Via Paredi-Canali Settore Desio

«Non si hanno notizie di ripetizioni di questa via che segue la logica fessura a destra della grotta. Ivan Guerini ci ha informato di aver salito i primi 30 metri con difficoltà in arrampicata libera molto sostenute. Nel punto massimo raggiunto Ivan ha lasciato un cordino di calata». Questo è quello che recita “L’isola senza nome” sulla via Paredi-Canali aperta nel settore Desio del Corno Centrale da Pietro Paredi e Angelo Canali.

Onestamente una buona parte del mio cervello non aveva capito che la via non aveva «nè relazione nè ripetizioni» e solo ora, mentre vi scrivo, sto realizzando dove ci siamo andati a cacciare: in effetti la cosa ora è piuttosto divertente.

Due settimane fa Mattia ed io avevamo deciso di dare un occhiata: avevamo solo il pomeriggio a disposizione e ci eravamo prefissati di percorrere il primo tiro come sopralluogo. L’attacco è romboante perchè la parete, prima di incontrare il sottostante prato, forma un lungo tetto spiovente che ne attraversa tutta la base. Il tetto è alto un paio di metri e sporgente di un metro buono. La leggenda vuole che per superarlo, tanto per la Paredi-Canali che per le altre vie, si ricorresse alla tecnica della “piramide umana”. L’idea di caricarsi in spalla Mattia non sembrava tanto fattibile e quindi, armati di chiodi e martello, abbiamo dato l’assalto.

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Al primo tentativo i chiodi son volati fuori dalla roccia e Mattia, fortunatamente ridendo e senza danno, è finito letteralmente con il “culo a terra”. Rimontato il tetto una lunga fila di chiodi risale una fessura strapiombante raggiungendo una ripida cengia che si innalza fin sotto il tetto successivo.  Oltre quel punto di deve rimontare a destra una fessura aggentante e dare battaglia su quella fessura attraverso una grande placca. L’unico segno della via era un solitario chiodo ad anello che spuntava dalla placca. Quel chiodo, tremendamente distante, sembrava essere l’unica testimonianza del passaggio di Pietro: come raggiungerlo era tutto da scoprire.

Mattia, armato di pianta-spit e mazzetta ha fissato una sosta spit+chiodo e, utilizzando il cavetto metallico di un grosso nat per “legare” la sosta, si è calato fino alla base. Non avevamo abbastanza tempo e materiale per pensare di poter proseguire oltre: tutto era rimandato.

Sabato mattina siamo tornati con l’idea di andare fino in fondo. “Il primo tiro dobbiamo farlo in fretta! Non abbiamo tempo da perdere!” Mattia è da poco diventato papà e questo ha dato uno stringente giro di vite al tempo a nostra disposizione per “cazzeggiare” ai Corni.

«Oggi mettiamo in pratica un po’ di trucchi speleo!» Armato di seghetto “preleva” dal vicino boschetto un bel palo di nocciolo di circa tre metri e mezzo. In cima al palo, prima di alzarlo contro il tettto, fissiamo una fettuccia ed il “duck”. La scena assume contorni vagamente comici: Mattia risale il “palo della cuccagna” mentre io con una mano lo “recupero” e con l’altra cerco di tenere fermo il palo. Superato il tetto rinvia in una classidra ed utilizzando le staffe raggiunge in fretta la sosta.

Il mio turno sul palo è invece assolutamente comico! Giro, pirlo, rimango appeso. Avvolgo con le fettucce quel povero pezzo di nocciolo addobbandolo come un albero di natale e, finalmente ma con ignominia, passo. Litigo con le staffe (le mie sono dei cordini con dei vecchi gradini di alluminio) e raggiungo Mattia in sosta. Insieme sotto il grande tetto ci apprestiamo a “scoprire” la via di Pietro: oltre il tetto si vede solo il chiodo e più in alto il vecchio cordino.

Attacchiamo con calma, Mattia piazza un paio di chiodi per alzarsi. La fessura è piena di terra e di erbacce, Mattia cerca di fare pulizia ed appare l’inaspettatto. Sotto una zolla coperta d’erba appare un vecchio nat ribattuto ed incastrato tra la roccia. Sicuramente non è roba di Pietro (ai suoi tempi non esistevano), che sia di Guerini?

Mattia prosegue e piano piano si alza piazzando altri chiodi dove servono e dove tengono. Finalmente riesce a superare la placca ed affronta l’ultimo strapiombo che porta al cordino che pende. Quando finalmente lo raggiunge scopriamo che il cordino, ormai inutilizzabile, è fissato ad un chiodo che, a furia di essere ribattuto, è ormai inghiottito dalla fessura. Forse Guerini, usandolo per calarsi, doveva averlo pestato (giustamente) come un fabbro ed ora era impossbile rinviare direttamente.

Mattia, con il cavetto di un nat piccolo è riuscito comunque a prenderlo permettendoci ci usarlo comunque per rinviare. Oltre quel punto il primo di cordata scopare dietro lo spigolo di roccia rimontando in un piccolo canaletto roccioso. Urlando ci organizziamo a distanza: «Piazzo la sosta, qui se serve va bene anche per calarsi. Spit e chiodo» Mi giro verso il basso, chiamo un po’ di saliva alla labbra e la lascio cadere ammirandone la perfetta linea verticale con cui precipita interminabilmente ed inesorabilmente verso il basso «Ya, anch’io voto per lo spit!»

Con pazienza certosina Mattia inizia a battere con la mazzetta frantumando, colpo dopo colpo, la roccia affinchè il piccolo foro accolga il nostro ancoraggio. Quando la sosta è pronta inizia a salire e a schiodare recuperando i chiodi che Mattia aveva fissato. Il tiro, inevitabilmente, brucia tempo ed energie.

Finalmente in sosta ci godiamo un attimo il sole studiando il da farsi. A destra si potrebbe cercare di piegare cercando di rimontare fino all’uscita della Corvara. Questo ci permetterebbe di sfruttare una sosta a fix che abbiamo visto lo scorso anno, usando poi un grosso canale erboso per uscire dalla via. A sinistra invece la roccia sembra più semplice ma non abbiamo idea di quello che può esserci oltre la prima placca che, di fatto, è il “sopra” del grande naso di roccia sporgente che si vede dal basso.

Intendiamo ripercorrere la via originale e per questo seguiamo la linea logica che va verso sinistra. La scelta si rivela corretta perchè a metà della placca troviamo un chiodo ad anello simile a quello del tiro precedente. Pian piano ci alziamo oltre la placca raggiungendo un prato sovrastante posto alla stessa altezza della sommità della torre Desio. Qui, con tre chiodi, Mattia organizza una sosta e mi recupera.

Anche qui le opzioni sono due: a sinistra si può cercare di uscire sfruttando rocce rotte e prati mentre a destra si deve affrontare un bel diedro strapiombante sovrastato da uno stretto canale. Manco a dirlo: puntiamo il diedro.

Da vicino il passaggio è davvero molto più strapiombante di quanto sembri, Mattia piazza tre chiodi e passa affrontando il successivo ed instabile canale. «Qui riparte il prato. Ci sono dieci metri prima della cima. Vedo di raggiungere gli anelli del Soccorso Alpino e di fare sosta lassù. Non credo riuscirai a sentirmi da lassù». Mattia parte e scompare, solo la corda mi racconta la sua salita e, quando di corda da dargli non ne ho più, smonto la sosta ed attacco il diedro.

Il diedro è divertente ma il successivo canale mi regala qualche brivido freddo. C’è un sacco di roba instabile e puoi solo lavorare in opposizione “francando” la roccia senza mai tirarla: quello che tiri te lo tiri addosso e non è roba piccola!!

Finalmente in cima ci stringiamo la mano e svuotiamo la bottiglia di gazzosa: il sole, inizialmente piacevole, ci aveva ridotto come lumache sotto sale!! Seduti sul prato tiramo fiato ed iniziamo a riodinare il materiale. Poi Mattia estrae il telefono dallo zaino e guarda l’ora: «Osti!! Dai,dai! Siamo in ritardo: Serena mi ammazza!!» Insieme scoppiamo a ridere affrettandoci con il materiale. Avevamo dato battaglia per quattro ore appesi nel vuoto, forse avevamo effettuato la prima ripetizione assoluta di una via vecchia di 50 anni ma, nonostante questo, l’ira delle nostre morose era ancora in grado di terrorizzarci: heheheh, eorici e rudi alpinisti!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Paredi-Canali, Settore Desio Corno Centrale
Corni di Canzo.
Ripetizione del 27 Settempre 2014
Mattia Ricci (capo cordata) e Davide “Birillo” Valsecchi.
Ancora una volta i miei complimenti a Mattia che, come sempre, riesce a stupirmi.

Quindi la via com’è? Sull’Isola senza nome è riportato: «Lasciamo al senso di scoperta di chi vorrà cimentarsi su questo itinerario la valutazione delle difficoltà e la descrizione dello stesso». La via è di Pietro Paredi, guida alpina emerita e grande conoscitore dei Corni. La via ha il suo stile e come tale è ardita ma al contempo logica ed elegante. Dopo Pietro ed Angelo credo che lassù ci sia stato solo Guerini, “il profeta della Val di Mello”. Intuendo le potenzialità di quel tratto di roccia è riuscito con il suo talento a “liberare” buona parte del tratto più difficile. Dopo questi grandi nomi, forse, siamo arrivati noi: una cosa piuttosto curiosa in effetti. Non vi darò gradazioni o numeri, non sono la persona addatta nè ho interesse a farlo. Posso dirvi che è un gran bel viaggio. Dalla prima sosta in su, per i successivi tre tiri, ci sono solo 4 chiodi, un vecchio nat incastrato ed ora 2 spit: il resto dovete portarvelo da casa. Pietro, buon amico e grande esempio, ci ha dato il permesso di fare “ciò che ritenete giusto” sulle sue vie, ecco perchè abbiamo rinforzato le soste che, comunque, sono da attrezzare ed integrare.

Io credo che questa via avrà due vite: nella prima ci si cimenteranno alpinisti armati di chiodi, friend e staffe rivivendo il privilegio di una salita “pura”. Qualcuno storcerà il naso per gli spit ma tutti li useranno, appendendoci tanto il culo quanto l’ipocrisia. Nella seconda vita, quando sarà il momento, i passaggi chiave saranno protetti in modo modermo ed i “climber” con il grado avranno una nuova appassionante sfida da risolvere e liberare. Una via esigente, impegnativa e bellissima.

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