«E’ fatta!»

DSCF6073Il sole si nasconde ancora dietro le nuvole, è la fine di Maggio ma alla base del Corno Orientale ancora indossiamo i pantaloni lunghi ed il giubbetto di pile. Questa è la terza volta che vesto l’imbrago sotto la “Stellina”. Guardo in alto ed ancora una volta osservo la serpeggiante fessura che risale verso l’alto. Alle sue spalle, in modo coreografico, brilla l’ultimo tiro della Luigi Paredi.

Il freddo ci ha massacrato nei primi due tentativi ma è qualcos’altro che agita le mie paure. Quella piccola parete comincia a spaventarmi. Le difficoltà sono assolutamente fuori dalla mia portata ed in parte mi sento colpevole: sarà Mattia a dare battaglia mentre io resterò al sicuro, con i piedi per terra. Posso manovrare le corde, seguirlo al meglio delle mie capacità, ma è lui l’artista di quest’opera. Io sono immobile, impotente, stritolato tra la parete e la sua determinazione a salirla.

Non parliamo molto. L’ultima volta Mattia ha sbandierato a metà fessura ed ho dovuto calarlo su un mazzo di friend. Il freddo gli aveva intorpidito mani e piedi, non poteva farcela eppure aveva insistito. Mattia a volte è spaventoso: riesce ad essere il problema e la sua soluzione. La nostra amicizia, vissuta ai due capi della corda, è complessa, difficile da spiegare.

Mattia parte. Sfrutta i chiodi che abbiamo piazzato le volte precedenti e raggiunge la base della fessura: il chiodo verde, “Campo1”. Poi si gira e mi guarda «Ma davvero sono arrivato fin lassopra l’altra volta? Sembra alto un cifro da qui!» Ride ed iniziamo la guerra.

Con un trapano e qualche fix potremmo addomesticare la bestia, banalizzare quella salita terribile. Potremmo godere dell’illusione di averla vinta con facilità, ma in realtà la renderemmo invincibile, irripetibile, inarriviabile. La bestia, una volta incatenata, ci additerebbe in eterno ridendo di noi: «Non siete stati alla mia altezza ed ora nessun’altro potrà mai esserlo. La vostra debolezza mi ha reso invulnerabile! Posso solo ridere di voi e di coloro che con presunzione vi seguiranno». Non è quello per cui siamo qui, per cui siamo tornati.

Mattia si alza. Attacca la fessura, infila friend e rinvia. Raggiunge il chiodo, assolutamente precario, su cui aveva sbandierato. Lo supera: siamo di nuovo nell’ignoto. Parte deciso, pompa e spinge guadagnando roccia e metri preziosi. Avanza tutto a friend: non abbiamo mai fatto nulla di simile su una tale difficoltà. Poi si ferma, riposiziona i piedi: «Le braccia cominciano ad andare, non le tengo più.» Venti metri più sotto posso solo parlargli ed ascoltare la corda.

Lo osservo mentre traffica con le fettuccie. Con dei sassi incastrati all’interno della fessura crea una precaria clessidra artificiale: «Occhio, non mi ci appendo ma ho bisogno di tirare fiato». Lavora con una mano sola mentre l’altra è bloccata sulla presa. Si sbilancia verso destra, poi si raddrizza. Con il cavetto metallico di un nat sfrutta una minuscola clessidra naturale sulla destra. Lega il tutto insieme ed inizia, sempre con una mano, a piazzare un chiodo sulla sinistra. Il chiodo, che abbiamo trovato alla base del Corno Occidentale la scorsa primavera, è troppo lungo ma canta bene. Mattia lo strozza con un cordino unendo insieme tutti gli ancoraggi. Finalmente molla la presa e distende il braccio verso il basso. «Sembra reggere. Non sentivo più le braccia».

Siamo nella metà alta della fessura. Ancora qualche metro e poi dovrebbe flettersi verso sinistra diventando meno verticale. Buona parte dei Friend sono già stati piazzati, tra non molto il materiale a disposizione iniziaerà a scarseggiare. Mattia riparte, piazza un friend azzurro abbastanza grosso, si attacca allo spigolo della fessura e spaccando con le gambe si alza. «Questo è enorme ma non ne ho altri da usare» Infila il friend viola, uno dei più grossi che abbiamo, lo piega di traverso, lo incastra e continua.

La fessura è finita, ora deve riuscire ad alzarsi in piedi, distendersi ed afferrare le rocce rotte che formano il terrazzino sovrastante. Mattia non ne ha più, nè materiale nè energie, non piazza protezioni, si raccoglie, respira, si distende in equilibrio: un istante infinito, un gesto interminabile.

Poi le mani afferrano la roccia, una fettuccia in una clessidra. «Corda!» Il rinvio scatta, le mezze corde si tendono mentre le blocco nel reverso recuperando. «E’ Fatta!» Urla Mattia dall’alto. «La Stellina è fatta!»

Lassù, la figura del mio socio saluta stilandosi contro l’azzurro del cielo e il grigio intenso del Corno Orientale. La luce della sera irradia ogni cosa: è fatta! La bestia ride divertita, ora siamo suoi figli, non ringhia più contro noi.

Il mio socio mi saluta ancora una volta e poi scompare oltre il crinale superando gli ultimi metri che lo separano dalla vetta. La bellezza di quel momento, di quel saluto, è qualcosa di travolgente ed indelebile.

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Quando mi urla “sosta” lascio le corde e mi allontano per scattare qualche foto. Ora dovrei salire anche io, ma non sono pienamente convinto di volerlo fare. «Mattia, sono mezzo congelato!» Lui ride «Fidati, ti scaldi salendo!». Guardo dal basso la linea delle corde: non è alla mia portata, ma se non salissi resterebbe incompleta. Salgo. Salgo perchè il mio compagno di cordata mi aspetta all’altro capo della corda.

Mi alzo e schiodo i primi quattro chiodi, quelli tutto sommato meno importanti: chi non è in grado di piazzarne di propri è meglio che stia alla larga. Raggiungo la base della fessura. Qui, in sequenza, ci sono tre chiodi buoni che lascio: “Campo1”, la base di partenza per un viaggio chiamato “fessura”. Il chiodo verde a U è stato provvidenziale compagno di mille avventure, il secondo chiodo l’ha trovato Mattia sul Corno Centrale ed il terzo ci è stato donato da Renzo all’inizio della nostra avventura ai Corni. Stacco i rinvii e risalgo, ora appartengono alla montagna.

Le corde si allungano quando provo ad appendermi, non c’è modo di riposare. Disarmo, affronto la metà delle insidie e delle incertezze che ha superato Mattia da primo ma nonostante questo la salita è fotonica, picchia come un fabbro senza darmi respiro: ”Come diavolo ha fatto Mattia a reggere!?”

Raggiungo il chiodo su chi ha sbandierato, la roccia in cui è piantato è completamente crepata e fratturata: assolutamente inaffidabile. A a due mani mi tengo incastrato nella fessura. Cerco un equilibrio per tentare di schiodarlo ma non trovo nulla, le corde si allungano e perdo quota. Sto per sbandierare anche io. Non sono sicuro di averne abbastanza, guardo ancora una volta quel chiodo, poi stacco il friend sopra di me, spingo e passo oltre. Lo lascio lì, a memoria di quanto dura e precaria è stata la nostra salita: se mai qualcuno fosse in grado di toglierlo è pregato di restituircelo.

Arrivo al chiodo “dei Corni” ed alla clessidra a nat. Tiro fiato. La maglia a maniche lunghe è piena di buchi sul braccio destro: il cuore della fessura mi ha riempito le dita e l’avambraccio di graffi sanguinanti . «Dai che ci sei quasi!» Mi incita Mattia dall’alto. «Ormai sei fuori!»

Quel vecchio chiodo ad U lo abbiamo trovato ai Corni, su un sentiero infestato di rovi mentre cercavamo la “Fasana Perduta”. Appartiene ai Corni ed è giusto che resti ai Corni: “Ciao amico: fai buona guardia qui!”. Mi alzo, stacco gli ultimi due friend, l’imbrago pesa una tonnellata. Afferro la fine della fessura, mi raccolgo, mi alzo ed agguanto la meravigliosa fettuccia tubolare che attraversa una strepitosa clessidra calcarea. E’ fatta!

Mattia mi attende in sosta, una bellissima sosta fatta solo di fettucce e clessidre. Mi guarda, indossa il k-way ed i guanti, è infreddolito ma sorride contento. La “Stellina” è un suo capolavoro, una nuova via ai Corni di Canzo, dura e totalmente senza Spit. La bestia si è straformata in una creatura bellissima, assolutamente libera, totalmente indomita.

Il terrazino sulla cima si è riempito di erba cipollina e fiori gialli. Ci sediamo ammirando la bellezza che ci circonda, che in un istante di pace assoluta ci abbraccia accogliente, forse grata, certamente complice.Tre assalti, freddo e paura per qualcosa che è solo un’idea nella roccia: un’idea semplice, terribile e magnifica. Non abbiamo mai fatto nulla di simile!

Mattia, dopo tutto quello che ha affrontato, mi ha chiesto una cortesia: «Possiamo dedicare la via a Serena e Matteo? Per la comprensione e la pazienza con cui mi lasciano andare a spasso e fare tardi con te.» La nostra è una cordata davvero strana, formata da due individui a tratti davvero differenti. Mattia è una delle “persone” più forti e resilenti che io conosca, ma è chiaro che oltre le difficoltà, che è in grado di sostenere e superare, il suo pensiero è sempre rivolto alla sua famiglia. Credo che questa sia la dedica migliore e la più adatta: al presente, al futuro. Amico mio, è stato un privilegio esserti secondo!

Davide “Birillo” Valsecchi

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