Grignone: Couloir Zucchi

In effetti non ho idea di cosa sia un “couloir”: certo in francese ha il significato innocuo di “corridoio” ma visto che si parla del versante Ovest del Grignone la faccenda si complica. Mattia mi scrive via SMS: “Facciamo lo Zucchi?”. Mi fido del mio socio e come sempre prima accetto e poi mi informo: «Incastrato a sinistra del  “Canalone Ovest” troviamo il “Couloir Zucchi”. Aperto nel 1959 da Corrado Zucchi e compagni è un impegnativo itinerario caratterizzato da una dura sezione su roccia.» Lo “Zucchi” è censito come un itinerario di Misto con difficoltà D+, pendenza 60° ed un lungo passaggio di 30 metri di IV+ in roccia.

Io ho due vecchie picozze (in prestito!), un paio di ramponi economici e davvero poca esperienza di “misto”. Per tutti questi motivi cerchiamo di preparare al meglio la nostra salita provando a capirne le caratteristiche. A “casa mia” 30 metri di IV+ equivalgono al “Pilastrello dei Corni”: aggiungete ghiaccio e neve ed avrete l’immagine di quello che mi aspetto di trovare lassù, a 2100 metri di quota.

“Si Vis pacem, para bellum” Viste le premesse Io e Mattia ci attrezziamo per la “guerra” infilando nello zaino picche, ramponi, 60 metri di corda, mazzette, 10 chiodi da roccia, 4 viti da ghiaccio, friend, nat, fettucce e cordoni d’abbandono. “Meglio un chiodo in più che un paio di alpinisti in meno…”.

Per la partenza ci troviamo ad Asso alle quattro del mattino. Il termometro, in modo assolutamente scoraggiante, segna 5 gradi: ”Dannazione fa davvero caldo! Metti anche le scarpette d’arrampicata nello zaino: se dobbiamo mollare il colpo proviamo a fare almeno due tiri al pizzo dei Nibbi”. Riempio lo zaino, altro peso.

Alle cinque siamo al Cainallo: siamo i primi nel parcheggio ma le temperature non migliorano restanto preoccupantemente alte. Al buio ci incamminiamo verso il rifugio Bietti. Due ore dopo la luce inizia a filtrare all’orizzonte: ci infiliamo l’imbrago e puntiamo verso il canale risalendo dritti dal rifugio. Per attaccare il canalone la traccia sul nostro schizzo si alza da prima verso destra per poi piegare verso sinistra una volta giunti alla base del canale. Tuttavia la neve è scarsa è così spariamo su dritti superando pini mughi e roccette: “Se deve essere una via di misto che misto sia!”

Finalmente siamo alla base, la pendenza inizia a farsi sentire, la neve migliora. Due picozze alla mano ed iniziamo a salire sul serio. Nella destra ho una vecchia e solida Grivel, usata da Simone nel ‘98 per la seconda ripetizione del Drifika (6447m) in Pakistan. Nella sinistra una Camp leggera da scialpinismo appartenuta al mio buon amico Giuseppe Ravizza e donata dalla vedova alla nostra sezione CAI. Le mie “asce da ghiaccio” non sono “fighe” come quelle che si vedono in giro oggi ma hanno un nome, un anima ed un cuore!

Saliamo slegati, Mattia davanti ed io dietro. Incontriamo alcuni passaggini delicati di roccia che superiamo con tranquillità. La neve a volte è dura a volte sfonda: davvero brutta, se in quella condizione ce ne fosse di più avremmo dovuto darcela a gambe da un pezzo!!

Risaliamo uno stretto canale abbastanza ripido che verso l’alto si divide in due. A sinistra risale per una decina di metri e si interrompe sotto un’alta bastionata di roccia. A destra è più lungo e termina più in alto attraverso uno stretto passaggio di roccia.

Io e Mattia iniziamo ad avere qualche dubbio: “Ma è il canale giusto? Non è che questa è solo una variante del Canale Ovest?”. Ci guardiamo intorno: ci aspettavamo un passaggio duro da trenta mentri ma l’uscita del canale non sembra affatto tanto impegnativa. Ci sfiora l’idea di attaccare su roccia i lati del canale ma sarebbe tutt’altro che banale: lavorando duro potrebbe essere fattibile ma non certo di IV+. Il timore di aver sbagliato canale si fa sempre più crescente. Mattia vorrebbe discendere nuovamente la strettoia e cercare se il canale giusto è più a sinistra. Siamo tranquilli e rilassati ma la situazione a tratti appare surreale: ci siamo persi?

I primi raggi di sole iniziano a brillare sulla cresta che intravvediamo sopra di noi. Un paio di sassi si lasciano cadere dall’alto attivando tutti i miei campanelli d’allarme. “Vabbè, che sia o meno lo Zucchi poco importa. Fa un caldo porco e sta arrivando il sole. Di là passiamo di sicuro: Io dico che conviene togliersi dalle palle prima che la Grigna ci si sciolga addosso….”

Sebbene un po’ scocciato dall’idea di aver sbagliato anche Mattia concorda con me ed insieme riattacchiamo il canale puntando verso l’uscita rocciosa. Il passaggio è caratterizzato da lame oblique che culminano in uno stretto diedro/camino anch’esso obliquo. Ramponi ai piedi Mattia attacca per primo mentre io aspetto stando riparato dietro una sporgenza.

Mattia raggiunge il camino. Al centro, sulla destra, c’è un chiodo pitturato di rosso. “Okkio Davide, qui a sinistra c’è un macigno che si muove. Stai al coperto!” Mi urla Mattia. “Io sono apposto, sono riparato. Ma da qui non ho idea se c’è qualcuno sotto: non farlo venire a basso.” Lui mi risponde. “Ovvio!! Tu stai al coperto però!”. La Grigna, a differenza dei Corni, è una montagna spesso più affollata di quanto converrebbe…

Mattia passa il diedro ed esce sulla cresta. “Vuoi che ti butti un pezzo di corda?” Rido divertito “Certo Mattia, ma si da il caso che la corda l’abbia io nello zaino! Non ti preoccupare: arrivo!” Sfilo i guanti ed indosso quelli senza dita: arrampicare con i ramponi è una rogna e, visto il caldo, un po’ di sensibilità in più nelle mani non guasta!

“Lemme lemme arriveremo a Gerusalemme!” Sfrutto le lame di roccia e piazzo con calma le punte dei ramponi nella roccia. Mi infilo nel diedro lavorando in opposizione con la schiena a sinistra ed i piedi a destra. Piazzo un rinvio nel chiodo e studio il passaggio. Rimetto il rinvio all’imbrago, supero il sasso instabile e sempre in opposizione arrivo all’uscita del diedro. Afferro la picca e cercando del ghiaccio solido mi alzo oltre l’uscita.

Davanti a me appare il rifugio Brioschi ed il tratto finale del Canalone Ovest. Un po’ stupito, e forse deluso, chiedo a Mattia “Ma allora questo è davvero lo Zucchi?” Mattia mi risponde ancora un po’ dubbioso “Bhe… Parrebbe di sì”.

Insieme ci alziamo ancora un poco: alla nostra sinistra c’è una croce metallica. Ormai restano pochi dubbi: quello era il Couloir Zucchi. Invece di abassarci nel Canalone Ovest seguiamo la linea originale della via e ci spostiamo ancora più a sinistra compiendo un piccolo traverso prima di risalire nuovamente in verticale.

La neve ha ormai la consistenza della granita e con molta cautela raggiungiamo finalmente la chiesetta del Brioschi. Ci stringiamo la mano felici: la priorità era “uscirne interi” ed entrambi ci godiamo il piacevole abbraccio del sole.

“Ma vuoi dire che erano quelli i 30 metri di IV+?” Chiedo a Mattia. “Di sicuro non erano trenta metri. Certo, non era un passaggio difficilissimo ma neppure banale: se fiondi arrivi giù dritto al Bietti”. Eravamo attrezzati per un guerra ma, credendo di aver sbagliato bersaglio, ci siamo sparati in libera tutto il passaggio di roccia: in effetti uno sviluppo abbastanza curioso su cui riflettere!

NotaBene: Utilizzate le nostre foto ed il nostro racconto per comprendere la nostra salita ma non per comprendere come potrà essere la vostra. In questo tipo di salite il mio giudizio è troppo “acerbo” per esservi d’aiuto.

Arrampicare ai Corni ci ha reso di sicuro più forti e “concreti”, per non usare una parola fraintendibile come “prudenti”. D’altro canto a furia di tribulare su vecchie vie di TD- o TD+ tutti i nostri parametri sono un po’ sballati.

Ovvimente è meglio essere pronti a dare battaglia che farsi beccare con le braghe calate. Però la sensazione è strana. In passato ho avuto momenti decisamente più intensi e tesi con il “verglass” sotto la neve del Passo della Vacca che dentro un couloir sul più blasonato Grignone. Tuttavia il “ghiaccio” ai Corni è raro quanto innumerevoli possono essere le variabili di una salita di misto sulle Grigne.

Detto tutto questo posso davvero essere soddisfatto della nostra salita ma l’insegnamento che devo trarne è assolutamente uno ed uno solo: “serve più esperienza”. In particolare credo di avere moltissimo da imparare per leggere correttamente le condizioni della neve e del ghiaccio. (merce rara ai Corni, purtroppo)

Guardando dall’alto il canale ho pensato “Bhe, tutto qui?”. L’unica risposta saggia è “No, questo è decisamente solo l’inizio”. I Corni di Canzo sono stati la culla dei “Cinque di Valmadrera”, alpinisti straordinari che nelle salite di misto, soprattutto invernali, hanno realizzato davvero l’impossibile. Forse è scontato che i “Ragazzi dei Corni”, con pazienza e “concretezza”, provino ad onorare anche questa invidiabile tradizione delle nostre montagne.

Davide “Birillo” Valsecchi

Grigna Settentrionale: Couloir Zucchi – 10/01/2015
Mattia Ricci, Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: Come ha rimarcato anche il Capanat i canaloni del Grignone non sono uno scherzo. Nelle ultime settimane il Canalone Ovest è stato preso d’assalto sebbene le condizioni siano tutt’altro che ideali. “Non voglio fare il bacchettone,ma è meglio che scriva qualcosa sull’onda di quest’eccitazione: il Canale Ovest bacia tutti (tantissimi lo hanno fatto in queste settimane) però non è detto che anche la fortuna lo faccia. C’e un’autostrada è vero: ciascuno però valuti bene le proprie capacità ed esperienza. Sembra una banalità dirlo, ma la corda non basta averla dietro per legarsi: bisogna anche saperla usare.” – Il Capanat del Brioschi

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