Month: February 2015

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Pertichette al Pian dei Cavalli

Pertichette al Pian dei Cavalli

Alle sette del mattino Stefano si ferma davanti al mio cancello, carico gli sci e partiamo. Tappa al Bione per un rendezvous con il resto della squadra e poi via, verso la Val Chiavenna. Nonostante la buona compagnia il viaggio in macchina mi sembra un eternità: sapete come sono fatto, mi piace “restare al fumo del mio camino”, specie quando ho il rammarico di aver lasciato le mie montagne imbiancate di fresco.

Quando arriviamo ad Isola la strada diventa pessima e le auto iniziano a slittare, mettersi di traverso e fermarsi in salita. “Che palle!”.  La mia misantropia vibra ancora più forte in questi casi: l’ultima volta che sono rimasto bloccato in colonna nella neve era lungo la strada che collega Leh a Srinagar, ma quello era il Kashmir e ci stava piovendo sulla testa tutta una dannata montagna!! (SecondoRound)

“Dannazione, avrei dovuto essere ai Corni invece che tra i SUV degli sfigati che sgasano salendo allo Spluga…”. Si, lo ammetto, a volte sono una persona terribile ed un tantino estremista…

Montiamo le catene, giriamo l’auto e scendiamo nuovamente ad Isola. Ci sono macchine parcheggiate ovunque e così, prendendo le pale dagli zaini, il parcheggio ce lo “scaviamo” da noi!! Attacchiamo le pelli, attacchiamo gli sci, facciamo la prova Artva e partiamo. In fondo sono poco più che un bambino: ritrovarmi ad affondare nella neve spazza via tutti i pensieri ed i malumori del mattino.

Per via della recente ed abbondante nevicata la nostra squadra punta al Pian dei Cavalli. Lungo la salita affondiamo nella fresca mentre gli istruttori della scuola spiegano agli allievi come effettuare una valutazione stratigrafica del manto nevoso e della sua storia.

Le nuvole si diradano, il cielo si fa a tratti azzurro e la luce del sole inizia a filtrare. Nonostatne il vento forte mi fermo un’istante per guardarmi intorno, per abbracciare: “Okay, Birillo, non sono i Corni ma quassù non è poi così male”.

Sulla cima del Piano, a 2176m, ci raggruppiamo insieme mentre il vento sembra intenzionato a spazzar via ogni cosa. Togliamo le pelli ed iniziamo a scendere. I più esperti tra noi giudicano la neve come “brutta”. Questo perchè è tanta ma non polverosa, perchè si affonda a volte fino alla vita e spesso ci si “infoppa” quando la resistenza della neve vince la velocità o la pendenza. Io però non sono esperto e mi diverto un casino!

Butto il peso all’indietro lasciando che le punte emergano dalla neve e scendo come un motoscafo spruzzando neve in ogni direzione! Curvo tra le piante, prendo velocità nella neve rotta per poi lanciarmi a tutta forza in quella intatta! Per circa novecento metri di dislivello ce la spassiamo sciando spensieratamente in piccoli gruppi: a volte qualcuno di noi finisce gambe all’aria, scompare sotto la neve e riemerge a fatica completamente imbiancato solo per essere nuovamente ricoperto dalle risate!

Il buon Olly, prima di concederci una bella birra, organizza una piccola esercitazione con l’Artva affinchè i corsisti facciano pratica e tengano ben a mente che lo scialpinismo a volte può essere “cagnara” ma resta una faccenda seria.

Alla fine abbiamo fatto un sacco di strada per salire in cima ad un panettone imbiancato ma, con il senno di poi, direi che ne è valsa la pena: mi sono davvero divertito!

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Asen in Antimedale

Via Asen in Antimedale

La neve ed il tempo instabile rende difficile organizzarsi per arrampicare e Mattia, che in questo periodo smania, mi aveva prospettato due alternative per venerdì: la “Bonatti” o la “Brianzi” in Medale. Ovviamente il mio “adorabile integralista” e capo cordata era intenzionato a percorrere le linee originali ed integrali passando per lo “zoccolo”, un tratto di via ormai abbandonato e ritenuto inutilmente pericoloso che la maggior parte dei salitori aggira sfruttando la ferrata.

“Scusa, Mattia, ma non è la nostra zona. Non sono i Corni, perchè dovremmo infliggergi una ravanata in trasferta?” Lo zoccolo era un’idea intrigante ma non certo allettante. Così, cercando di salvarmi da quel progetto potenzialmente scellerato, ho avuto un’illuminazione giocandomi un super-jolly: “Facciamo la via degli Asen! Quei ragazzi sanno il fatto loro e la via sta diventando conosciuta. Visto che è recente andiamo a vederla prima che i MaoMao la rendano unta!”

Gli AsenPark,dal mio punto di vista, sono il gruppo più interessante di tutta Lecco. Confesso che spesso sono rimasto affascinato ed ispirato dal loro modo di fare e dalle loro attività: “Pizzo Bernina senza mezzi a motore: cronaca di un massacro annunciato“ è a mio avviso una delle loro imprese più belle ed invidiabili!! (http://www.asenpark.it/home/alpinismo/138-pizzo-bernina-senza-mezzi-motore)

Oltre a questo alcuni degli Asen sono spesso venuti in trasferta ai Corni (Guerra, Davidino, Moretz e Tode) e ripercorrere la loro via mi sembrava quindi il giusto modo per ricambiare e consolidare questo nostro piccolo gemellaggio culturale.

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Così alle nove del mattino io e Mattia siamo all’attacco della via degli Istruttori, via che si utilizza per salire all’attaco della Via Asen. Tanto per cambiare tiro io le prime due lunghezze poi, come di consuetudine, passo il lo “scettro” al più esperto e forte tra noi: “Ogni ofelè al fa el so mestè” e Mattia riprende il suo posto al comando della nostra squadra esplorativa.

Dalla seconda sosta della via degli Istruttori si piega e destra superando uno spigolo ed entrando in una cengia. Qui una catena risale indicando la strada. Alle nostre spalle una seconda cordata ci segue lungo la catena per attaccare “Sentieri Selvaggi”.

Finalmente siamo all’attacco della via vera e propria. Davanti a noi una serie di placche si fondono insieme formando un bellissimo tiro di una quarantina di metri. Roccia splendida, ricca di fessure e clessidre, che corre selvatica tra rami e roccie smosse. L’ambiente che ci circonda è un anfiteatro, quasi segreto, tra l’antimedale ed il pilastro Irene.

Ivo Ferrari, che ha inserito questa via nella sua raccolta, “Tra montagne e pareti d’Italia”, la descrive così: «Bellissimi movimenti per niente faticosi, chiodatura “giusta” rendono la progressione sicura quanto basta per essere sicuri. Una via anche per chi non è malato di “fanatismo” da prestazione. Un pezzo di roccia “scovato” da persone che avevano voglia di “scovare” e divertirsi, verso quel pezzo, unico pezzo libero tra prati verticali ricoperti di spine!  Non un’alternativa ad altre vie ma è semplicemente la Via degli Asen.»

Pensare che sulla parete dell’antimedale, tra i nomi blasonati e le vie da falesia, si sia trovato lo spazio anche una via “Asen” è qualcosa di davvero rincuorante. La roccia accoglie e custodisce un “messaggio” prezioso visibile ovunque dalla città di Lecco.

La prima sosta è ben protetta al riparo di una nicchia ed il secondo tiro riparte con un piccolo traverso a sinistra per inpennarsi su una placca dura (passo chiave VII-/A0 chiodo con cordino). Mattia ha “annusato” gli spit che proteggono il passaggio, ma piazzando un friend lo ha aggirato sulla sinistra saltando il chiodo con cordino lungo una linea più naturale sebbene su roccia meno invitante. “Questa via porta il loro nome: I ragazzi volevano giustamente mostrare ciò di cui sono capaci: ci sta tutto un passaggio come questo”. Superata la placca parte una serie di fessure tutte da proteggere ma assolutamente godibili!

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Anche il terzo tiro è di soddisfazione sfilando verso destra oltre uno stretto diedro e rimontando poi nuovamente verso sinistra per giungere alla sosta.

Roccia buona e pulita, ambiente selvatico, tiri logici e protezioni ben bilanciate. Sulle fessure del secondo tiro ero troppo “ingaggiato” per fare qualche foto ed il mio pensiero è stato “Accidenti che livello per passare di qui in apertura proteggendo tutto a friend! Davvero forti!”. Sono davvero contento di avere percorso questa via!

L’uscita finale ci riporta nell’oceano di sfasciume che è la porzione centrale dell’antimedale. Sassi ovunque e sotto di noi la cordata sull’ultimo tiro di “SentieriSelvaggi”: c’è da prestare davvero molta attenzione per non fare danni! Nonostante tutto siamo andati prima un po’ a zonzo sotto la seconda bastionata e poi, scesi nuovamente alla base, ci siamo sparati il primo tiro di “frecce perdute” giusto per chiudere la giornata e farci un giretto in doppia.

Per me farei complimenti agli AsenPark equivale a sfondare una porta aperta ma, ancora una volta e a ragion veduta, voglio complimentarmi per la loro “via”.
Come direbbero loro: MOS!

Daivde “Birillo” Valsecchi

Qui trovate la relazione ufficiale della via Asen in Antimedale:
http://www.asenpark.it/media/relazioni-asen/360-relazione-via-asen-antimedale-claudio-cendali-asenpa

Qui invece le nostre foto sulla via:

Qui un po’ di scatti su “frecce perdute”:

Qui il video che probabilmente i posteri ammireranno come uno straordinario manifesto alpinistico.
“Asino affamato non teme bastone”

Pertichette notturne al Corno Orientale

Pertichette notturne al Corno Orientale

Attacchi Silvretta 404 montati su sci Dynastar Vertige: se fossimo nel 1994 sarebbero il meglio della tecnologia scialpinistica ma, nel 2015, sembrano più idonei ad un museo che ad un’estemporanea e solitaria notturna nelle “terre selvagge”.

La neve si sta sciogliendo in fretta ai Corni, demolire gli sci “ufficiali” nel mezzo della stagione sarebbe davvero sciocco e così, forse un po’ azzardando, ho sfilato dalla legnaia di mio padre queste vecchie glorie.

Il piano era partire da Oneda puntando alla croce del Corno Orientale. Il primo problema era raggiungere la neve. In alto, infatti, supera abbondantemente i 40 centimetri ma a valle la strada privata, fin dove è asfaltata, viene pulita regolarmente dallo spazzaneve. Di giorno sarebbe possibile ovviare passando dal bosco, ma di notte sarebbe oltremodo complicata come scelta.

L’unica possibilità era “spallare” gli sci sull’asfalto per un 40 minuti buoni: un vero e proprio calvario con gli scarponi da Sci. Serviva cambiare approccio e così ho fatto qualche esperimento. Ho preso infatti gli scarponi d’alta quota, dei MountBlach della Scarpa, ed ho provato ad accoppiarli con i Silvretta sfruttando l’attacco per i ramponi: magia!

I Silvretta404 sono davvero un gioiello tecnologico, senza alcun’attrezzo in pochi istanti è stato infatti possibile regolare gli attacchi ed agganciare gli scarponi. Nonostante il peso ed i loro anni sono probabilmente lo strumento scialpinistico più “hard-core” che abbia mai visto.

Alle 20:30, in “prima serata”, mi avvio verso Oneda. Parcheggio davanti alla stanga, carico in spalla gli sci e parto all’attacco. Lascio spenta la frontale perchè, ormai, conosco la strada a memoria e basta la fioca luce delle stelle per salire. Poi, finito l’asfalto, finalmente la neve!

Risalgo fino al bivio della cresta dell’avvocato lungo la traccia battuta, poi taglio attraverso la neve vergine risalendo la “bianca collina” che porta verso i prati di Pianezzo: “Accidenti, che spettacolo!” Provo a scattare qualche foto ma la luce è troppo tenue: quel candido mare bianco è solo per me e per le stelle che brillano sopra i Corni! Si affonda ma “tracciare” è un assoluto piacere!

Giunto sotto il SEV ho tagliato nel lungo traverso sotto la grande parete Fasana. Con la neve quel tratto, anche per l’imponenza della roccia che sovrasta, assume un aspetto completamente diverso.

I grandi massi alla base formano colline e cunette a tratti capaci di disorientare nel buio più profondo che sembra avvolgere ogni cosa. Ci sono poi due punti in cui scarica e che richiedono attenzione. Il primo è sotto il ripido prato che risale sulla spalla destra della parete, il secondo è sotto la cengia all’uscita della via Fasana. Quest’ultima ha infatti già scaricato tracciano un’evidente slavina al lato del pilastro “Tre Ciod”.

Coperto di neve il traverso appare anche più in pendenza di quanto mi sarei aspettato: la “regola delle bacchette” di Olivio evidenzia angoli inaspettati e ragguardevoli. Non è un punto in cui fermarsi troppo a tergiversare anche se il panorama su Lecco, alle spalle della “Grande Onda”, è assolutamente mozzafiato!

Dalla bocchetta di Leura sono salito alla croce del Corno Orientale conquistando la meta che mi ero prefisso. Mentre scattavo qualche foto è successa una cosa completamente inaspettata. All’improvviso è salita dal lago una “nebbia calda” quasi invisibile: non era una foschia opaca e non sembrava un problema, sennonchè gli alberi hanno iniziato a gocciolare! Ali al culo ho suonato la ritirata perchè la “Fasana” non mi sembra affatto un buon posto dove farsi cogliere dal disgelo!!

Di nuovo sui sicuri pendii di Pianezzo mi sono goduto la discesa abbassandomi nel bosco. La soluzione imbrida, scarponi da alpinismo ed attacchi 404, è ottima in salita mentre in discesa si fa davvero più ostica. In pratica è come sciare con degli sci da fondo molto grossi: utilizzare le lamine è quasi impossibile. Se si affonda nella neve la discesa è controllabile, invece sulla neve dura la faccenda può farsi pericolosa (è molto probabile che lo sgancio di sicurezza in caso di caduta non funzioni con gli scarponi morbidi!). Scendere si scende, ma non si scia.

Nuovamente sull’asfalto ho rimesso gli sci in spalla ed ho comodamente marciato verso casa. Dieci minuti dopo mezzanotte ero a mollo nella vasca da bagno.

Nonostante abbiano ormai più di vent’anni i vecchi sci, prelevati così come erano dalla legnaia, hanno svolto egregiamente il loro compito. Anche le pelli, a dispetto di qualche grumo di colla, non mi hanno dato alcun problema. Dubito che le attrezzature più recenti possano offrire un simile grado di affidabilità ed efficienza.

Per finire vorrei ringraziare mio Padre a cui, ancora una volta, ho soffiato gli sci senza neppure chiedere permesso: grazie!

Davide “Birillo” Valsecchi

NB: come sempre ricordo che NON è buona cosa andare in montagna da soli, di notte, in inverno e con la neve utilizzando degli sci vecchi oltre vent’anni e calzature non idonee e/o testate per lo scopo. 😉 

Cerrina Backcountry

Cerrina Backcountry

Il giorno di SanValentino Bruna si è presentata furente alla porta di casa con la chiara e ferma intenzione di svuotare gli armadi e portar via tutte le sue cose. La bergamasca era furente per via di un curioso circolo vizioso emotivo in cui eravamo precipitati: lei era arrabbiata perchè nelle ultime tre settimane non mi sono quasi fatto vedere ed io, percependo maretta in porto, nelle ultime tre settimane ho prudentemente navigato ben al largo.

Fortunatamente, grazie al mio trascendente fascino, ho prontamente risolto la questione già sull’uscio di casa. Questo ci ha permesso di festeggiare degnamente la festa degli innamorati con una romantica cenetta a base di  birra, gazzosa e pizza d’asporto. Gli appassionati lettori de “La Gazzetta Rosa di Cima-Asso” possono quindi stare tranquilli!

Il giorno successivo, mentre eravamo placidamente avvolpacchiati sottole lenzuola, suonano alla porta: «Perchè fare figli quando hai i Badgers che ti rompono le palle la domenica mattina?». Infilo i calzoni ed apro la porta a Boris. Cinque minuti dopo anche Mav ed Andrea cominciano a telefonarmi per sapere “Il piano del giorno”.

Fuori a tratti piove, a tratti nevica. Qualcuno prudenzialmente propone di andare a Lecco ad arrampicare alla palestra dei Ragni. Io taglio corto: «Siete fuori! Se c’è la neve ai Corni non ci si mischia con i tira-plastica di città: si va a batter la bianca nel cuore delle terre selvagge!!»

Così, dopo un bacio a Bruna, io e Boris ci spostiamo con il Subaru a Valbrona e dalla piazza della chiesa attacchiamo i Corni passando per la Val Cerrina. La neve è ancora ben salda sulle piante ed i rami, per il peso, si flettono sul sentiero. Più saliamo, più aumenta la neve, fino a sprofondare quattro dita sopra il ginocchio!

Nella pineta la salita si fa surreale. I grandi ed alti alberi cominciano, tutti insieme, a liberarsi della neve che li opprime. Questa precipita dritta verso terra e per la velocità acquisita “soffia” in tutte le direzioni come un irruento vento atipico: come essere sotto un bombardamento siamo avvolti e travolti dai turbini!!

«Hey Birillo, in linea d’aria siamo a meno di due chilometri dalla cività ma sembra di essere fuori dal mondo!» Boris si libera dalla neve che lo ha investito ed io rido alla sua frase: «Beh Boris: benvenuto ai Corni!»

Dai 490 metri di Valbrona battiamo la traccia fino ai 1200 di Pianezzo e, finalmente, varchiamo la soglia del Rifugio Sev. Dietro il bancone un buon e vecchio amico di Cantù: «Una lattina di birra, una bottiglietta di gazzosa ed un boccale grande!» La mitica Panachè dei Corni!

«Guardati intorno, amico mio. La neve è la poesia dell’inverno, la sua invincibile estate»

Davide “Birillo” Valsecchi

Istruttori al tramonto

Istruttori al tramonto

Ieri Mattia, come un tossicodipendente in astinenza, aveva le smanie per arrampicare. “Dannazione Mattia, hai il turno del mattino e le giornate sono ancora corte!! Non possiamo fare nulla!!” La sua risposta, stringata e via sms, è stata “ROCCIA ROCCIA ROCCIA!”.Così, contro ogni apparente buon senso, ci siamo trovati alle tre del pomeriggio all’attacco della via degli Istruttori in Antimedale.

“Guarda che con i tempi siamo davvero stretti: ci becca il buio sugli ultimi tiri” Protesto  un’ultima volta mentre mi imbrago.“Suvvia” – risponde Mattia – ”rapidi e veloci. Dobbiamo allenarci al freddo ed al buio! Non c’è problema”. Siamo entrambi due speleo e “lavorare” al buio è qualcosa che appartiene alla nostra esperienza. Tuttavia, oltre all’ovvio, ciò che che preoccupa è altro:”Apparte che magiamo un botto di freddo, se accendiamo le frontale in parete finisce che qualche anima pia chiama il soccorso alpino e sotto la luce dei riflettori fotoelettrici diamo spettacolo a tutta Lecco!” Mattia Ghigna ma io insisto “Saremo i primi due pirla a pagare il nuovo ticket del soccorso alpino! Sai che pandemonio che tiriamo in piedi?!” La mia capacità di persuadere Mattia è pari a zero quindi attacchiamo comunque.

La via è stata aperta da Raffaele Dinoia e Angelo Rocca nel 1978, nello stesso anno l’ha liberata Ivan Guerini:  bhe, per lo meno c’è aria di famiglia!

Mattia l’ha già ripetuta un paio di volte mentre per me è la prima volta. La mia esperienza in antimedanle è assolutamente scarsa. L’unica occasione di rilievo è una scanzonata (e scellerata!) scampaganta in libera in cui, accompagnato dal socio siciliano, abbiamo attraversato dal sentiero attrezzato d’uscita delle vie fino al tratto finale della ferrata: bagai che pirlata violenta quella volta!

I primi tiri sono assolutamente godibili: semplici, appigliati e ben protetti sono perfetti per abbandonarsi in un arrapmicata fluida ed appagante. Il problema è che gli ultimi tre tiri sono invece un sonoro calcio nel culo. La via cambia infatti passo e senza troppo preavviso si passa dal 4a a passaggi di 5c, 5b, e 6a. Tuttavia la vera rogna non è il grado ma l’unto che, nei passaggi obbligati, aumentano non tanto la difficoltà quanto la pericolosità e la possibilità di scivolare senza preavviso.

Fino a quel momento fantasticavo sull’idea di portarci qualcuno dei ragazzi del BadgerTeam. Poi, mentre pattinavano i piedi, ho in buona parte ridimensionato le mie fantasie.

Il primo passaggio difficile è un tettino che rierge su di una grossa fessura che traversa verso sinistra. Il livello di unto raggiunge e supera quello di “Visitor” a Scarenna ma la difficoltà è un grado maggiore. C’è un fittone ma l’uscita sulla fessura oltre il tetto non è azzerabile.

Un po’ di placche e poi finalmente il traverso che conduce al lungo diedro. A fianco si vede la Chiappa ed il grande tetto sotto cui scorre abilmente. Nella parte bassa del diedro le prese interne sono piccole ed unte. Mattia si tiene a sinistra alzandosi un po’ fuori dalle linee più battute. Questo tiro, continuo ed intenso, è quello che ci ruba più tempo in tutta la salita.

Inizia a fare freschino e la luce corre all’orizzonte: sotto la nebbia il sole sta tramontando.“Credo sia il momento di mettere le ali al culo!” Mi butto nel diedro con un solo ed unico pensiero “Fatto questo ne manca solo uno e siamo fuori! Dai Birillo, forza, non cazzeggiare!”. Ripartendo dalla sosta, per via del freddo, all’inizio non sento le dita, poi fortunatamente il motore inizia a scaldarsi e le prese sembrano più facili.SancioPanza, a tutta forza, raggiunge DonChichotte e l’ultima sosta prima dell’uscita.

L’ultimo tiro, vissuto al crepuscolo, è piuttosto bastardo (come sempre avviene per gli ultimi tiri! Specie d’inverno al tramonto!!). Sulla sinistra sale la fila di spit della Chiappa, noi invece  puntiamo ad un vecchio chiodo più in alto. Ci alziamo per poi compiere un traverso verso lo spigolo. Sul traverso Mattia piazza un friend ed fa un gran bene perchè in quel passaggio ci si spalma aperti e distesi sulla roccia. Lo spigolo finale è una pista di pattinaggio, le protezioni sono ravvicinate ma la roccia è davvero compromessa dall’unto.

Mentre chiudo l’ultima lunghezza le luci della città si accendono ed il giorno muore poco prima che io raggiunga la sosta. “Beh, giusto in tempo!” Non c’è più bisogno di correre. Cambiamo le scarpe, infilamo le giacche e ci gustiamo un attimo il panorama prima di accendere le frontali ed iniziare a scendere.

Considerazioni: Credo che questa via dovessere essere un vero spettacolo all’epoca. Roccia bellissima e passaggi tutt’altro che banali. Purtroppo oggi, per via dell’unto (vissuto con le dita gelate), non saprei dare un giudizio.

Ciò che mi spaventa e mi sconcerta è come il problema dell’unto sia qualcosa di assolutamente imprevisto (ed apparentemente irreversibile) nella storia dell’arrampicata e dell’alpinismo. Riusciranno le prossime generazioni a percorrerla o ci sono vie destinate a morire e scomparire per “usura”? “Antico come la terra, immutabile come la roccia”: pare che il semplice “tocco” dell’uomo possa essere più nocivo di quanto si creda.

Davide “Birillo” Valsecchi

NOTA MOLTO BENE: qualsiasi cosa facciate, partite presto! Chi ha tempo non cerchi tempo e non corra rischi!

Pertichette all’Alpe Devero

Pertichette all’Alpe Devero

«Un esperto è un uomo che ha fatto tutti gli errori che sia possibile compiere in un campo molto ristretto.» Questo è una celebre frase di Niels Bohr, fisico danese, premio Nobel per la fisica. Così, in uno sprezzante gesto altruistico che coprirà di ridicolo la mia persona, vi regalo un po’ della mia esperienza e dei miei errori.

Venerdì, infatti, ho fatto una puntata con gli sci al San Primo insieme a Mattia. Partiti alle tre del pomeriggio dagli impianti siamo arrivati comodamente in cima “navigando” a vista nella nebbia. Tolte le pelli abbiamo disceso il primo pendio per ripellare di nuovo fino al crinale che riporta sul pendio di “terra biotta”. Andavamo davvero bene e, nonostante la scarsa visibilità, la neve era davvero appagante.

Tuttavia c’era una lezione da apprendere e mi è toccato pagare pegno. Uno dei due attacchini davanti non ne voleva sapere di chiudersi e, sebbene scattasse, lo scarpone continuava a ballare staccandosi ad ogni minima sollecitazione. Io e Mattia non siamo certo di primo pelo ma con gli sci siamo fondamentalmente due principianti e così, insieme, abbiamo cercato di capire quale fosse il problema che mi inchiodava “zoppo” sulla cresta.

Prova, forca e briga ma non c’era soluzione per quell’attacco che sembrava non volerne sapere di funzionare trattenendo lo sci attaccato allo scarpone. La nebbia si è trasformata in buio ed il vento in neve: non c’era molto da fare e così, sci in spalla e frontale in testa, ho dovuto spallare al buio fino a valle ravanando nella neve sopra il ginocchio. “Fanculo Birillo! Una manciata di uscite ed hai già fatto fuori gli sci! Sei un disastro, un vero cataclisma!” Non ero esattamente felice, soprattutto perchè non c’era possibilità di ripararli in tempo per l’uscita con la scuola del giorno successivo (Mattia si è comunque divertito a sciarmi intorno!)

Quando sono rientrato a casa (fradicio, infuriato e deluso) ho provato a capire dove fosse il problema: magicamente l’attacchino ora funzionava alla perfezione! Così, FaceBook alla mano, ho scritto agli amici più esperti chiedendo lumi su cosa accidenti fosse successo. Risposta: “Era neve ad alta coesione, magari si è formato spessore tra lo sci e la ganascia all’interno della molla”.

Ovviamente io e Mattia avevano pensato alla neve o al ghiaccio: nonostante il vento avevamo pulito al meglio l’attacchino chiudendolo ed aprendolo ripetutamente senza tuttavia ottenere alcun risultato. “Ma sti cazzi! Sono sci da alpinismo, con quello che costano non possono essere progettualmente vulnerabili al freddo o alla neve!?” Invece, seppure raramente, si forma ghiaccio tra le molle o nella bossula: l’attacchino scatta ma non fa forza e non chiude bene.

Una cosa simile è successa a Giovanni sul Bianco ed Oscar, nella sua saggezza spiccia, si è limitato a dirmi “Serve sempre un accendino in tasca” (Stefano, invece, per lo più si è impegnato a sfottermi!). Non avendo esperienza, dopo un quarto d’ora di tentativi al freddo, avevamo desistito credendo fosse rotto: a saperlo avremmo affrontato il problema diversamente. Fortunatamente eravamo al San Primo e la lezione, dopo la sgambata, non la dimenticherò, soprattutto perchè in un ambiente più severo una simile sciocchezza avrebbe potuto divenire un problema serio.

Prima lezione: se l’attacchino non funziona ma non è in pezzi il problema è il ghiaccio, anche se non si vede. Seconda importante lezione: quando levi gli sci, anche solo per togliere le pelli, lascia gli attacchini chiusi perchè a mazzate li apri ma non è detto che a mazzate li richiudi!

Fortunatamente l’unica cosa scassata ero io e quindi, nonostante l’inconveniente, all’alba successiva sono riuscito a partire con Renzo e Fiorenzo alla volta dell’Alpe Devero undendoci al Corso SA1 della Scuola Alto Lario. Questi due veterani nonostante l’età sono una vera forza! Renzo quest’anno ne ha fatti 70!!

L’Alpe Devero, circondata a Nord dalla Svizzera, ad Est dall’Alpe Veglia e ad Ovest dalla Val Formazza, è un ambiente davvero imponente e suggestivo. Per due giorni ce la siamo davvero spassata mischiando lezioni teoriche, lezioni pratiche e semplici, ma inestimabili, attimi di degenero complusivo: “Spiccio” e la ciurma comasca del Trasponditore del Continuum hanno dato il meglio di sè, specie nell’affrontare stoicamente la ruvida e spartana vita da rifugio ( …che in realtà era un comodo alberghetto).

Avendo a disposizione due giorni c’è stata la possibilità di sedersi dietro ad una bella birretta cacciando balle e conoscendosi tutti un po’ meglio: davvero un bel gruppo, mi sto davvero divertendo!

Il primo giorno siamo saliti fino alla cima del Monte Cazzola (2.330) gustandoci una bella discesa attraverso il bosco dopo le previste esercitazioni con Arvta, pala e sonda. Il giorno successivo, a causa del forte vento, il manto nevoso era diventato pericoloso ed instabile limitando (se non annullando) le possibilità di salita: slavinava ovunque!

Facendo fronte alle difficoltà la nostra combriccola si è divisa in squadre dedicandosi al Cross-country su e giù per le colline della valle. Io sono nella mia “fase esplorativa” ed andarmene a zonzo piacevolmente senza meta tra la neve fresca è stato un vero e proprio spasso. Insieme ad Olly, al Fuma e a Sante ci siamo sbizzarriti vagando e tracciando liberamente le nostre linee nel bianco.

Tre uscite in tre giorni, non male per un principiante. Prossimo appuntamento in val Chiavenna. Questa “cosa” dello sci comincia a piacermi davvero!
Ciao gente! Alla prossima!

Davide “Birillo” Valsecchi

Alpe Devero

San Primo

Pertichette alla Cima di Piazzo

Pertichette alla Cima di Piazzo

Il termometro della mia vecchia “Impreza” segna -4° mentre risalgo verso il Culmine di San Pietro, il passo che collega Moggio e la val Taleggia: fa piacere vedere che da questi parti l’inverno è rimastoinverno! Prima di raggiungere il valico parcheggio in una piazzola da dove, oltre una stanga, parte la strada che conduce ad Artavaggio.

Non sono mai stato da queste parti sebbene questa zona sia fortemente legata alla storia della mia famiglia. Mio nonno materno doveva infatti diventare il custode del Rifugio Cazzaniga Merlini,  ma il giorno in cui avrebbe dovuto firmare il contratto di gestione morì, proprio mentre saliva verso il rifugio. Mia madre, che all’epoca aveva sedici anni, mi raccontò di come mentre salivano allegri attraverso la neve si accasciò all’improvviso spirando tra le sue braccia.

“Stavamo camminando in fila nella neve quando all’improvviso si fermò e per un istante si lasciò cadere all’indietro appoggiandosi a me. Credevo scherzasse ma quando l’ho guardato in viso ho capito non c’era già più. La felicità era stata troppa e l’aveva travolto”. Mia madre mi raccontò la storia solo una volta ma alcuni dettagli, come la chiesetta di Artavaggio dove ripararono aspettando i soccorsi, rimasero indelebili nella mia memoria. Purtroppo oggi anche lei è stata tradita da un destino ostile e non posso chiederle di più: per questo non mi resta altro che salire lassù e vedere di persona.

Avrei voluto portare i “Badgers” con me ma, visto che i ragazzi non erano riusciti in alcun modo ad organizzarsi, ho deciso di “piantarli in asso” ed andaraci da solo salendo con gli sci.

Il sole brilla attraverso i rami del bosco e la salita per la strada dei Penscei è lunga ma gradevole. All’attacco della strada sono parcheggiate un sacco di motoslitte che probabilmente usano la strada per salire fino ad Artavaggio. Giunto agli impianti il silenzio è infranto dal vociare dei gitanti che sbarcano innumerevoli dalla funivia. Per un istante, guardando i “cittadini armati di ciaspole” ed il loro incedere chiassoso, mi sento un po’ a disgio e fuori luogo. Poi trovo una linea un po’ più solitaria e ritrovo la mia serenità.

La cresta del Sodadura è costellata di gente incolonnata immobile: mi ricorda tanto i vecchi film western con gli indiani appostati all’orizzonte. La piana invece è enorme e la gente quasi si disperde in quel panorama bianco illuminato dal sole. Un ragazzo con gli sci d’alpinismo e l’equipaggiamento “coordinato in verde” mi supera facendo lo splendido. Gli scarponi mi fanno un po’ male e sento le vesciche formarsi sul tallone, mollo il colpo sfamando silenziosamente l’orgoglio. “Amico mio, hai la metà dei miei anni, sei sceso dalla funivia ed io sono alla mia terza uscita: lasciami un mesetto ancora per far pratica e te lo svernicio io quel sorrisetto da sfigato di città!”

Quando arrivo al rifugio Nicola, che svetta con i suoi tetti a punta sulla collina, ho un attimo di smarrimento: “Dove accidenti è il Cazzaniga?” Visto che la “benzina” sembra scarseggiare sono seriamente preoccupato di aver sbagliato strada. Poi lo vedo, abbarbicato sulla roccia come nelle fotografie. “Accidenti che bello!”.

DSCF2126Mentre mi avvicino osservo alle sue spalle la Cima di Piazzo. Faccio due conti e le energie, ora che la meta è raggiunta, sembrano riemergere. “Bhe, prima della birra facciamoci una cimetta!” Sfilo accanto al rifugio ed attacco la salita. Risalgo con calma mentre il caldo inizia a farsi sentire opprimente. Finalmente raggiungo la piccola campana semi-sepolta che segna la cima: dopo il SanPrimo questa è la mia seconda vetta con gli sci. Rido divertito: sono proprio una schiappa!

Lo spettacolo intorno invece è di tutto rispetto e le montagne mostrano il meglio di sè brillando al sole nel cielo terso. Le Grigne, il Resegone, le montagne della bergamasca ed in un angolo, all’orizzonte anche i Corni. Tolgo le pelli, infilo il casco ed inizio a scendere. Passare dalla salita alla discesa è un piccolo ma intenso trauma per le gambe. Piano piano cambio assetto e chiudo le mie curve perdendo quota. Un passaggio stretto e poi un lungo traverso verso il rifugio.

Tolgo gli sci e varco la porta. Mi guardo intorno e l’interno sembra aver piacevolmente mantenuto lo stile originale. Il rifugista è un tipo simpatico ed attacchiamo subito bottone mentre mi ingollo una mezza di birra e gazzosa mangiando un panino. Alla parete c’è una foto del rifugio che, sotto una tonda luna piena, si staglia esattamente in mezzo alle sagome della Grignetta e del Grignone. Saluto il rifugista ed all’ingresso mi fermo ancora una volta ad ammirare il Resegone. “Davvero una posizione straordinaria questo rifugio!”.

Rimetto gli sci e giù. Non capisco da che parte siano le piste e così, stufo di evitare i passanti, taglio già dritto per la neve fresca. La neve è davvero piacevole e così, quando mi ritrovo a dover fare un traveso sopra le roccette di un cliff aggrappato con entrambe le mani ad un pino, non mi preoccupo poi molto (anzi!).

Lasciato Artavaggio alle spalle riprendo la strada dei Penscei percorrendola a sci uniti come su una pista di Bob. Qualcuno mi ha detto che quella è una discesa noiosa, io da neofita posso dirvi che è assolutamente affascinante riuscire a fare più di sei chilometri senza alcuno sforzo!

La nota che descrive il tracciato riporta: Cima di Piazzo dal Culmine di San Pietro: 2057m quota massima,  +850m di dislivello, 16km di percorrenza, difficoltà PD-/S2. Suvvia, per essere un principiante alla sua prima solitaria in un territorio sconosciuto posso anche esseresoddisfatto! Il luogo è davvero bello e confesso di essere incuriosito da quel quel rifugio Rosa che si vede ad ovest, oltre le creste che si allungano alle spalle del Sodadura (che sia il Gerardi?”).

Mi piace! C’è molto da scoprire da quelle parti!

Davide “Birillo” Valsecchi

Queste invece sono alcune foto che ho scattato il giorno prima dai Piani di Bobbio

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