I Giardini d’Oriente

«Ma siete andati sabato?» mi chiede Ivan divertito mentre con Paolo siamo finalmente seduti al tavolo dell’Osteria da Edo a Valmadrera. Io mi limito ad annuire mentre lui prosegue ghignando. «In quel posto fa un freddo terribile tutto l’anno e la giornata era pessima! Paolo hai visto la foto? Fa venire freddo solo a guardarla! Per giunta ti eri allenato con il noi il giorno prima. Tutta quella fatica e l’indossifazione di non chiudere la via: perchè questa punizione auto inflitta?» Affondo i baffi nel mio boccale, poi sorrido divertito. La risposta onesta sarebbe “Per lealtà e per amicizia”, ma sarebbe fin troppo seriosa. Così faccio una smorfia da duro e sbiascico teatrale: «Mattia è il mio capo cordata. Lui dice “andiamo?” ed io rispondo “okay!”. E’ questo che fanno i Ragazzi dei Corni!». Ivan mi osserva per un istante, poi scoppia a ridere divertito mentre schiocchiamo i boccali in un altro brindisi.

Già, Sabato mattina faceva un freddo raccapricciante alla base del Corno Orientale. L’orientamento della parete ed il vento che scende da Nord attraverso il Lago rendono quell’angolo dei Corni una vera e propria ghiacciaia. Quando il 4 Maggio del 2014 abbiamo ripetuto la Luigi Paredi brillava ovunque un caldo sole primaverile, noi invece arrampicavamo battendo i denti nonostante indossassimo le mantelline, i berretti di lana ed i guanti in stoffa.

Tuttavia avevamo deciso che era arrivato il momento di attaccare la “Stellina”, il monotiro di 30 metri che da tempo volevamo tracciare sul torrione alla base della “Stella Alpina”. Avevamo a disposizione solo il mattino, poi dovevamo tornare dalle nostre famiglie, tornare a quei letti da cui eravamo sgattaiolati in silenzio nel freddo dell’alba.

«Osti, io me la ricordavo una cosa un po’ più leggera!» Già, per qualche strana ragione nella mia mente avevo già venduto la pelle dell’orso ma ora, che l’orso mi stava strapiombantemente davanti, ero più incerto sull’esito della gioranta.

La parte alta del torrione è attraversata da due grosse e profonde fessure che serpeggianti risalgono fino all’uscita. Per attaccare la “serpe” di sinistra avevamo portato con noi i friend grandi e tutto il materiale da incastro. Per raggiungere le fessure dovevamo però attraversare una quindicina di metri tutt’altro che banali e tutti da interpretare.

Chiodi e martello Mattia inzia ad alzarsi con cautela cercando di interpretare la roccia e valutare le protezioni. Come sempre si muove inesorabile e deciso ma a tratti, dove la roccia lo inchioda immobile, il freddo comincia a flagellarlo. Io, fermo alla base, tremo come una foglia seguendo con la corda i suoi corti movimenti. Guanti, cappello, mantellina: non c’è modo di difendersi, non resta che attendere restando vigili.

Mattia lavora sui chiodi, infila una piccola clessidra e sonda ogni appoggio con qualche colpo di mazzetta. La roccia è tutta da comprendere ma la sensibilità è ridotta dal freddo. «Questo chiodo è una vera schifezza! Provo a caricarlo ma dubito che regga. Tiemmi d’occhio» Mattia sposta delicatamente il peso, per un’istante sembra reggere e poi “Vraaam”: Mattia si ritrova appeso senza danno a chiodo sotto. Come due stupidi ridiamo insieme. «Tutto apposto Màttì?» Lui si raddrizza ed estrae un piccolo nat. «Sì, Sì. Aspetta… guarda che figata! Il chiodo saltando ha aperto una clessidra!» Infila il sottile cavo metallico del nat e prima che possa obbiettare lo carica «Visto?! Regge!».

Il mio socio riparte, si alza, guadagna spazio in verticale e riesce a piantare un’altro chiodo. Ormai siamo all’attacco della fessura. «Hey Mattia. Se passi oltre dovrai lavorare tutto su friend ed arrivare fino in fondo. Dubito tu possa trovare dove piantare un chiodo per tirare fiato…». Le gambe di Mattia, dopo quasi due ore, hanno iniziato a tremare visibilmente per il freddo. «Forse vale la pena tornare senza i pinguini …magari possiamo anche godercela quella fessura…»

Mattia guarda in alto, sposta il peso ed osserva sotto di sè. «Per entrare nella fessura devo usare questa presa e fare il passo deciso infilandomi subito sopra. Con questo freddo mi stanno gelando i piedi: rischia di diventare una faccenda piuttosto pericolosa in queste condizioni» Io e lui arrampichiamo insieme ininterrottamente da due anni: fulmini, grandine, pioggia, freddo, roccia marcia, nebbia, neve. Per quanto io sia migliorato lui resta comunque l’esempio da raggiungere. «Okay allora, attrezziamoci per farti scendere e spazziamoci via da questo gelo!»

Lentamente si abbassa sulla clessidra e si attacca con il “Fifi” al chiodo che riteniamo più solido. Libera le protezioni a monte mentre lo rimetto in fretta in tiro. «Okay calami!» Con calma ma con una certa sollecitudine lo faccio scendere su un singolo chiodo metre recupera gli altri rinvii. Quando finalmente raggiunge terra cessano le ostilità con le solite manate di rito.

Irrigiditi dal freddo infiliamo le corde negli zaini e camminiamo un po’ nel tentativo di scaldarci. «Comunque è davvero un posto strepitoso!» La roccia grigia e compatta che ci sovrasta rapisce lo sguardo. Sopra di noi la Paredi e la Stella Alpina: «Ma davvero siamo passati da quelle placche lassù?» La risposta, per quanto ovvia, appare ancora incredibile.

Ma i “Giardini d’Oriente”? Bhe, visto che avevamo freddo abbiamo iniziato a camminare arrampicando sciolti tra le rocce più semplici. Così, in modo del tutto inatteso, abbiamo trovato un settore a noi completamente sconosciuto pieno di placche, diedri e solidi alberi su cui assicurarsi. Come due bambini eravamo su un terrazzino erboso e, senza troppo curarci degli ottanta metri di vuoto alle nostre spalle, guardavamo verso l’alto confabulando: «Secondo me ci stanno due o tre tiri buoni prima di uscire sulla cresta!».

E’ difficile spiegare. Questi sono i Corni di Canzo e noi, nel rispetto della tradizione, noi siamo orgogliosamente una delle loro cordate indigene: Mattia Ricci e Davide “Birillo” Valsecchi, i ragazzi dei Corni!

Davide “Birillo” Valsecchi
Ps: Un saluto a Sisso e a Barbara: è stato un vero piacere trovarvi sulla via di casa!

 

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