Prima volta al Pilastrello

La guida “L’isola senza nome” descrive la salita al Pilastro Maggiore come «una tappa obbligata per chi muove i primi passi sulla roccia. Arrampicata particolare come lo è quella in tutto il gruppo, mai banale. Difficoltà: IV». La sera prima avevo attentamente letto a Bruna la relazione della salita ed ora trovavo abbastanza divertente il modo furioso e disperato con cui mi stava insultando a metà del primo tiro: «Sei un bastardo! Qui non c’è nulla a cui attaccarsi! Come faccio a salire! Sei un maledetto bastardo! Perchè non mi spieghi le cose!» Alle sue spalle, ancora a terra nelle profondità del canyon, mio fratello mi guardava preoccupato con gli occhi sgranati: Keko ha sedici anni meno di me ed è poco più che ventenne. «Benvenuti sulla roccia dei Corni!»

Mio fratello Francesco e Bruna hanno iniziato ad arrampicare da circa un mesetto, in questo periodo hanno fatto pratica solo in falesia su monotiri. Sotto il punto di vista estetico il Pilastro Maggiore è una via di due tiri estremamente appagante: una colonna che si innalza per oltre cinquanta metri a ridosso della maestosa parete Fasana e di rimpetto al lago ed alle Grigne. Il grado non è elevato e le difficoltà maggiori sono principalmente per il primo di cordata perchè, salvo le soste, non c’è quasi nessuna protezione lungo i due tiri. Da secondi non ci sono però pericoli o difficoltà particolari.

Insieme a noi anche Simone: buon amico, marito di mia sorella e compagno di spedizione. Anche lui alla sua “prima volta” sul pilastrello ma per certo non è lui quello di cui preoccuparsi 😉

Bruna e Keko in falesia tirano da secondi 5a o 5b, tuttavia la “Roccia dei Corni” è la “Roccia dei Corni” e come prima esperienza in ambiente può essere piuttosto “forte”. La roccia dei Corni è sfuggente, liscia e “saponosa”, non offre rare prese vive o appigli saldi. Costringe spesso a lavorare in appoggio ed in opposizione esigendo una buona dose di sensibilità e di “fiducia”. Quando finalmente Bruna mi raggiunge alla prima sosta è furiosa e me ne dice di tutti i colori: «Ti sei giocato la tua opportunità! Io non ci vengo più ad arrampicare con te!»  Dietro i lacrimoni con gli occhi mi lanciava fulmini mentre stretta nel K-way tremava come una foglia per via delle folate di vento. Già, perchè ai Corni la maggior parte delle pareti sono all’ombra e tira sempre un maledetto vento freddo 😉

La prima sosta è in un terrazzino sbalzo nel vuoto davvero pittoresco. Mio fratello ci raggiunge e si assicura ad uno dei grossi anelli mentre tutti insieme decidiamo sul da farsi. «Dai Bruna, non ti preoccupare» lei dico mentre cerco di scaldarla «Ti calo e scendiamo insieme senza problemi» Lei fa la faccia “da bergamasca incazzosa” e guardandomi dritto mi dice decisa «Sono terribilmente arrabbiata con te ma col cavolo che scendo: sono arrivata fin qui ed ora andiamo in cima!» Io scoppio a ridere. In fondo è successo così con la neve o la prima volta che siamo andati in ferrata: ciò che non conosce all’inizio la spaventa (e di brutto!) ma poi, quando si abitua (o si rassegna),è capace di insospettabili slanci!

Riparto e passo passo guadagno la cima del pilastro, emergo dall’ombra sprofondando nel caldo abbraccio del sole. Piazzo la sosta ed inizio a recuperla: non solo sono scomparsi i lacrimoni ma si “ingarella” divertita nei passaggi più duri. Anche Simone chiude il tiro, si piazza al fianco della croce e recupera mio fratello che, sghignazzando, ci raggiunge allegro sulla stretta cima.

Salire nuovamente alla croce del Pilastrello con dei principianti era qualcosa che volevo fare da parecchio tempo, tuttavia non avrei mai pensato che sarebbe stato con Bruna e Keko. Vedere mio fratello lassù era qualcosa di totalmente inatteso ma che mi dava una grande e speciale soddisfazione. Nostra madre, insieme a nostro nonno, era salita spesso al Pilastrello in gioventù: credo sarebbe stata davvero orgogliosa di vedere anche il più giovane dei suoi cuccioli arrivare lassù.

Tutti insieme ci siamo goduti il panorama mentre il sole mitigava il vento freddo che saliva dal lago scendendo da nord. La via che avevamo appena salito fu tracciata da Eugenio Fasana e da Vitali Bramani il 1° Ottobre del 1922. Una salita che non va sottovalutata nè per la difficoltà tecnica nè per la storia che racchiude in sè: un piccolo rito di iniziazione che conserva una grande magia ed un profondo fascino.

Tutti insieme ci scattiano una foto ricordo ed iniziamo a scendere. Bruna e Keko non hanno ancora imparato a scendere in doppia e quindi, per prudenza, li caliamo da sosta a sosta fino alla base del canyon. Visto che mia sorella ed i miei nipotini ci aspettano per pranzo raccogliamo le nostre cose e, gambe in spalla, torniamo in fretta a valle.

Credo che alla fine Bruna abbia cambiato idea. Lo credo perchè nonostante tutto, io, lei e mio fratello, abbiamo passato tutto il pomeriggio in falesia ad arrampicare: «Ora mi insegni come si scende in doppia e poi torniamo a rifarlo il pilastrello! Per colpa tua il primo pezzo non me lo sono mica goduto!!» Adorabile la mia bergamasca…

La sera rientrando in casa, quando ormai era già buio, ho alzato gli occhi al cielo mentre una grossa stella cadente attraversava il cielo. Era la prima che vedevo quest’estate. «Grazie piccola stella, ma oggi ho già realizzato abbastanza desideri per esprimerne altri. Buonanotte»

Davide “Birillo” Valsecchi

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