizioni per la salita.

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Rimasto solo al rifugio mi sono rinfilato in branda: al caldo sotto le coperte osservavo attraverso le finestre la magnifica alba che sorgeva alle spalle del Lyskam. Sono rimasto avvolpacchiato fino alle sette e poi ho iniziato finalmente a prepararmi. Simone e Stefano mi avevano fatto promettere di aspettare il loro ritorno per la discesa: «Non fare l’idiota scendendo da solo con quei rottami! O ci aspetti o portiamo via ciò che resta dei tuoi scarponi!!» Spesso i migliori amici sono anche quelli meno amichevoli!

Dopo aver fatto colazione ho inziato a lavorare sulle mie precarie calzature. Dapprima ho fissato quattro viti del legno sui lati della suola, questo per avere dei punti di ancoraggio con cui bloccarla utilizzando le stringhe e gli occhielli dello scafo. Con un paio di cordini ho fissato poi il centro e la punta ed ho coperto il tutto con del nastro americano che gentilmente mi aveva prestato il rifugista. Con un ultimo giro di nastro, visto che non avevo più stringhe per chiudere gli scarponi, ho bloccato la caviglia. Per toglierli sarebbe servito il coltello ma l’incognita restava quanto avrebbero resistito e cosa sarebbe accaduto se anche l’altro scarpone fosse ceduto di schianto.

Il cielo era azzurro ed il sole caldo, così mi sono avventurato sul pianoro del rifugio cercando di testare l’accrocchio. Normalmente, in un uscita come questa, la salita assorbe e focalizza tutta l’attenzione. Io, al contrario, non avevo alcuno scopo preciso ed ero completamente libero di godermi in assoluta libertà quel momento nel cuore delle Alpi.

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Visto che gli scarponi sembravano tenere sono salito in cima ad una grossa cunetta e, semplicemente passeggiando, mi sono ritrovato di fronte il Cervino. Ancora non sapevo se ce l’avrei fatta a rientrare ma il mio solo pensiero era piuttosto semplice: «Devo trovare una tenda decente: andarsene a zonzo da queste parti deve essere un vero spettacolo!».

Per salire ad una cima è necessario partire all’alba, camminare al buio rispettando i tempi e rientrando il prima possibile: è una corsa contro il tempo e contro gli imprevisti. Ma i miei scarponi rotti mi ricordavano una nozione semplice: «Le grandi montagne richiedono tempo». Il Rosa è davvero una gran bella montagna, forse è anche per questo che l’ultima volta ero rimasto bloccato dalla tempesta per tre giorni al Rifugio Margherita. «Si, richiede tempo ma lo vale tutto…».

Nel giro di pochi attimi il tempo è però cambiato, la nebbia ha cominciato a scavalcare la cima del Castore e la luce si è fatta opaca. I miei compagni, che fino a quel momento erano ben visibili lungo la cresta, ora apparivano distanti ed immersi nella foschia.

Da lì ad un ora i primi del gruppo, di gran lunga più veloci e rapidi degli altri, stavano facevano ritorno al rifugio. «Conviene muoversi. Il tempo sta girando e non ho voglia di farmi sorprendere sulla cresta da un temporale» Confessa Oscar mentre sistema il suo equipaggiamento «La cresta attrezzata non è banale ed i tuoi scarponi sono un handicap da non sottovalutare!». La prospettiva di ritrovarmi scalzo a tremila metri nel mezzo di un temporale su una cresta di roccia era qualcosa che, in effetti, non allettava neanche me!

Così, insieme a Simone e Patrizia abbiamo iniziato la discesa. Dovevo fare attenzione a come caricavo il peso ma, in linea di massima, la mia riparazione sembrava reggere nonostante nuove preoccupanti crepe si aprissero lungo lo scafo.

Il guaio era nato perchè “Birillo è Birillo” ma, fortunatamente, proprio perchè “Birillo è Birillo” tutta quella scomoda situazione si è ridotta ad un dimensione più ludica che problematica. Forse non sarebbe opportuno dirlo, ma io mi sono anche divertito parecchio!

Man mano scendevo i miei scarponi andavano via via sempre più in pezzi. Così rattoppati mi ricordavano gli scarponi logori e distrutti di Speke e Burton durante la loro esplorazione africana alla ricerca delle sorgenti del Nilo: avevano qualcosa di affascinante e pittoresco, di assolutamente atipico (come piace a me).

Poco prima di raggiungere di nuovo la funivia ci siamo imbattuti in uno stambecco che, con una certa indifferenza si è lasciato fotografare: era parecchio che non ne vedevo uno.

DSCF6596Al caldo della funvia abbiamo atteso l’arrivo anche tutti gli altri compagni. L’intero gruppo, per lo più formato da alievi, aveva raggiunto la vetta del Castore, 4225m, scendendo in tempo per evitare il grosso della perturbazione: non male per dei neofiti, bravi!

Prima di salutarci Giuliano, Direttore del Corso, si è avvicinato con la macchina fotografica in mano «Birillo, fammeli fotografare» Dopo aver immortalato i miei poveri Koflach (o quanto ne restava) ha bonariamente scosso la testa «Chissà cosa mai gli abbiamo insegnato in questi anni…»

Ecco la cronaca di una magnifica gita al gruppo del Rosa 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

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