Pertichette alla Cima di Piazzo

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Il termometro della mia vecchia “Impreza” segna -4° mentre risalgo verso il Culmine di San Pietro, il passo che collega Moggio e la val Taleggia: fa piacere vedere che da questi parti l’inverno è rimastoinverno! Prima di raggiungere il valico parcheggio in una piazzola da dove, oltre una stanga, parte la strada che conduce ad Artavaggio.

Non sono mai stato da queste parti sebbene questa zona sia fortemente legata alla storia della mia famiglia. Mio nonno materno doveva infatti diventare il custode del Rifugio Cazzaniga Merlini,  ma il giorno in cui avrebbe dovuto firmare il contratto di gestione morì, proprio mentre saliva verso il rifugio. Mia madre, che all’epoca aveva sedici anni, mi raccontò di come mentre salivano allegri attraverso la neve si accasciò all’improvviso spirando tra le sue braccia.

“Stavamo camminando in fila nella neve quando all’improvviso si fermò e per un istante si lasciò cadere all’indietro appoggiandosi a me. Credevo scherzasse ma quando l’ho guardato in viso ho capito non c’era già più. La felicità era stata troppa e l’aveva travolto”. Mia madre mi raccontò la storia solo una volta ma alcuni dettagli, come la chiesetta di Artavaggio dove ripararono aspettando i soccorsi, rimasero indelebili nella mia memoria. Purtroppo oggi anche lei è stata tradita da un destino ostile e non posso chiederle di più: per questo non mi resta altro che salire lassù e vedere di persona.

Avrei voluto portare i “Badgers” con me ma, visto che i ragazzi non erano riusciti in alcun modo ad organizzarsi, ho deciso di “piantarli in asso” ed andaraci da solo salendo con gli sci.

Il sole brilla attraverso i rami del bosco e la salita per la strada dei Penscei è lunga ma gradevole. All’attacco della strada sono parcheggiate un sacco di motoslitte che probabilmente usano la strada per salire fino ad Artavaggio. Giunto agli impianti il silenzio è infranto dal vociare dei gitanti che sbarcano innumerevoli dalla funivia. Per un istante, guardando i “cittadini armati di ciaspole” ed il loro incedere chiassoso, mi sento un po’ a disgio e fuori luogo. Poi trovo una linea un po’ più solitaria e ritrovo la mia serenità.

La cresta del Sodadura è costellata di gente incolonnata immobile: mi ricorda tanto i vecchi film western con gli indiani appostati all’orizzonte. La piana invece è enorme e la gente quasi si disperde in quel panorama bianco illuminato dal sole. Un ragazzo con gli sci d’alpinismo e l’equipaggiamento “coordinato in verde” mi supera facendo lo splendido. Gli scarponi mi fanno un po’ male e sento le vesciche formarsi sul tallone, mollo il colpo sfamando silenziosamente l’orgoglio. “Amico mio, hai la metà dei miei anni, sei sceso dalla funivia ed io sono alla mia terza uscita: lasciami un mesetto ancora per far pratica e te lo svernicio io quel sorrisetto da sfigato di città!”

Quando arrivo al rifugio Nicola, che svetta con i suoi tetti a punta sulla collina, ho un attimo di smarrimento: “Dove accidenti è il Cazzaniga?” Visto che la “benzina” sembra scarseggiare sono seriamente preoccupato di aver sbagliato strada. Poi lo vedo, abbarbicato sulla roccia come nelle fotografie. “Accidenti che bello!”.

DSCF2126Mentre mi avvicino osservo alle sue spalle la Cima di Piazzo. Faccio due conti e le energie, ora che la meta è raggiunta, sembrano riemergere. “Bhe, prima della birra facciamoci una cimetta!” Sfilo accanto al rifugio ed attacco la salita. Risalgo con calma mentre il caldo inizia a farsi sentire opprimente. Finalmente raggiungo la piccola campana semi-sepolta che segna la cima: dopo il SanPrimo questa è la mia seconda vetta con gli sci. Rido divertito: sono proprio una schiappa!

Lo spettacolo intorno invece è di tutto rispetto e le montagne mostrano il meglio di sè brillando al sole nel cielo terso. Le Grigne, il Resegone, le montagne della bergamasca ed in un angolo, all’orizzonte anche i Corni. Tolgo le pelli, infilo il casco ed inizio a scendere. Passare dalla salita alla discesa è un piccolo ma intenso trauma per le gambe. Piano piano cambio assetto e chiudo le mie curve perdendo quota. Un passaggio stretto e poi un lungo traverso verso il rifugio.

Tolgo gli sci e varco la porta. Mi guardo intorno e l’interno sembra aver piacevolmente mantenuto lo stile originale. Il rifugista è un tipo simpatico ed attacchiamo subito bottone mentre mi ingollo una mezza di birra e gazzosa mangiando un panino. Alla parete c’è una foto del rifugio che, sotto una tonda luna piena, si staglia esattamente in mezzo alle sagome della Grignetta e del Grignone. Saluto il rifugista ed all’ingresso mi fermo ancora una volta ad ammirare il Resegone. “Davvero una posizione straordinaria questo rifugio!”.

Rimetto gli sci e giù. Non capisco da che parte siano le piste e così, stufo di evitare i passanti, taglio già dritto per la neve fresca. La neve è davvero piacevole e così, quando mi ritrovo a dover fare un traveso sopra le roccette di un cliff aggrappato con entrambe le mani ad un pino, non mi preoccupo poi molto (anzi!).

Lasciato Artavaggio alle spalle riprendo la strada dei Penscei percorrendola a sci uniti come su una pista di Bob. Qualcuno mi ha detto che quella è una discesa noiosa, io da neofita posso dirvi che è assolutamente affascinante riuscire a fare più di sei chilometri senza alcuno sforzo!

La nota che descrive il tracciato riporta: Cima di Piazzo dal Culmine di San Pietro: 2057m quota massima,  +850m di dislivello, 16km di percorrenza, difficoltà PD-/S2. Suvvia, per essere un principiante alla sua prima solitaria in un territorio sconosciuto posso anche esseresoddisfatto! Il luogo è davvero bello e confesso di essere incuriosito da quel quel rifugio Rosa che si vede ad ovest, oltre le creste che si allungano alle spalle del Sodadura (che sia il Gerardi?”).

Mi piace! C’è molto da scoprire da quelle parti!

Davide “Birillo” Valsecchi

Queste invece sono alcune foto che ho scattato il giorno prima dai Piani di Bobbio

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